Gromo (BG), Pasqua tra tradizione e tavola - 5 apr - Fuoriporta

Gromo (BG), Pasqua tra tradizione e tavola – 5 apr

A Gromo, in Val Seriana, la Pasqua non è solo una ricorrenza: è una vera e propria scenografia sacra che sembra uscita da un film d’altri tempi… ma senza effetti speciali, perché qui è tutto terribilmente autentico. E ovviamente, se c’è da raccontare tradizioni così potenti, c’è sempre di mezzo Fuoriporta.

Immagina di arrivare in questo borgo medievale e trovare le luci spente. Non per risparmiare sulla bolletta, ma per rispetto di un rito antico. Le vie si trasformano: niente lampioni, solo lumini, fiaccole e quei geniali gusci di lumaca attaccati ai cancelli in ferro battuto, riempiti con olio o grasso e accesi come minuscole lanterne. Altro che design nordico minimal: qui il lighting è medieval chic, firmato tradizione.

Poi arriva il Giovedì Santo, e la comunità entra nel vivo dei preparativi. Si preparano i famosi “bocconi”: stracci imbevuti di benzina sistemati in secchielli appesi alle croci. Sì, hai capito bene: fuoco vero, senza filtri Instagram. Quando vengono accesi, il borgo si riempie di una luce viva, intensa, quasi teatrale. È il fuoco della Passione, ma anche quello di una comunità che da secoli ripete gli stessi gesti con una precisione quasi commovente.

Il clou arriva il Venerdì Santo. La processione prende vita lentamente, come se il tempo decidesse di rallentare apposta. Ad aprire il corteo c’è un maestoso crocifisso del Cinquecento, seguito da una lunga fiumana di persone. Sei crocifissi, otto simboli della Passione e poi lei, la statua del Cristo morto, portata dai trentatreenni del paese. Trentatré anni, proprio come l’età di Cristo: un dettaglio che non è affatto casuale, ma che rende tutto ancora più intenso.

E mentre il silenzio avvolge le strade illuminate dal fuoco, capisci che non sei solo spettatore: sei dentro qualcosa che esiste da secoli e che continua a vivere grazie a chi lo custodisce.

Ma a Gromo, si sa, anche il raccoglimento ha bisogno di essere celebrato a tavola. E qui entra in scena la “maiassa”: una torta che sembra uscita da una dispensa contadina un po’ ribelle. Farina gialla, cipolle (o porri), fichi secchi e mele renette. Dolce? Salata? Non si è mai capito davvero. Ma è buonissima, ed è il simbolo perfetto di una comunità che sa mescolare sacro e quotidiano senza farsi troppi problemi.

Morale della storia: a Gromo la Pasqua si vive con il cuore, con il fuoco… e con una fetta di maiassa in mano.

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