Itinerari

Santhià all’aria aperta. L’appuntamento è con il riso

È all’aperto. È pieno di bellezza. Vi esplode una natura che toglie il fiato. È affascinante. Ed è anche gustoso, se a portar via!

Siamo nel luogo giusto, nel momento gusto!

Siamo nel mare a quadretti di Santhià, un paesaggio fatto di tanti piccoli laghi delimitati da semplici argini, ma che, a uno sguardo più attento, rivela un sistema complesso e ingegnoso oltre che meticolosamente strutturato. Siamo nella risaia più grande d’Europa, qui dove un tempo Cavour fece realizzare con mattoni e pietra naturale, un complesso sistema che avrebbe permesso l’irrigazione dei terreni e che è, tutt’oggi, da considerare il “non plus ultra” dell’ingegneria idraulica italiana ed europea. Un progetto d’irrigazione colossale che pose le premesse per il futuro “triangolo d’oro del riso”. Dove oggi siamo noi. A Santhià.

Scarpe comode. Si parte alla scoperta delle risaie di quest’angolo del vercellese. Un percorso gradevole, per nulla faticoso e adatto a tutte le età e sopratutto immerso nella via Francigena. Potete camminare lentamente e respirare il profumo dell’aratura. Perché questo è il momento giusto, tra ottobre e novembre. Il terreno su cui nasce la pianta del riso viene arato. Sentirete l’odore della natura. È il profumo della terra rivoltata. È l’essenza del fresco. È un effluvio di vita, sana. Un tempo erano i buoi e le persone che con fatica e dedizione facevano questo lavoro. Oggi, con meno poesia, lo fanno le macchine.
Giganteschi trattori, entrano grossolanamente in questo quadro bucolico. Alzano la terra, la fanno respirare, le consentono di nutrirsi e di poter produrre quel chicco candido e gustoso che rende questa zona, un fiore all’occhiello dell’Europa intera, per produzione di riso.
E’ sempre qui, nel vercellese, a Santhià, che addirittura i giapponesi ne fanno incetta, di riso, per il loro sushi. Qualcosa vorrà dire.

Sono due i momenti più belli, quelli che caratterizzano il ciclo della vita del riso, a cui tutti voi potrete assistere. Approfittatene oggi, perchè il momento storico che stiamo vivendo, tutto può togliere, ma non l’aria aperta e non la natura. Questo faremo, una passeggiata tra la natura nell’aria aperta!

Amanti del birdwatching aguzzate lo sguardo perchè a Santhià si vive talmente bene, tanto da essere il rifugio dell’airone cinerino del cavaliere d’ Italia, degli ibis, di cicogne, del tarabuso, della pittima reale e tanti altri che si avvicenderanno davanti alla lente del vostro binocolo!

Se di natura ne avete abbastanza, il centro storico di Santhià, con i suoi vicoli, le sue chiese e il castello di Vettignè, sarà una valida alternativa per riposare le vostre gambe.

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Zavattarello tra lo zafferano dell’Oltrepò Pavese e non solo

Oggi le colline dell’Oltrepò Pavese non sono più famose solo per il loro vino. Negli ultimi anni infatti sono nate alcune nuove produzioni di nicchia che non solo hanno diversificato i mercati ed arricchito la biodiversità della zona, ma almeno in un caso hanno contribuito anche al recupero di una tradizione gastronomica dimenticata del territorio.

È il caso dello zafferano, sostanza derivata dai pistilli essiccati del crocus sativus, pianta bulbosa che, dopo essersi diffusa in area mediterranea dall’Asia minore, approdò nel medioevo anche nel nord Italia per essere utilizzata come sostanza tintoria in pittura e, da qui per dare colore al cibo, come ci insegna la leggenda della nascita del risotto alla milanese.

Il nostro viaggio tra le coltivazioni oltrepadane di zafferano quest’anno ci porta a Zavattarello, borgo storico dominato dal possente castello Dal Verme ed incastonato nel verdeggiante paesaggio dei colli della Val Tidone. Si tratta di una zona lontana da grandi centri urbani e dalle coltivazioni intensive, poco popolata e così incontaminata da essere diventata un paradiso per apicoltori e farfalle.

Alcuni ancora ricordano che all’inizio del secolo scorso vi era presente una coltivazione di erbe officinali e crochi da zafferano che beneficiava della buona esposizione, pendenza e ricchezza naturale del suolo.

Ed è proprio con l’intenzione di recuperare questa tradizione che la giovane imprenditrice Katiuscia Girgenti ha recentemente rimesso in produzione alcuni appezzamenti abbandonati posti su un’assolata cresta sulla riva destra del Curone, ottenendo uno zafferano biologico di alta qualità che ha affiancato una già consolidata attività di apicoltura.

Zavattarello è un borgo duecentesco dominato dal castello Dal Verme, musei, chiese: bellezze artistiche ricche di storia e di fascino. È davvero uno dei borghi più belli d’Italia. A parte l’oggettiva bellezza ha un’aurea di magia, dominato dal castello perfettamente conservato e valorizzato, a picco sulla cittadina, alla fine di una rapida salita nel verde. Il Castello Dal Verme è il tipico esempio di rocca fortificata originariamente nata a scopo difensivo e di presidio militare, per poi accentuare nel tempo la propria funzione di dimora signorile.

Pressoché imprendibile grazie alla posizione e alle poderose mura il castello mostra ancora oggi queste caratteristiche, facendosi tuttavia raggiungere docilmente e senza difficoltà grazie alla ripida stradina lastricata (che consiglio di percorrere a piedi).
Suggestivi i vari scorci e le merlature ghibelline a coda di rondine, interessanti gli ambienti interni, ampia e spettacolare la magnifica vista panoramica sulla Val Tidone, l’Oltrepo pavese e la lontana pianura.

Tra i musei da non perdere c’è il “Magazzino dei Ricordi” di Bruni Virgilio che consente allo spettatore la visione di oltre un secolo di tradizioni e che testimonia la lunga, ricca, sofferta storia del lavoro e della fatica dell’uomo.
La ricostruzione di ambienti emblematici ci riporta in un mondo da non dimenticare e da conservare con la collaborazione di tutti: un passato che arricchisce il nostro presente e anche il nostro futuro.

Da non perdere l’Oratorio di San Rocco risale al XIV secolo ed era originariamente parte di un monastero cistercense, putroppo ora scomparso. L’altare maggiore è in legno dorato, con una superba ancona tardo barocca che Ambrogio Corona (in “Zavattarello perla dell’Oltrepò”) ha definito “un capolavoro dell’arte barocca”. In questa chiesa si trova conservata una statua del XVI secolo raffigurante la Madonna del Rosario con il Bambino. Notevoli le quindici tele della “Via Crucis”, attribuite alla scuola di Tintoretto.

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Oropa, il fascino tra le Alpi immersi a 1100 metri tra la natura

Siamo tra le Alpi, nel Santuario di Oropa, il più importante santuario mariano della zona. Merita una visita anche perché è inserito fra i patrimoni Unesco insieme ai vicini monti di Varallo Orta e la Ghiffa. A soli 20 minuti dal centro di Biella. Il complesso monumentale si sviluppa su tre piazzali a terrazza: cuore del Santuario è la Basilica Antica dove è custodita la Madonna Nera.

Bellissimo il porticato e le scale che fanno scoprire un po’ alla volta il complesso religioso.

Lo sviluppo del Santuario subì diverse trasformazioni nel tempo, fino a raggiungere le monumentali dimensioni odierne tramutandosi da luogo di passaggio a luogo di destinazione per i pellegrini animati da un forte spirito devozionale.
Il maestoso complesso è frutto dei disegni dei più grandi architetti sabaudi: Arduzzi, Gallo, Beltramo, Juvarra, Guarini, Galletti, Bonora che hanno contribuito a progettare e a realizzare l’insieme degli edifici che si svilupparono tra la metà del XVII e del XVIII secolo.

Cuore spirituale del Santuario, la Basilica Antica è stata realizzata nel Seicento, in seguito al voto fatto dalla Città di Biella in occasione dell’epidemia di peste del 1599.
All’interno del Sacello è custodita la statua della Madonna Nera, realizzata in legno di cirmolo dallo scalpello di uno scultore valdostano nel XIII secolo. Il manto blu, l’abito e i capelli color oro fanno da cornice al volto dipinto di nero, il cui sorriso dolce e austero ha accolto i pellegrini nei secoli.

Il cimitero di Oropa, poco decentrato dal Santuario, si può raggiungere anche a piedi facendo la via delle cappellette. E’ interessante da molti punti di vista: la sua posizione in un affascinante paesaggio alpino, la sua struttura generale e l’architettura di molte cappelle private, statue, dipinti, sepolture di personaggi importanti e epigrafi originali. Accoglie tombe molto antiche e cappelle sparse sulla costa del monte. E’ sì un cimitero, ma è anche un luogo progettato come un’opera d’arte. Tra i faggi, le tante cappelle dimostrano l’opulenza delle ricche famiglie biellesi. Più in basso andrete nel cimitero e vi imbatterete in un inquietante, ma affascinante corridoio sotterraneo, siamo a oltre 1100 m immersi nella natura.

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Pamparato - Fuoriporta

Pamparato: musica antica, burro di Occelli e Biscotti di meliga

La musica, quella antica, la montagna e i biscotti, quelli di meliga, tre caratteristiche racchiuse in un luogo speciale, Pamparato, nella provincia di Cuneo tra le Valli Monregalesi, sulla Roa Marenca, la Via del Sale nel Piemonte Meridionale. Le coordinate ci sono tutte, anche le rime. Andiamo alla scoperta di Pamparato. Già il nome ci fa simpatia. Dal latino panis paratus, tradotto: pane pronto. Probabilmente un luogo legato alla fertilità della produzione alimentare, riporta wikipedia. E ci fidiamo!

Siamo in montagna. D’estate un luogo di villeggiatura, dove le passeggiate e relax sono il passatempo più scelto dai visitatori. Durante l’inverno, Pamparato è l’approdo di chi ama le attività sciistiche. Da queste parti la montagna è anticamente importante, talmente tanto, da dedicarle un museo solo per gli usi e i costumi della gente che in montagna ci viveva.
Tra lastre di pietra e soffitti a cassettone, il museo racconta, attraverso utensili e attrezzi tipici del lavoro la vita quotidiana cosi come era prima dell’era moderna.
Lo racconta anche il carro agricolo perfettamente conservato, questa vita d’un tempo, con il suo corredo di finimenti vari e un grande telaio manuale per la tessitura della canapa e del lino, stoffe d’uso comune un tempo.
Dalla cucina con il suo camino e i mobili in legno, alla stanza da letto con il lettone “a barca” e la piccola aula elementare con quattro banchi originali, i quaderni, la lavagna e il tavolo-refettorio con i buchi per le scodelle. Sarà un indimenticabile viaggio nel tempo. Da non perdere.

La tradizione di Pamparato è nella musica. Le edizioni del Festival dei Saraceni hanno già raggiunto il mezzo secolo, rendendo la cittadina cuneese capitale italiana ed europea della “musica antica”, la early music, cioè le “radici” di tutte le melodie moderne del mondo occidentale. Il festival è stato, nel panorama musicale, l’artefice di una vera e propria rivoluzione nelle melodie preromantiche, grazie anche alla riattivazione di prassi esecutive e di strumenti musicali dell’epoca, o di copie fedeli all’originale. Bach, Vivaldi o Handel sono stati “riscoperti”, anche con opere, in molti casi, dimenticate da secoli.

Pamparato, come tanti borghi, ha le sue frazioni. Tra queste ve ne è una davvero particolare. E’ la Valcasotto, ovvero la “via lattea” di Beppino Occelli, il “filosofo” del formaggio, colui che ha saputo valorizzare i saperi caseari. Qui le migliori forme dei grandi formaggi di montagna riposano e maturano nelle antiche cantine di stagionatura. Il Burro di Beppino Occelli, è il vero VIP della produzione, tanto da pavoneggiarsi sul The Guardian e il Wine Spectator, con la definizione de “il più buono del mondo”. Oggi, come allora, la produzione del burro è eseguita a mano evocando le più genuine tradizioni. La passione per le tradizioni, unita alla creatività, ha prodotto formaggi apprezzati dai gourmet di tutto il mondo come la Tuma dla Paja premiata a New York con l’oscar de fancy food, e il rarissimo Escarun, considerato un esempio dell’arte casearia.

Non lasciate Pamparato senza aver sgranocchiato i Biscotti di Meliga, realizzati con una pasta particolarmente friabile data dalla farina di mais fioretto. Si dice che fossero molto amati dal Conte Cavour che li abbinava a un bicchierino di barolo chinato.

Tra le tappe imperdibili nei dintorni di Pamparato c’è il castello di Casotto, nel comune di Garessio, o meglio la Reale Villeggiatura dei Savoia che si raggiunge dopo aver percorso un vialetto in salita dalla Correria. Il castello è immerso nel verde e l’atmosfera è davvero magica. Ammirate gli appartamenti reali dell’ala nord con i suoi arredi, la cappella reale, la torre campanaria e la Galleria dei marmi.

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In bicicletta tra i Castelli del Barolo e le strade dei pellegrini

Oltre 100 percorsi geomappati, 4300 km attraverso 5 siti Unesco, 355 comuni, 17 parchi e riserve, 136 tra Dop, Dogc e Igp: il Piemonte si può attraversare in sella a una bicicletta ed ogni volta è una scoperta nuova. E’ il caso de “Tra i Castelli del Barolo” (Bra e Langhe), un percorso che tocca ben due siti Unesco: Barolo e il castello di Grinzane Cavour (nella foto), passando dal famosissimo borgo di La Morra, toccando Monforte d’Alba, comune bandiera arancione del Touring Club, Dogliani e Serravalle Langhe sino a Serralunga d’Alba. Sulle tracce invece della storia, invece, viaggia il percorso “Le strade dei pellegrini” (Astigiano). Da Asti a Albugnano l’itinerario segue l’antico tracciato dei sentieri che costituivano nel medioevo una delle tanti varianti della Via Francigena e si snoda tra luoghi di grande interesse naturalistico come il Parco di Valle Andona, Valle Botto e l’area dei Gorghi di Monale, le splendide chiese romaniche (San Nicolao a Settime, San Secondo di Cortazzone e San Giorgio di Bagnasco a Montafia) per giungere a Capriglio e percorrere i luoghi dell’infanzia di Don Bosco e Domenico Savio a Morialdo fino alla borgata Becchi, per salire verso Albugnano da Castelnuovo Don Bosco e poi arrivare alla Canonica di Santa Maria di Vezzolano.

 

Il Piemonte da scoprire in bici: la Castellania – Oropa

Un territorio splendido e variegato tra laghi, fiumi e colline, fino alle Alpi. Il Piemonte è un vero e proprio paradiso fatto di zone molto diverse tra loro e ognuna delle quali espressione di un’eccellenza, ma accomunate da scorci straordinari, ancora più belli se vissuti dalla sella di una bicicletta. E’ il caso dell’itinerario Castellania-Oropa, che parte da Acqui Terme e giunge al Santuario di Oropa (nella foto), passando per il Monferrato e per Castellania – paese natale di Serse e Fausto Coppi – ripercorrendo le strade del Giro d’Italia della edizione numero 100 che al Campionissimo e a Marco Pantani ha dedicato una tappa speciale. Qui la strada si impenna di emozioni con la mitica salita di Oropa affrontata nel finale anche nella tappa del Giro d’Italia 2017 (la Castellania Oropa/Biella), tratto che tutti conoscono come “la salita Pantani”. Per un’impresa del 1999 che ha fatto la storia del ciclismo, indissolubilmente legata al Pirata: emozioni pedalano dunque da Biella ad Oropa, sito Unesco, percorrendo l’Oasi Zegna, lo straordinario parco naturale ad accesso libero delle Alpi Biellesi dove famiglie, bambini e sportivi possono praticare attività nella natura.