Itinerari

Ficarolo, dove il Po illumina la vita

Ficarolo, dove il Po illumina la vita

Undici pregiate statue in stucco, che sembrano quasi dominare dall’alto la chiesa e i visitatori, manufatti restaurati e attribuibili alla mano di Alessandro Turchi, scultore ferrarese. Siamo nella Chiesa Arcipretale di S. Antonino Martire di Ficarolo, un piccolo comune veneto, ricco di perle. Salite sul campanile pendente, un panorama bellissimo sul Po con tramonto da favola e la particolarissima chiesa arcipetrale a pianta ovale, saranno il suo bigliettino da visita! Dalla sommità è impressionante il panorama che si può godere, la vista si perde tra i campi fino a scorgere in lontananza persino le torri di Ferrara.

Il Grande Fiume, il Po, scandisce la vita di questo borgo, da secoli. Si insinua in due strette curve chiamate “Curva dello Zuccherifico” e “Curva di Tontola”. Tra queste due svolte opposte che formano l’ansa in cui sorge Ficarolo, scorre il ponte che unisce il Veneto all’Emilia Romagna. Lungo la riva del fiume sono ormeggiati i caratteristici imbarcaderi, affascinanti da ammirare.

Il Po al tramonto e nei periodi di piena è uno dei luoghi più romantici in cui vi sia capitato di stare. Molte persone corrono, pedalano o semplicemente passeggiano lungo la strada arginale, attirate dalle particolari brezze e dalla vista rilassante. È qui che si pesca lo storione, che da queste parti, viene sapientemente cucinato con spaghetti o bigoli.

Il ponte sul Po di Ficarolo che collega Veneto ed Emilia, è percorso dalla Romea Strata un percorso che ricalca in parte il tracciato di un’antica strada medievale, che collegava Venezia a Roma (da cui il nome) e che aveva funzione commerciale, oltre a costituire una via di transito per i pellegrini cristiani diretti alla città eterna e per questo detti romei.

Il 19 giugno 2019, l’UNESCO ha proclamato il tratto mediano del Po Riserva MaB. Questa nuova area include 85 comuni in tre regioni: Lombardia, Emilia Romagna e Veneto. Il tratto ficarolese del Grande Fiume vede così riconosciuta a livello mondiale l’unicità della biosfera e dell’ecosistema nel comune rivierasco. Il Po è il fiume più lungo con la più alta portata d’acqua in Italia e uno dei più grandi in Europa. La diversità culturale è molto alta nella Riserva della Biosfera, la sua istituzione si aggiunge a due Riserve della Biosfera create di recente lungo il fiume Po, il Delta del Po (2015) e la Collina Po (2016).

Un tocco dell’eleganza del 1500 è data dalla Villa Giglioli ispirata all’architettura militare estense. L’edificio è servito da esempio per altre ville più recenti costruite nei secoli nei paesi vicini, come quelle settecentesche di Calto e Stienta ed altre nella vicina Bondeno e dintorni. Stucchi, dipinti a grottesche, lapidi marmoree affisse sulla facciata, non è un caso che numerosi siano stati i passaggi illustri in questo luogo, tra questi la Regina Cristina di Svezia, che vi sostò nel 1600.

Ficarolo ti attende.

Canova, scultore e imprenditore di Possagno

Siamo nell’est del Veneto. A Possagno. Un paese piccolino. Ordinato. Grazioso. E’ qui che le greggi due volte l’anno pascolano nei prati vicini al centro cittadino. Questa potrebbe essere la ragione del suo nome “poss” che unito ad “agno” significa: la pozza dell’agnello. Dal neolitico o dall’eneolitico non si sa bene, ma questi potrebbero essere i periodi a cui ricondurre la prima umanità che da queste parti circolava.

Chissà.

La storia è di certo importante, scavare nella memoria è fondamentale, ma qui a Possagno mi voglio fermare in un anno preciso, in una data precisa il “1 novembre 1757”.
E’ quando nacque il padre del neoclassicismo, Antonio Canova. Proprio qui, in questo lembo di Veneto, in una lingua di terra pianeggiante che indirizza lo sguardo verso l’alto, sotto il Massiccio del Grappa.

Dimora, culla, casa natia, luogo in cui rigenerarsi. Era tutto questo Possagno per Antonio Canova. Anche trasferitotisi a Roma, era sempre qui che tornava. Ed era sempre una festa per i suoi concittadini riaverlo a casa, una festa che celebravano ogni volta in pompa magna. Anche lui non era da meno. Canova amava profondamente la sua terra e la sua gente. Destinava ogni anno a 3 fanciulle, una dote affinché potessero esser prese in moglie.
Ma Possagno, per Canova rappresentava anche il suo amato nonno Pasino, abile scalpellino e capomastro, che gli insegnò i primi rudimenti del mestiere. Fu lui a fargli da padre, vendette le sue terre per farlo studiare, ma il Canova quando divenne “IL CANOVA” gliele riacquistò!

Se vuoi innamorarti di Possagno, come lo fu il Canova, ti offro due dritte:
Gypsoteca e Tempio Canoviano!

La Gypsotheca canoviana è una parte del Museo Canova, insieme alla Casa Natale dello scultore e alla Biblioteca. Vi sono contenuti i modelli in gesso e i bozzetti in argilla dello scultore neoclassico, nonché alcuni dei suoi quadri e disegni.
Tra le tantissime opere originali come Ercole e Lica, il monumento funebre ad Antonio Alfieri, Teseo e il Centauro. Sono tutte riconoscibili come originali perché hanno ancora i chiodini in ferro che ne permettevano le repliche.
Chiodini? Ebbene si!
Vi svelo il segreto.
I garzoni di bottega puntellavano il gesso realizzato dal maestro e poi prendevano le misure tra un chiodo e l’altro attraverso un particolare strumento che, posizionato sul pezzo di marmo, permetteva di intervenire sul punto esatto mantenendo distanze e proporzioni. In questo modo si poteva replicare il pezzo.
Il Canova, non era solo un abile scultore, ma era un vero e proprio imprenditore di stesso! Conservando la scultura in gesso, quella in marmo poteva essere replicata nei minimi dettagli su richiesta. Soprattutto, in questo modo la scultura poteva essere realizzata dalla sua bottega e lui poteva limitarsi alla finitura finale.
Il gesso, insomma, era una sorta di campionario, oltre che l’unica scultura realizzata interamente dalle mani dell’artista e, per alcuni, la vera e propria opera d’arte originale.

La casa natale di Antonio Canova è proprio lì. Nello stesso complesso in cui ti trovi ora ad ammirare gli illustri gessi. Esci, attraversa il giardino, ma fai attenzione, alcune delle piante che vedi, furono volute dallo stesso Canova, in particolare i pini, forse un ricordo di Roma. La casa è una struttura del Seicento ampliata e restaurata dallo stesso artista con i soldi guadagnati a Roma.
Al suo interno si possono vedere non solo le sale dedicate alla vita quotidiana, come la cucina, ma anche dipinti, disegni, bozzetti e statue che ripercorrono la vita dell’artista.
Ci sono inoltre strumenti, ritratti, mobili di inizio ottocento e abiti, come quello indossato da Canova durante la posa della prima pietra del Tempio Canoviano. Un vero e proprio dietro le quinte di uno degli scultori più importanti di sempre.

Non si può pensare a Possagno senza aver dinanzi agli occhi il Tempio Canoviano. Gambe in spalla, attraversa la strada, goditi l’aria frescolina dell’Alta Marca Trevigiana, sali le scali ed entra. Non sei nel Pantheon di Roma, tranquillo!

Canova non vide mai il Tempio, da lui progettato, completato e fu suo fratello a seguire i lavori fino all’ultimo intervento del 1832. Oggi sono sepolti insieme al suo interno, anche se il cuore dell’artista si trova nel monumento funebre ospitato nella Basilica dei Frari e la mano destra, invece, all’Accademia, entrambe a Venezia.

Il Tempio si basa su un concetto pagano, così come la pala della Deposizione di Cristo realizzata dallo stesso Canova: Dio è sole. E non lo è solo all’interno del quadro, ma anche all’interno della chiesa, quando a mezzogiorno esatto entra dalla finestra sulla cupola illuminando l’altare.

Buona Possagno

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Portobuffolè un gioiello del Veneto Orientale

Piccolo, raccolto e di una bellezza struggente. E’ Portobuffolè, la bomboniera medievale del Veneto Orientale, la città con il primato di essere la più piccola d’Italia. Puoi vederne le foto, i video e leggerne le recensioni “googolandolo”, ma nulla sarà, come viverlo di persona.

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Iniziamo la nostra visita da Villa Giustinian.

Mens sana in corpore sano. Era questo lo spirito della villa quando venne fatta costruire dallo storico casato veneziano dei Giustinian dei Vescovi nel ‘600. Divenne comando militare, ospedale e orfanotrofio. Un curriculum importante, di cui oggi resta un edificio di particolare valore storico, ricco di affreschi, statue, stucchi e fregi. Ospitò oltre alla famiglia imperiale d’Austria, personalità della Chiesa, della Repubblica di Venezia e degli Stati con cui i Dogi ebbero rapporti. La chiesa al suo interno, datata 1694, ha stucchi e marmi pregevoli, un affresco che toglierà il fiato con le sue dolci linee nette. Un soffitto dipinto da Domenico Fabris nell’Ottocento e un crocifisso ligneo attribuito ad Andrea Brustolon.

Proseguiamo con il Monte di Pietà. Era il 1480, quando il Senato veneziano istituì il banco dei pegni. Lo vedete lì sotto la Torre Civica. Un luogo con una storia, che resiste ancora oggi. Un luogo che ospita la più grande comunità ebraica della zona. Fu infatti istituito dopo che gli Ebrei furono cacciati e i loro beni confiscati. L’edificio è riconoscibile per i suoi affreschi cinquecenteschi che si affacciano su Piazza Vittorio Emanuele II e che raffigurano la Fama con le trombe tra le braccia, la Giustizia con la bilancia, la Carità con i bambini e forse ciò che rimane della Pace. Il secondo è il Leone di San Marco sulla facciata d’ingresso. Quest’ultimo è noto anche con il nome di Leone “in moeca”, perché realizzato all’interno di un cerchio che ricorda il carapace di un piccolo granchio tipico della Laguna, la moeca. Oggi il Monte di Pietà ospita il centro di informazioni turistiche. Non distante c’è un edificio tra i più, storicamente importanti del paese: il Fontego. Era l’antica dogana, tra le principali del territorio. Era utilizzata come magazzino e laboratorio per il sale che arrivava da Venezia.

Se ami i musei, Portobuffolè ne è ricchissima!

Imperdibile, emozionante, coinvolgente è il Museo di Casa Gaia Da Camino. Un esempio di casa-torre medievale con facciata ingentilita da bifore trilobate con capitelli a fior di loto. Il primo dei piani superiori era il così detto piano nobile, composto da una grande sala di ricevimento “la caminata” con focolare. Questa stanza era probabilmente affiancata alle camere da letto dei signori. Più in alto, vivevano i domestici e gli schiavi. Attualmente, il più pregevole aspetto di Casa Gaia è l’affresco del XIV-XV secolo. I piani superiori presentano delle piacevoli pitture il cui soggetto è la realtà cortigiana. La voce popolare immagina, poi, che nelle due figure monocrome che incorniciano la finestra del corridoio ci siano i ritratti di Tolberto e Gaia Da Camino immortalati quasi a ben accogliere gli ospiti. Nel museo troverai Mostre di Arte Contemporanea e non solo.

Andiamo nella frazione di Borgo Servi, qui c’è il caratteristico Museo del ciclismo reso famoso dall’enorme numero di cimeli che i campioni del ciclismo hanno donato. Maglie iridate, gialle, rosa, oro, arancioni, tricolori, azzurre e nere, simboli gloriosi conquistati da grandi campioni come Gino Bartali.

Imperdibile per capire nel profondo Portobuffolè è il Museo della Civiltà dell’Alto Livenza nella Torre Civica. Troverai oltre 2000 pezzi donati da cittadini, che rappresentano le attività che nell’ultimo secolo hanno fatto parte della vita quotidiana degli abitanti di queste zone.

Curioso e delizioso è il Museo Atelier di Barbie: raccolta di barbie i cui vestiti sono tutti realizzati artigianalmente.

Prendi nota, la prossima volta che verrai a Portobuffolè non potrai mancare il mercatino dell’Antiquariato e del Collezionismo che si svolge la seconda domenica di ogni mese. “Io c’ero” è l’evento che si tiene ogni 1 gennaio con fuochi pirotecnici e l'”Incendio della Torre”. C’è poi la rievocazione storica “Portobuffolè XIII Secolo” la potrai vedere ogni due anni, il primo sabato di luglio.Il Mercatino di Natale l’8 dicembre, suggestivo! Anche la calda stagione è ricca di appuntamenti. In aprile Colori e Sapori: una mostra-mercato con specialità del territorio.Poi GAIAJAZZ tutti i Sabato di giugno! Agosto si chiude con la “Fiera di Santa Rosa” e il celebre piatto delle truppe. La terza domenica di ottobre “Festa d’autunno” con artigianato e rassegna vini locali!

Buona Portobuffolè

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Sanguinetto è un gioiello da scoprire: da Garibaldi a Silvio Pellico!

Siamo nella Bassa Veronese, nel borgo medievale di Sanguinetto, dove, tanti passaggi illustri, nei secoli si sono susseguiti. Chi per una ragione e chi per un’altra, Sanguinetto è stata la meta di Carlo Goldoni che scrisse la commedia “Il feudatario” traendo spunto da alcune vicende accadute all’ombra del castello. Più tardi Garibaldi e l’Imperatore Francesco Giuseppe furono ospiti di Palazzo Betti, elegante residenza privata. C’è anche chi, come Silvio Pellico, poco gradì probabilmente il soggiorno, perché nel castello scaligero fu imprigionato!

Storia preziosa e storie coinvolgenti, Sanguinetto ti accompagna in un tour fatto di emozioni!

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Partiamo!

Fasti e memorie di avvenimenti storici che dal medioevo vedono questo centro della Bassa come protagonista fino al XIX secolo. Sei nel Castello di Sanguinetto! Un obbligo iniziar da qui la conoscenza di questo borgo veneto! Perché è questo, senza alcun dubbio, il monumento per eccellenza !
Mura intatte, o quasi, profumo di storia, chiudi gli occhi per un attimo: dagli Scaligeri, alla famiglia Dal Verme a Gentile Della Leonessa, capitano della Serenissima, al nipote Antonio da Narni, più noto come il Gattamelata, e alle sue tre figlie Nilla, Tirsa e Battistina, alla Lega di Cambrai, fino a Federico Gonzaga… sembra essere il cast di una serie tv… Ognuno di loro, a suo modo, ha segnato il destino del castello, dove ora sei tu. Respira la storia. Ogni angolo, ogni stanza raccontano il passato di Sanguinetto. Vai nel cortile, alza gli occhi, lo vedi lo stemma sulle colonne: è quello della Famiglia dal Verme. Il chiostro è armonioso e le finestre a ogiva, decorate in cotto, sono molto eleganti e documentano il gusto per il bello.
Entrando, sulla facciata della torre dell’orologio, oltre alle feritoie, testimonianza del ponte levatoio, trovi gli stemmi gentilizi dei signori che si sono susseguiti nel tempo. Tra il portale a tutto sesto del ponte e la porta per i passaggi pedonali, c’è ancora, bella bianca, la “bocca di leone” per le denunce segrete. Te lo dicevamo… c’è solo da emozionarsi! Non andare via senza aver visitato le prigioni, dove chissà quanti sono stati rinchiusi, per lunga data, o per un breve periodo, come Silvio Pellico!

Il centro storico di Sanguinetto è fatto di palazzi tardo settecenteschi, oggi ancora intatti. Li trovi lungo la via principale e sono l’eloquente testimonianza del passato splendore. Palazzo Betti che, dicevamo, ospitò l’Imperatore Francesco Giuseppe e, un po’ più tardi, nel 1867 Giuseppe Garibaldi, e Palazzo Taidelli, che nel 1848 accolse il Maresciallo Radetzski, sono i più importanti, ma ve ne sono altri, degni di rilievo, come palazzo Dolfini o i Palazzi Roghi, proprio in centro. Non dobbiamo dimenticare che siamo dentro il Quadrilatero, famoso in epoca risorgimentale, il cui lato inferiore era determinato dalla strada che unisce Mantova a Legnago, realizzata da Napoleone! Invece lungo la strada per Sustinenza si trova corte Rangona, villa cinquecentesca a pianta quadrata, con due ingressi con iscrizioni latine: è l’edificio privato più antico di Sanguinetto!

Stanco? Fai uno stop con i Rofioi, ravioli dolci e fritti, tipici del luogo, il cui ripieno è un segreto, fino a che non li addenterai! Si vantano di aver addirittura ottenuto il marchio DE.CO riconoscendolo come prodotto tipico locale!

Ripartiamo. Dedicandoci ora a un tour religioso.

L’Oratorio delle Tre vie”, detto anche “Chiesetta della Rotonda” o “Chiesetta del Capo di Sotto”, è anche affettuosamente definito la chiesolina, oppure la rotonda. E’ un’opera settecentesca del Pompei. Entra, scopri che al suo interno la chiesa ha perso la forma circolare e diventa ottagonale. E’ questa la sua originalità, assieme alla cupola ribassata, a cassettoni e all’immagine rinascimentale della Madonna.
La chiesetta è tuttora officiata e si riempie in occasioni particolari. Oltre alla recita del rosario a maggio è affollata la “celebrazione delle 11 Messe”, tutte in un solo giorno, l’11 luglio di ogni anno, secondo il voto fatto dai sanguinettani alla Madonna, in occasione della fine della tremenda epidemia di colera del 1836.

Storia e storie di immensa emozione.

C’è poi il Duomo, nel cuore del paese. La sua vera particolarità? Oltre alla bellezza dello stile neoclassico, presenta i 14 quadri della Via Crucis, e il grande affresco absidale del martirio di San Giorgio, opere del veronese Gaetano Miolato e l’imponente dipinto a tempera della resurrezione di Cristo del pittore Agostino Pegrassi, sul soffitto della navata.

Ultima tappa.
La chiesa e il convento di Santa Maria delle Grazie. Nei primi anni del 1600, la chiesa quattrocentesca fu ampliata e fu costruito il convento, affidato all’Ordine Minore dei Francescani scalzi, chiamati “Zoccolanti”. Ai piedi dell’altare, nella Chiesa, è possibile vedere alcune lapidi sepolcrali, testimonianza della devozione degli abitanti di Sanguinetto per l’ordine di San Francesco e, soprattutto, per la figura di Sant’ Antonio da Padova. Infatti i lasciti e le elemosine spesso erano accompagnati dalla richiesta di essere tumulati nella Chiesa. Ah, dimenticavamo, dai un’occhiata all’elegante chiostro del convento, di gusto rinascimentale, con un bel pozzo barocco al centro e affreschi sparsi qua e là ad impreziosire porticato e refettorio.

Non lasciare Sanguinetto senza portare a casa un souvenir d’eccezione! Hai spazio in macchina?… trovalo!
Qui infatti vi è la produzione artigianale del “mobile d’arte“, conosciuto in tutta Italia ed esportato anche all’estero! Puoi acquistare dal tavolino portavivande alla classica sala da Pranzo o alla camera da letto, il tutto in stile!

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Adria, la metropoli del VI secolo, ti emozionerà con la sua storia!

Etruschi e greci, celti e goti, e ovviamente i romani tutti passarono di qui…
Si parla tanto di società multietnica, METROPOLI… come se fosse un concetto dei giorni nostri. Ti piacerebbe avere un tale riconoscimento, che poi… diventare metropoli 2020 non è una cosa così difficile… ci sono gli aerei, ci sono le macchine e le navi… tutti vanno ovunque!

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Tutto questo discorsone … per dirti una cosa… ascolta bene viaggiatore caro, perché chi come te, viaggia con l’acquolina in bocca, deve essere consapevole di ciò che vede ma deve conoscere anche la storia del luogo che va a visitare!!!
Ebbene sai quale era la metropoli del VI sec. a. C. quando non c’erano tutti i mezzi di oggi?

(Rullo di tamburi)

Era Adria caro mio, lassù nel Veneto, sul tratto costiero dove il Po scaricava le sue acque in mare. Era Adria la metropoli che ebbe l’onore di aver dato il nome al mare Adriatico.

Ricordalo quando sei in ammollo o a prender il sole, il Mare Adriatico, ha questo nome grazie alla Città di Adria!

Insomma.. Adria è come si suol dire un “porto di mare”, da qui passarono tutte le civiltà più importanti!
Di storia quest’angolo grazioso del Veneto ne ha tanta. In questi luoghi fin dall’età del bronzo è testimoniata la presenza dell’uomo…
Ma siamo qui per raccontarti cosa vedere… per fornirti la guida da ascoltare per un conoscere Adria.

Proprio perché è la storia a caratterizzarla, è immancabile una visita approfondita nel Museo archeologico nazionale che con i suoi 1200 metri quadrati racconta lo straordinario passato della città portuale dal VI secolo a.C. Di particolare importanza sono le ceramiche greche e i preziosi corredi funerari con vasellame attico e bronzi etruschi di epoca tardo-arcaica e classica e i raffinati vetri del periodo romano. Se vuoi approfondire la storia dell’espansione etrusca al nord-est d’Italia, DEVI visitare questo museo!

Dal profano al sacro, un passaggio nella Cattedrale di Adria dedicata ai santi Pietro e Paolo e al museo annesso è imperdibile! Entrambi sono uno scrigno di storia e cultura del culto cristiano grazie alle prestigiose raccolte di opere d’arte della sacrestia, gli antichi armadi in legno intagliati da Jacopo Piazzetta, veri e propri manufatti gioiello. La Cattedrale, Duomo della città è un monumento storico, artistico e culturale! Una chicca? Sulla zona retrostante fu edificata negli anni trenta una pregevole e suggestiva riproduzione della grotta di Lourdes.

Oltre ad aver dato il nome al Mar Adriatico, Adria ha anche un altro primato. E’ la città della musica! Una simpatica tradizione locale racconta che se un’adriese dà una pedata ad un ciottolo, questo emette una nota musicale. I primi documenti che testimoniano l’interesse per quest’arte risalgono ai primi del 1500. Nel Teatro comunale inaugurato nel 1935 sono passati infatti in tanti… da Beniamino Gigli ai Genesis, che fecero il loro debutto in Italia proprio nel Teatro di Adria, dove devi far tappa!

Adria è in provincia di Rovigo, ed è una delle città d’arte più importanti del Polesine. Rappresenta la porta d’ingresso del Delta del Po Veneto, un importante sito Riserva della Biosfera UNESCO.. Per entrare nell’animo di questa cittadina devi obbligatoriamente far visita al Septem Maria Museum dove ha sede la sala macchine dell’idrovora ottocentesca di Amolara con due pompe che hanno partecipato, nel passato, alle opere di bonifica del territorio di Adria. Qui è narrata la storia dell’acqua nel Delta e il rapporto degli abitanti con questo elemento naturale. Adiacente al museo c’è il Ristorante Alloggio Ostello Amolara se vuoi fermarti per un riposino!
Se invece non sei ancora sfinito… prendi la bici, si va sul Canalbianco, dove s’innesta il complesso sistema idraulico del Delta del Po. E’ qui che la Serenissima avviò l’immane lavoro di canalizzazione e bonifica durato millenni. Praticamente proprio su queste terre inizia la storia evolutiva del grande delta come oggi lo conosciamo!

Ti abbiamo tramortito… tra chiese, musei e pedalate… ora andiamo nel cuore della città… tutti i monumenti di Adria si trovano nel suo piccolo e accogliente centro storico. Lungo le riviere respirerai un’antica impronta di venezianità. Ti divertirai a passeggiare tra le strade acciottolate e sotto sera, mi raccomando, lasciati tentare dai bar della zona, dove potrai vivere il tipico aperitivo veneto con un ottimo bicchiere di spritz… se la trovi… in quale panificio, non farti sfuggire la celebre ciabatta, è proprio qui che nacque la “savata” in dialetto nel 1982!

Buona Adria!

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Tra le Colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene

Passo dopo passo, teneramente accarezzati da leggere foglie di viti che lambiscono il nostro passaggio, siamo così traghettati, da un filare all’altro, in un piccolo mondo antico, uno scrigno ricoperto di vigne lavorate a mano su pendii scoscesi, dove la bellezza è tanto autentica da non poter passare inosservata. Siamo tra le Colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene che l’Unesco ha riconosciuto Patrimonio dell’Umanità.

Ascolta “Tra le Colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene” su Spreaker.

Superfluo dire perché si vien qui per godersi un buon calice. Affascinante è invece comprendere la storia di quel bicchiere che ha caratterizzato queste zone tanto da renderle note oltreoceano. Il prosecco superiore non è solo quel mondo pieno di bollicine che fluttua nel bicchiere durante un aperitivo, il prosecco da queste parti è un mood. E’ il mood.
Un panorama naturale unico, dominato da una sterminata distesa di altezze che strabordano di vitigni perfettamente paralleli tra loro, come fossero disegnati dalla mano di un artista. Piccole aziende agricole dedite alla vendemmia e alla lavorazione del prosecco superiore.

Tra dorsali collinari, i caratteristici ciglioni, ovvero piccoli vigneti che parrebbero in bilico su strette terrazze erbose. Le foreste e i villaggi, c’è un mondo intero da scoprire e apprezzare qui, tra le Colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene. Fate una passeggiata, una biciclettata o più semplicemente state seduti su una panchina, musica in cuffia, ovviamente classica e osservate il piccolo universo sotto i vostri occhi.

Molti i percorsi ben segnalati che consentono di spingersi in sicurezza tra l’incanto di questi luoghi e goderne da ogni angolatura e con ogni senso. La vista che si perde tra le emozioni fatte di colori e immagini. Il tatto, perché la natura va accarezzata. L’udito che se ben allenato ci permette di ascoltare il cinguettio della cincia oppure quello dello spavaldo pettirosso, o il più raro picchio muratore. L’olfatto, il più enigmatico dei sensi: tutto passa attraverso l’olfatto, che ci guida in ogni momento… oggi attraverso le Colline del Prosecco.

E poi il gusto… che dire, assaporate il vostro bicchiere di prosecco… siam qui per lui!
Ogni stagione trascorsa in questi luoghi ha una sua peculiarità. In autunno le foglie si colorano di un giallo intenso e cadono formando splendidi tappeti. Durante l’inverno, nonostante il freddo cristallizzi il panorama, la vita scorre eccome, la primavera infatti giunge con un carico di inebrianti profumi, è la natura che esce dal torpore e si riprende la vita. L’estate è calda, a volte secca, ma il caldo sostiene i frutti che a noi arrivano.

La Strada del Prosecco attraversa numerose località che testimoniano l’antica storia di questo territorio conosciuto anche come il “Giardino di Venezia”. Merita una visita il Molinetto della Croda straordinario esempio di architettura rurale del XVI secolo, o l’Abbazia di Follina, gioiello del XIII secolo. I più curiosi hanno la possibilità di fare un salto nella Preistoria al Parco Archeologico Didattico del Livelet. Poco distante si trova la foresta del Cansiglio, dimora di racconti e magie, con le suggestive Grotte del Caglieron, il paese delle fiabe di Sarmede e la splendida Vittorio Veneto, città della pace. L’imperdibile e suggestivo Lago di Revine, le magiche grotte scavate dai torrenti e lo stupendo Castelbrando.

Terra di eccellenze enogastronomiche e di antiche tradizioni culinarie, le colline del Prosecco Superiore vi accoglieranno per un viaggio alla scoperta di sapori unici. Un territorio da vivere, capace di regalarti grandi esperienze, come il tanto atteso evento “Primavera del Prosecco Superiore” un percorso di 8 appuntamenti enoturistici che accolgono turisti e visitatori fino a giugno con degustazioni, concerti, attività all’aperto e visite tra pievi e borghi antichi.

Le colline del Prosecco Superiore, magiche terre da scoprire.
Un’esperienza di viaggio unica che porterà nel cuore di piccoli borghi incantati custodi della storia e della memoria, chiese e santuari immersi nel verde delle colline e suggestive architetture rurali testimoni della cultura contadina di un territorio dove storia, natura e tradizione sono parti di un meraviglioso paesaggio.

Casa di artisti e pensatori, da Canova a Zanzotto, Cima da Conegliano che hanno lasciato memoria del loro genio con grandi opere e reso le colline del Prosecco Superiore custodi di un patrimonio culturale inestimabile in attesa di essere conosciuto.
Le Colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene sono la magia di un territorio che cambia a ogni passo ed emoziona a ogni sguardo.
Le geometrie della natura, le forme irregolari dei boschi di castagno e faggio, le distese dei prati e dei pascoli, il corso sinuoso del fiume Piave, testimone della Grande Guerra, e dei torrenti disegnano un paesaggio che ti regalerà esperienze sempre nuove e diverse in ogni momento della tua vacanza. Un’area di contatto tra le cime maestose delle Dolomiti e dell’entroterra di Venezia.

Un punto di vista privilegiato dal quale ammirare, dall’alto, il panorama della pianura e il suo lungo orizzonte oppure, rivolgendo il naso all’insù, lasciarti emozionare dalla maestosità dei picchi delle montagne uniche al mondo.
Un territorio capace di trasmettere la sua unicità in eccellenze enogastronomiche che sono l’espressione della qualità delle materie prime e di una lunga tradizione culinaria. Il tuo viaggio ti sorprenderà con esperienze sensoriali uniche: un percorso che ti accompagnerà all’interno di piccole aziende produttrici e agriturismi custodi della tradizione per assaporare i gustosi formaggi di malga o il tradizionale spiedo dell’altamarca.
Le colline del Prosecco Superiore saranno capaci di offrirti nuove esperienze per cambiare ritmo, fuggire dall’ordinario e provare esplosive emozioni. Una vacanza indimenticabile, da vivere a velocità diverse, che ti porterà a osservare il paesaggio da nuove prospettive.
Ogni esperienza ha bisogno del suo tempo per consentirti di assaporare ogni singola sfumatura e godere a pieno delle emozioni che regala. Prenditi il tempo per vivere in modo autentico ogni istante della tua vacanza.

Divertimento, conoscenza e meraviglia: le colline del Prosecco Superiore ti offriranno delle esperienze uniche da vivere con tutta la famiglia. Percorsi didattici archeologici, naturalistici e creativi con attività interattive ti aspettano per una vacanza a misura di piccoli e grandi.
Emozioni da condividere: un modo nuovo di scoprire e conoscere un territorio, le sue tradizioni e la sua comunità.

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Portobuffolè - Fuoriporta

Portobuffolè un gioiello del Veneto Orientale

Piccolo, raccolto e di una bellezza struggente.
E’ Portobuffolè, la bomboniera medievale del Veneto Orientale, la città con il primato di essere la più piccola d’Italia.
Portobuffolè fa parte sia de “I borghi più belli d’Italia” sia dei paesi che hanno ottenuto la Bandiera Arancione del Touring Club Italiano, riconoscimento dato alle piccole eccellenze dell’entroterra.

E’ la meta del vostro tempo libero!
Puoi vederne le foto, i video e leggere le recensioni “googolandolo”, ma nulla sarà, come viverlo di persona.

Villa Giustinian è uno spettacolo anche il solo vederla a distanza. Il Monte della Pietà, la cui storia affascina ancora oggi. La quiete, le viuzze, i suoi musei, ve ne sono tanti: il Museo di Gaia da Camino e i suoi affreschi del 1400 che oggi ospita l’artista Sonia Ros con la sua Mostra “Empty Eden”, il Duomo, la Chiesa di San Rocco, l’Oratorio di Santa Teresa, la Chiesa dei Servi sono tutti luoghi… in cui perdersi.

Salite sulla Torre Comunale del X secolo, e dai suoi 28 metri d’altezza assaporate questo borgo, tra i Borghi più belli del Veneto! Dall’alto si dominano le viuzze in ciottolato e i bei palazzi trecenteschi con vista sui tetti e sulla campagna circostante fino alle montagne.

Tra le particolarità di Portobuffolè il Museo Atelier di Barbie: una raccolta di barbie i cui vestiti sono un’opera artigianale e l’imperdibile Museo dedicato al Ciclismo. Portobuffolè è il luogo giusto anche per immergersi nella cucina Veneta.

Dalla trippa, il tradizionale piatto della Fiera di Santa Rosa, il “radici e fasioi co a poenta” ovvero il radicchio di campo, condito a crudo con olio e aggiunta di fagioli e polenta… per concludere la Pinza, il tradizionale dolce della Befana fatto con la zucca, la buccia d’arancia e limone grattuggiata, la grappa, noci e fichi. Insomma, Portobuffolè sarà la tua meta preferita dedicata all’arte, alla cultura e alla gastronomia.

Villa Giustinian

Mens sana in corpore sano. Era questo lo spirito di Villa Giustinian quando venne fatta costruire dallo storico casato veneziano dei Giustinian dei Vescovi nel ‘600.
Divenne comando militare, ospedale e orfanotrofio. Un curriculum importante, di cui oggi resta un edificio di particolare valore storico, ricco di affreschi, statue, stucchi e fregi. Ospitò in passato, oltre alla famiglia imperiale d’Austria, illustri personalità della Chiesa, della Repubblica di Venezia e degli Stati con cui i Dogi ebbero rapporti. La chiesa al suo interno, datata 1694, ha stucchi e marmi pregevoli, un affresco che toglierà il fiato con le sue dolci linee nette. Un soffitto dipinto da Domenico Fabris nell’Ottocento e un crocifisso ligneo attribuito ad Andrea Brustolon. Un accurato restauro ha saputo riportare alla grandiosità originaria questa meravigliosa villa veneta e realizzare così un luogo all’altezza dei fasti veneziani.

Monte di Pietà

Era il 1480, quando il Senato veneziano istituì il banco dei pegni. Lo vedete lì sotto la Torre Civica. Un luogo con una storia, che resiste ancora oggi. Un luogo che ospita la più grande comunità ebraica della zona. Fu infatti istituito dopo che gli Ebrei furono cacciati e i loro beni confiscati.
L’edificio è riconoscibile per i suoi affreschi cinquecenteschi che si affacciano su Piazza Vittorio Emanuele II e che raffigurano la Fama con le trombe tra le braccia, la Giustizia con la bilancia, la Carità con i bambini e forse ciò che rimane della Pace. Il secondo è il Leone di San Marco sulla facciata d’ingresso. Quest’ultimo è noto anche con il nome di Leone “in moeca”, perché realizzato all’interno di un cerchio che ricorda il carapace di un piccolo granchio tipico della Laguna, la moeca.
Oggi il Monte di Pietà ospita il centro di informazioni turistiche. Non distante dal Monte di Pietà c’è un edificio tra i più, storicamente importanti del paese: il Fontego. Era l’antica dogana, tra le principali del territorio. Era utilizzata come magazzino e laboratorio per il sale che arrivava da Venezia. Questo bene prezioso veniva poi lavorato e infine spedito via fiume o via terra verso il Cadore, la Germania e l’Austria.

Musei

Museo di Casa Gaia Da Camino
Il Museo è un esempio di casa-torre medievale con facciata ingentilita da bifore trilobate con capitelli a fior di loto.
Generalmente, al piano terra trovavano collocazione i depositi e gli ambienti per la servitù. Il primo dei piani superiori era il così detto piano nobile, composto da una grande sala di ricevimento (la caminata) con focolare. Questa stanza era probabilmente affiancata alle camere da letto dei signori. Più in alto, vivevano i domestici e gli schiavi. Nelle abitazioni più prestigiose, le cucine erano sistemate direttamente sotto il tetto, proprio per evitare i focolai d’incendio che, se propagatisi dal pian terreno, avrebbero potuto distruggere l’intera casa.
Considerando l’importanza della famiglia Da Camino, è lecito pensare che le cucine fossero state collocate all’ultimo piano, oggi purtroppo manomesso.
Attualmente, il più pregevole aspetto di Casa Gaia è l’opera ad affresco databile al XIV-XV secolo.
I piani superiori presentano delle piacevoli pitture il cui soggetto è la realtà cortigiana, con le visite del contado, i guerrieri con le loro sofisticate armature, le personificazioni delle Scienze a simboleggiare il cenacolo culturale che generalmente sorgeva intorno a una famiglia gentilizia, e i paesaggi, suggestivi nella prospettiva empirica dello stile gotico. La voce popolare immagina, poi, che nelle due figure monocrome che incorniciano la finestra del corridoio al primo piano, si possano individuare i ritratti di Tolberto e Gaia Da Camino immortalati quasi a ben accogliere gli ospiti.
A tutt’oggi, la paternità di quest’opera è sconosciuta. Al primo piano è dipinta un’iscrizione attributiva espressa in sigla (P.E.F) , ancora non compresa. È consuetudine in presenza di sigle, interpretare la lettera “F” con i termini latini “fecit” (fece) oppure “fecerunt” (fecero), conservando purtroppo l’incognita sul numero di persone che la realizzarono.
Alcune parti si differenziano per una maturità stilistica tale, che non può semplicisticamente essere dovuta a ragioni anagrafiche dell’esecutore, ma necessariamente a evoluzioni culturali su ampia scala. È pertanto corretto affermare che qui, a Casa Gaia Da Camino, siano attestate le modalità con cui si verificò il passaggio dallo stile gotico al Rinascimento sul territorio dell’Alto Livenza.
In questo momento il museo ospita delle Mostre di Arte Contemporanea. In questo momento ospita un’artista molto quotata ed importante che opera a Venezia. L’artista è Sonia Ros e il titolo della sua Mostra è Empty Eden, curata da Afrodite Oikonomidou

Museo del Ciclismo: nella sua nuova sede in Borgo Servi
Nell’ambito del Comune di Caneva (PN), e più precisamente nella frazione di Stevenà, v’era fino al 1973 uno dei primi “virtuali” musei del ciclismo nel contesto di una taverna-trattoria che prendeva il nome dal suo proprietario: Toni Pessot, grande appassionato di ciclismo.
Questa raccolta comprendeva maglie iridate, gialle, rosa, oro, arancioni, tricolori, azzurre e nere, simboli gloriosi conquistati da grandi campioni. Gino Bartali, sprovvisto di trofei perché li aveva ormai regalati ad altri appassionati, per non rimanerne escluso, aveva donato un trofeo fuori dal comune: una canottiera di lana pesante, confezionata dalla madre e ancora intrisa del suo indelebile sangue versato in seguito alla spettacolare caduta da un ponte di legno al suo primo Tour de France.
L’elenco potrebbe continuare a lungo, perché sono molti gli atleti che hanno contribuito entusiasticamente a rendere prestigiosa la collezione.
A cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, Civiltà Alto Livenza, associazione fondata nel 1988, elaborò un progetto globale di riqualificazione dell’area/sistema alto-liventina sulla base delle peculiarità esistite o esistenti in ciascuno dei 15 comuni che formano l’omonimo distretto.
Fu naturale per questo sodalizio decidere di fondare un Museo del Ciclismo, vista la precedente esperienza di Toni Pessot e viste le importanti figure dell’ambito ciclistico nate sull’area dell’Alto Livenza, la continua passione per questo sport ancora ben radicata nella comunità e il pericolo che tutto ciò venisse dimenticato.
Fu così che nel 1995 venne inaugurato a Portobuffolè, negli spazi di Casa Gaia Da Camino, il Museo del Ciclismo “Alto Livenza”, dedicato a Giovanni Micheletto (Sacile, 1889 – Sacile, 1958), vincitore del 4° Giro d’Italia con la mitica Atala, e a Duilio Chiaradia, (Sacile, 1921- Como 1991), primo grande cineoperatore della Rai e inventore della ripresa televisiva sportiva, in particolare di quella ciclistica, che gli meritò la fama di “scrittore per immagini”.
Da allora la collezione è notevolmente aumentata, con cimeli di sempre maggior pregio. Attualmente, è uno dei più importanti musei italiani dedicati al ciclismo.

Museo della Civiltà dell’Alto Livenza: presso la Torre Civica
Il museo della torre civica nasce dall’esigenza di raccontare il recente passato, illustrando come è nata e come si è sviluppata la cultura di arti e mestieri nell’area dell’Alto Livenza. Vi trovano posto oltre 2000 pezzi donati da cittadini di Portobuffolè, ma anche di altri comuni dell’area, che hanno voluto contribuire a creare questa interessante raccolta.
Gli oggetti esposti rappresentano le attività che nell’ultimo secolo hanno fatto parte della vita quotidiana degli abitanti di queste zone. Vi troviamo molti attrezzi utilizzati in agricoltura. È esposto tutto ciò che serviva un tempo per ricavare il vino, dal torchio dei primi del 900 alle botti e ai tini. Di particolare rilievo i gioghi in legno, che venivano utilizzati per il bestiame impegnato nei lavori dei campi. Scale di tutte le dimensioni, falci, badili, sgranatrici utilizzate non molto tempo fa da adulti e bimbi per sgranare la biada. È possibile anche ammirare la tagliafoglie, attrezzo impiegato per recidere le foglie dei gelsi da utilizzare nella lavorazione del baco da seta, attività tipica fino a qualche decennio addietro. Interessante la ricostruzione di un carretto interamente realizzato in legno, restaurato in tempi recenti, ma risalente alla prima metà del 900. Si tratta di uno dei pochi mezzi di trasporto che i contadini locali utilizzavano facendolo trainare dal bestiame nel lavoro dei campi oppure dai cavalli per trasportare le persone.
Una seconda serie di attrezzi è dedicata alla storia della lavorazione del legno. Grandi banchi da marangon (falegname) testimoniano le attività del falegname che un tempo lavorava nella sua officina artigianale utilizzando un banco completo di morse e attrezzi vari come seghe di tutte le misure, frese, scalpelli, pialle, e soraman (pialle di grandi dimensioni utilizzate per le superfici più estese). È possibile anche ammirare un banco portatile che veniva utilizzato nelle trasferte, quando l’artigiano si spostava nelle varie famiglie che necessitavano del suo intervento. Di particolare pregio la combinata del 1938, una delle più antiche macchine per la lavorazione del legno utilizzata nelle prime fabbriche della zona e impiegata a scopo dimostrativo fino a qualche decennio fa.
Altre attività praticate soprattutto in ambito domestico erano filatura e tessitura, cui si dedicavano in prevalenza le donne. Nel museo troviamo delle macchine da tessitura ancora funzionanti. Pur essendo proprietà di famiglie della zona, in origine queste macchine furono realizzate nelle filande di Biella e, una volta dimesse dall’attività industriale, vennero distribuite nelle famiglie per realizzare lavori di tipo più artigianale. In quest’ambito ritroviamo alcune macchine da cucire di pregio che venivano usate dalle donne per confezionare i capi d’abbigliamento per tutta la famiglia in tempi in cui la povertà faceva da padrona assoluta.
Vi sono all’interno del percorso anche oggetti di uso quotidiano come solferine, usate per accendere il fuoco con lo zolfo, suppellettili varie, vasi da latte e arnesi da cucina tipici della civiltà rurale. L’intero patrimonio di oggetti è disposto sui diversi livelli della torre, che, oltre al piano terra, conta quattro altri piani. Centoquattordici gradini costituiscono la via d’accesso all’edificio. La prima rampa di scale è realizzata in pietra e porta fino all’ingresso del palazzo del Fontego. Da qui poi ci si imbatte in una serie di scalini in legno che conducono al portone d’ingresso del torrione. Anche i piani interni della torre sono collegati da scalini di legno.
Da sottolineare che arrivati all’ultimo piano si può ammirare un panorama davvero unico. Da un lato si estende la grande spianata verde dei Pra’ de Gai, dall’altro si delinea il corso del fiume Livenza, che fino al 1911 scorreva sotto il ponte di Porta Friuli. Un paesaggio incantevole che si può godere solo in cima ai ventotto metri della torre.

Museo Atelier di Barbie: raccolta di barbie i cui vestiti sono un’opera artigianale
La Barbie, bambola dei tempi moderni, si può declinare in centinaia di versioni. Per raccontare mode, epoche, tendenze. C’è la Barbie “italiana”, perfetta per la Festa della Repubblica col Tricolore come vestito, e c’è pure la Barbie soldatessa che anticipa l’apertura dell’esercito alle donne militari. C’è poi la Barbie tutta pizzi e crinolina che sembra ricordare la regina Maria Antonietta e c’è persino una Barbie “canterina” che sembra misurarsi con le cantanti d’opera impegnte sul palco. Benvenuti nell’”Atelier di Barbie”, la mostra permanente allestita nelle ex scuole elementari di Portobuffolè. Un “atelier” frutto della bella collezione donata al comune dalla signora Grazia Collura, genovese di nascita, da quindici anni residente a Treviso.

 

Eventi realizzati durante dell’anno

Ogni seconda domenica del mese il Mercatino dell’Antiquariato;
Evento il 01.01.2021 : “Io c’ero” (probabilmente quest’anno verrà annullato perchè porta assembramento)
Festa di Primavera
Gaiajazz
Rievocazione storica ogni 2 anni
Festa di santa Rosa
Festa d’Autunno
Mercatino di Natale

Piatti tipici

trippe
baccalà e polenta
salumi vari nel tagliere
radicchio e fagioli
il bollito misto
pasta e fagioli
Fegato alla veneziana

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Cortina d’Ampezzo non solo glamour

Non è solo la località sciistica più glamour del turismo invernale, fu anche la prima città italiana a organizzare i Giochi Olimpici Invernali, che fecero crescere il suo prestigio e la sua fama fuori dai confini. Eravamo nel 1956. Questo splendido luogo è Cortina d’Ampezzo!
Che si scii o meno una visita da queste parti è sempre un’idea grandiosa! Cortina d’Ampezzo è in assoluto la località sciistica italiana più conosciuta all’estero, oggi fin troppo inflazionata, ma noi vi invitiamo sempre ad apprezzare la realtà più autentica dei borghi in cui vi invitiamo ad andare.

Nonostante sia conosciuta come la “Regina delle Dolomiti”, posta nel cuore del versante orientale di queste meravigliose montagne, al centro della Conca d’Ampezzo, nell’alta Valle del Boite, che fu il bacino terminale di un antico ghiacciaio quaternario. Per i curiosi il Quaternario è il terzo e ultimo dei tre periodi che compongono l’era geologica del Cenozoico. E’ stato l’ultimo periodo di estrema variabilità climatica nella storia della Terra, caratterizzato da numerose glaciazioni.

Nonostante dunque il mito che la caratterizzi come cittadina votata allo sci, Cortina d’Ampezzo è altro. E’ un percorso tra chiesette, architetture civili, musei… e buon cibo.

Iniziamo il nostro percorso dalla chiesetta di San Francesco, nella piazzetta omonima, nel pieno centro del paese. Si tratta di una piccola cappella privata della famiglia ampezzana dei Costantini. Le sue forme molto sobrie, con una semplice facciata a capanna, il suo grazioso campanile a vela e la tipica copertura con scandole di larice, la rendono un gioiellino. Rimasta inalterata nei secoli, eccezion fatta per la grotta di Lourdes, fatta costruire nel 1913, sulla parete destra dell’unica navata dal sagrestano del tempo, Fedele Siorpaes.
Nell’unica aula interna, silenziosa e raccolta, spiccano sul fondo alcuni pregevoli affreschi del Trecento, notevolmente belli per chi ama il genere. Non troverete ricchi tesori d’arte dunque, ma sarete colpiti soprattutto dalla sua semplicità, in perfetta sintonia con il santo a cui è dedicata. Non se ne conoscono con precisione le origini, ma la sua esistenza è comunque documentata da una pergamena del 1396. Graziosa e suggestiva, in bella posizione tranquilla e defilata, merita!

Per gli appassionati di musei locali, Cortina nel centro congressistico Alexander Girardi Hall ha due Musei delle Regole d’Ampezzo:

Museo paleontologico Rinaldo Zardini, una raccolta di centinaia di fossili di ogni colore, forma e dimensione, trovati, radunati e catalogati dal fotografo ampezzano Rinaldo Zardini, appassionato di paleontologia. Tutti i pezzi esposti sono stati rinvenuti sulle Dolomiti e narrano di un’epoca in cui queste alte vette alpine si trovavano ancora sul fondale di un grande mare tropicale, popolato da invertebrati marini, pesci, coralli e spugne.

Museo etnografico Regole d’Ampezzo, allestito in una vecchia segheria “alla veneziana” ristrutturata, che sfruttava il moto idraulico del torrente Boite. Ivi sono esposti oggetti della vita quotidiana, contadina e pastorale di un passato non tanto lontano: sono conservati oggetti della religiosità popolare, testimonianze artistiche, utensili agricoli, tecniche di lavorazione dei materiali e abiti tipici di questa valle che vengono sfoggiati nelle maggiori occasioni.

Da non perdere poi il Museo d’arte moderna Mario Rimoldi con oltre 800 opere dei maggiori pittori del Novecento italiano: Campigli, Carrà, Cascella, de Chirico, de Pisis, Guttuso, Morandi, Mušič, Savinio, Severini, Sironi, Tomea e molti altri. Ospita inoltre numerose esposizioni temporanee su varie tematiche.

Essenza stessa dell’umanità locale è la Ciasa de ra Regoles, la Casa delle Regole. Austera ed essenziale, senza balconi e con gli affreschi esterni che propongono gli stemmi delle Regole Ampezzane, questa è la grande “casa” in cui risiedono le Regole d’Ampezzo, un ordinamento diffuso in varie zone dolomitiche, le cui origini risalgono a epoche molto antiche. Con esse vengono stabiliti i diritti di godere e gestire il territorio da parte della collettività locale, considerandolo un patrimonio inalienabile da trasmettere alle generazioni future. L’edificio ha dunque un enorme valore civile e culturale per i cortinesi, contenendo l’essenza stessa del loro vivere.
L’edificio, sulla cui facciata sono dipinti gli emblemi delle Regole partecipanti, si distingue anche per essere sede museale e del Parco Naturale delle Dolomiti d’Ampezzo. Non si può trascurare durante la visita a Cortina.

Come è ovvio che sia, non mancano le architetture militari e noi non potevamo non segnalarvi il Sacrario di Pocol che si distingue da molti altri per l’alta torre che ne costituisce il corpo centrale, da cui osservare un eccezionale panorama. Qui ci sono i resti di quasi diecimila soldati dei due fronti, affratellati dalla sofferenza e dalla morte.
Il Sacrario, malgrado la grigia monumentalità, induce al silenzio e al raccoglimento attraverso spazi disposti su più piani.

Come ogni visita che si rispetti, la nostra termina sempre in tavola. I primi piatti più famosi sono certamente i chenederli, palle di pan grattato ripiene di speck, spinaci, lardo o formaggio e serviti in brodo caldo o con burro fuso. I casunziei, ravioli a mezzaluna ripieni di rapa rossa o patata, conditi con burro fuso e semi di papavero, e i pestariei, pezzetti di pasta di farina bianca e acqua cotti in latte bollente salato; questo tipico piatto rappresentava l’antica colazione degli ampezzani.

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A passeggio per Noale tra medioevo e presente

La visita a Noale, storica cittadina posta al crocevia tra le province di Venezia, Treviso e Padova, inizia dal parcheggio di via Vecellio, posto a ridosso del centro fortificato. Da qui si possono percorrere gli spalti alberati, tra i due fossati che costituivano l’antico sistema di difesa, e godere di una bella vista panoramica sulla rocca, il suo mastio e le torri che hanno ospitato nel Medioevo la famiglia Tempesta.

Usciti dagli spalti sud, si attraversa la statale Treviso-Padova per giungere in piazza XX Settembre, uno dei due cuori pulsanti dell’antico borgo, dominata fino agli inizi del Novecento dalla facciata della chiesa trecentesca di San Giorgio, poi demolita. Sul lato a nord è possibile ammirare una serie di palazzi affrescati, caratteristica che fanno di Noale una delle cittadine più interessanti del Veneto per la straordinaria ricchezza di dipinti, in parte ancor oggi visibili (“bella, vaga e picta Noale”). Percorrendo i portici da est a ovest è possibile ammirare la facciata della casetta della fine del XV/inizio XVI secolo detta “dei Battuti”. La confraternita religiosa, impegnata nell’opera di assistenza ai poveri, malati e bisognosi, fondò qui l’ospedale di S. Maria dei Battuti.

Proseguendo oltre si trovano Palazzo Mocenigo, oggi sede della biblioteca comunale, costruito nel ‘400 e palazzo Condulmer (fine XV sec./inizio XVI sec.) con la facciata caratterizzata da vivaci motivi decorativi. Usciti dai portici sulla sinistra si può ammirare il palazzo Due Spade la cui facciata posta sul retro conserva una bifora quattrocentesca con ogiva. Al crocevia delle “4 strade” si trova la Colonna della Pace (1541-1543) unica opera di scultura conosciuta di Paolo Pino Veneziano, che ricorda la fine delle devastazioni degli eserciti di Cambrai.

Prima di oltrepassare la torre dell’orologio, una delle due porte del castello, si transita sotto il colonnato di Palazzo della Loggia che custodisce la pinacoteca Egisto Lancerotto, rappresentante della pittura veneta “verista” della seconda metà dell’Ottocento. La Torre trevigiana, che ci introduce all’interno del castello, oggetto di un recente restauro; sulla parete sud è visibile la lapide sepolcrale dedicata a Nicolò Tempesta deceduto il 26 marzo 1365, mentre sulla parte nord si trova il bronzo raffigurante la libertà, opera di Emilio Greco, dedicato a Pietro Fortunato Calvi, patriota italiano nato a Noale nel 1817, glorificato dal Carducci nell’ode Cadore (a lui è dedicato anche il monumento che si trova accanto alla torre). Entrati in piazza Castello sulla destra si trova una lunga serie di case e palazzi, molte dei quali affrescati. Essa si conclude sotto l’altra torre, porta del cervo, con Palazzo Lamberti, vero e proprio gioiello decorativo e architettonico.

La torre, anch’essa oggetto di restauro, ospita spesso mostre d’arte. Di grande pregio anche la casa, ora canonica, che conserva molte tracce di affreschi. Tornando indietro verso la piazza non può mancare una visita alla chiesa dei Ss. Felice e Fortunato (secc. XV XIX), piccolo museo con opere di Sansovino, Damiano Mazza, Palma il Giovane, Alvise Vivarini e Vittore Carpaccio. In piazza Castello, diretti verso la rocca, si può ammirare la facciata di Palazzo Negro (XV sec.) con un’armoniosa trifora. Prima di lasciare il centro, per visitare l’oasi naturalistica posta a nord della linea ferroviaria Venezia-Bassano gestita dal Wwf, merita una sosta la chiesa dell’Assunta (inizio sec. XVI), quello che rimane dell’antico monastero benedettino femminile.

All’interno si possono ammirare alcune opere d’arte, tra cui una Madonna del rosario e la pala raffigurante S. Francesco di Paola. Lasciato il centro, in direzione Treviso, si incontra la località di Moniego, dove si trova la chiesa parrocchiale appartenuta per un lungo periodo al Patriarcato di Aquileia: all’interno si trova la Cappella Grimani che conserva affreschi dei primi anni del ‘500.

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Alla scoperta di Pastrengo tra edifici militari e religiosi

In questo tratto del Veneto si combatterono le Guerre d’Indipendenza. Nei pressi del Lago di Garda e del Monte Baldo, a pochi chilometri da Verona, Pastrengo è un grazioso centro legato a doppio filo a questi importanti avvenimenti storici dell’800. Non a caso è ancora possibile visitare il Telegrafo ottico – recentemente restaurato e attrezzato a Museo risorgimentale didattico – e i quattro Forti austriaci: a Piovezzano il forte Degenfeld e a Pastrengo i forti Benedeck, il Nugent (nella foto) e il Leopold, costruiti tra il 1859 e il 1861 a difesa strategica delle colline di Pastrengo e Piovezzano. Tra gli edifici civili spiccano le corti e le ville private di casa Segattini, di casa Randina, e di villa Scappini che presenta all’interno una doppia loggia e all’esterno è dotata di un’alta torre chiamata “il colombaron”. Tra gli edifici religiosi, notevole è la Chiesa parrocchiale risalente al 1700: l’altare maggiore con il bellissimo tabernacolo di marmi variegati è datato 1788 ed è sovrastato da un dipinto ad olio con raffigurata “S.Elena che adora la croce”, opera del pittore veronese Francesco Lorenzi. Altri edifici religiosi degni di nota sono la Chiesa parrocchiale di Piovezzano (1800), i resti dell’antica chiesetta trecentesca di San Zeno, la chiesetta settecentesca di San Rocco e il più importante santuario di S.Maria di Pol.