Itinerari

Cortina d’Ampezzo non solo glamour

Non è solo la località sciistica più glamour del turismo invernale, fu anche la prima città italiana a organizzare i Giochi Olimpici Invernali, che fecero crescere il suo prestigio e la sua fama fuori dai confini. Eravamo nel 1956. Questo splendido luogo è Cortina d’Ampezzo!
Che si scii o meno una visita da queste parti è sempre un’idea grandiosa! Cortina d’Ampezzo è in assoluto la località sciistica italiana più conosciuta all’estero, oggi fin troppo inflazionata, ma noi vi invitiamo sempre ad apprezzare la realtà più autentica dei borghi in cui vi invitiamo ad andare.

Nonostante sia conosciuta come la “Regina delle Dolomiti”, posta nel cuore del versante orientale di queste meravigliose montagne, al centro della Conca d’Ampezzo, nell’alta Valle del Boite, che fu il bacino terminale di un antico ghiacciaio quaternario. Per i curiosi il Quaternario è il terzo e ultimo dei tre periodi che compongono l’era geologica del Cenozoico. E’ stato l’ultimo periodo di estrema variabilità climatica nella storia della Terra, caratterizzato da numerose glaciazioni.

Nonostante dunque il mito che la caratterizzi come cittadina votata allo sci, Cortina d’Ampezzo è altro. E’ un percorso tra chiesette, architetture civili, musei… e buon cibo.

Iniziamo il nostro percorso dalla chiesetta di San Francesco, nella piazzetta omonima, nel pieno centro del paese. Si tratta di una piccola cappella privata della famiglia ampezzana dei Costantini. Le sue forme molto sobrie, con una semplice facciata a capanna, il suo grazioso campanile a vela e la tipica copertura con scandole di larice, la rendono un gioiellino. Rimasta inalterata nei secoli, eccezion fatta per la grotta di Lourdes, fatta costruire nel 1913, sulla parete destra dell’unica navata dal sagrestano del tempo, Fedele Siorpaes.
Nell’unica aula interna, silenziosa e raccolta, spiccano sul fondo alcuni pregevoli affreschi del Trecento, notevolmente belli per chi ama il genere. Non troverete ricchi tesori d’arte dunque, ma sarete colpiti soprattutto dalla sua semplicità, in perfetta sintonia con il santo a cui è dedicata. Non se ne conoscono con precisione le origini, ma la sua esistenza è comunque documentata da una pergamena del 1396. Graziosa e suggestiva, in bella posizione tranquilla e defilata, merita!

Per gli appassionati di musei locali, Cortina nel centro congressistico Alexander Girardi Hall ha due Musei delle Regole d’Ampezzo:

Museo paleontologico Rinaldo Zardini, una raccolta di centinaia di fossili di ogni colore, forma e dimensione, trovati, radunati e catalogati dal fotografo ampezzano Rinaldo Zardini, appassionato di paleontologia. Tutti i pezzi esposti sono stati rinvenuti sulle Dolomiti e narrano di un’epoca in cui queste alte vette alpine si trovavano ancora sul fondale di un grande mare tropicale, popolato da invertebrati marini, pesci, coralli e spugne.

Museo etnografico Regole d’Ampezzo, allestito in una vecchia segheria “alla veneziana” ristrutturata, che sfruttava il moto idraulico del torrente Boite. Ivi sono esposti oggetti della vita quotidiana, contadina e pastorale di un passato non tanto lontano: sono conservati oggetti della religiosità popolare, testimonianze artistiche, utensili agricoli, tecniche di lavorazione dei materiali e abiti tipici di questa valle che vengono sfoggiati nelle maggiori occasioni.

Da non perdere poi il Museo d’arte moderna Mario Rimoldi con oltre 800 opere dei maggiori pittori del Novecento italiano: Campigli, Carrà, Cascella, de Chirico, de Pisis, Guttuso, Morandi, Mušič, Savinio, Severini, Sironi, Tomea e molti altri. Ospita inoltre numerose esposizioni temporanee su varie tematiche.

Essenza stessa dell’umanità locale è la Ciasa de ra Regoles, la Casa delle Regole. Austera ed essenziale, senza balconi e con gli affreschi esterni che propongono gli stemmi delle Regole Ampezzane, questa è la grande “casa” in cui risiedono le Regole d’Ampezzo, un ordinamento diffuso in varie zone dolomitiche, le cui origini risalgono a epoche molto antiche. Con esse vengono stabiliti i diritti di godere e gestire il territorio da parte della collettività locale, considerandolo un patrimonio inalienabile da trasmettere alle generazioni future. L’edificio ha dunque un enorme valore civile e culturale per i cortinesi, contenendo l’essenza stessa del loro vivere.
L’edificio, sulla cui facciata sono dipinti gli emblemi delle Regole partecipanti, si distingue anche per essere sede museale e del Parco Naturale delle Dolomiti d’Ampezzo. Non si può trascurare durante la visita a Cortina.

Come è ovvio che sia, non mancano le architetture militari e noi non potevamo non segnalarvi il Sacrario di Pocol che si distingue da molti altri per l’alta torre che ne costituisce il corpo centrale, da cui osservare un eccezionale panorama. Qui ci sono i resti di quasi diecimila soldati dei due fronti, affratellati dalla sofferenza e dalla morte.
Il Sacrario, malgrado la grigia monumentalità, induce al silenzio e al raccoglimento attraverso spazi disposti su più piani.

Come ogni visita che si rispetti, la nostra termina sempre in tavola. I primi piatti più famosi sono certamente i chenederli, palle di pan grattato ripiene di speck, spinaci, lardo o formaggio e serviti in brodo caldo o con burro fuso. I casunziei, ravioli a mezzaluna ripieni di rapa rossa o patata, conditi con burro fuso e semi di papavero, e i pestariei, pezzetti di pasta di farina bianca e acqua cotti in latte bollente salato; questo tipico piatto rappresentava l’antica colazione degli ampezzani.

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Portobuffolè - Fuoriporta

Portobuffolè un gioiello del Veneto Orientale

Piccolo, raccolto e di una bellezza struggente.
E’ Portobuffolè, la bomboniera medievale del Veneto Orientale.
E’ la meta del vostro Natale!
Puoi vederne le foto, i video e leggere le recensioni “googolandolo”, ma nulla sarà, come viverlo di persona.
La quiete, le viuzze, i suoi musei, ve ne sono tanti: il Museo di Gaia da Camino e i suoi affreschi del 1400 che oggi ospita l’artista Sonia Ros con la sua Mostra “Empty Eden”, il Duomo, la Chiesa di San Rocco, l’Oratorio di Santa Teresa, la Chiesa dei Servi sono tutti luoghi da visitare, resi ancor più belli dal clima del Natale.

Salite sulla Torre Comunale del X secolo, e dai suoi 28 metri d’altezza assaporate questo borgo, tra i Borghi più belli del Veneto! Dall’alto si dominano le viuzze in ciottolato e i bei palazzi trecenteschi con vista sui tetti e sulla campagna circostante fino alle montagne.

Tra le particolarità di Portobuffolè il Museo Atelier di Barbie: una raccolta di barbie i cui vestiti sono un’opera artigianale e l’imperdibile Museo dedicato al Ciclismo. Portobuffolè è il luogo giusto anche per immergersi nella cucina Veneta.

Dalla trippa, il tradizionale piatto della Fiera di Santa Rosa, il “radici e fasioi co a poenta” ovvero il radicchio di campo, condito a crudo con olio e aggiunta di fagioli e polenta… per concludere la Pinza, il tradizionale dolce della Befana fatto con la zucca, la buccia d’arancia e limone grattuggiata, la grappa, noci e fichi. Insomma, Portobuffolè è la meta natalizia dedicata all’arte, alla cultura e alla gastronomia.

Musei

Museo di Casa Gaia Da Camino
Il Museo è un esempio di casa-torre medievale con facciata ingentilita da bifore trilobate con capitelli a fior di loto.
Generalmente, al piano terra trovavano collocazione i depositi e gli ambienti per la servitù. Il primo dei piani superiori era il così detto piano nobile, composto da una grande sala di ricevimento (la caminata) con focolare. Questa stanza era probabilmente affiancata alle camere da letto dei signori. Più in alto, vivevano i domestici e gli schiavi. Nelle abitazioni più prestigiose, le cucine erano sistemate direttamente sotto il tetto, proprio per evitare i focolai d’incendio che, se propagatisi dal pian terreno, avrebbero potuto distruggere l’intera casa.
Considerando l’importanza della famiglia Da Camino, è lecito pensare che le cucine fossero state collocate all’ultimo piano, oggi purtroppo manomesso.
Attualmente, il più pregevole aspetto di Casa Gaia è l’opera ad affresco databile al XIV-XV secolo.
I piani superiori presentano delle piacevoli pitture il cui soggetto è la realtà cortigiana, con le visite del contado, i guerrieri con le loro sofisticate armature, le personificazioni delle Scienze a simboleggiare il cenacolo culturale che generalmente sorgeva intorno a una famiglia gentilizia, e i paesaggi, suggestivi nella prospettiva empirica dello stile gotico. La voce popolare immagina, poi, che nelle due figure monocrome che incorniciano la finestra del corridoio al primo piano, si possano individuare i ritratti di Tolberto e Gaia Da Camino immortalati quasi a ben accogliere gli ospiti.
A tutt’oggi, la paternità di quest’opera è sconosciuta. Al primo piano è dipinta un’iscrizione attributiva espressa in sigla (P.E.F) , ancora non compresa. È consuetudine in presenza di sigle, interpretare la lettera “F” con i termini latini “fecit” (fece) oppure “fecerunt” (fecero), conservando purtroppo l’incognita sul numero di persone che la realizzarono.
Alcune parti si differenziano per una maturità stilistica tale, che non può semplicisticamente essere dovuta a ragioni anagrafiche dell’esecutore, ma necessariamente a evoluzioni culturali su ampia scala. È pertanto corretto affermare che qui, a Casa Gaia Da Camino, siano attestate le modalità con cui si verificò il passaggio dallo stile gotico al Rinascimento sul territorio dell’Alto Livenza.
In questo momento il museo ospita delle Mostre di Arte Contemporanea. In questo momento ospita un’artista molto quotata ed importante che opera a Venezia. L’artista è Sonia Ros e il titolo della sua Mostra è Empty Eden, curata da Afrodite Oikonomidou

Museo del Ciclismo: nella sua nuova sede in Borgo Servi
Nell’ambito del Comune di Caneva (PN), e più precisamente nella frazione di Stevenà, v’era fino al 1973 uno dei primi “virtuali” musei del ciclismo nel contesto di una taverna-trattoria che prendeva il nome dal suo proprietario: Toni Pessot, grande appassionato di ciclismo.
Questa raccolta comprendeva maglie iridate, gialle, rosa, oro, arancioni, tricolori, azzurre e nere, simboli gloriosi conquistati da grandi campioni. Gino Bartali, sprovvisto di trofei perché li aveva ormai regalati ad altri appassionati, per non rimanerne escluso, aveva donato un trofeo fuori dal comune: una canottiera di lana pesante, confezionata dalla madre e ancora intrisa del suo indelebile sangue versato in seguito alla spettacolare caduta da un ponte di legno al suo primo Tour de France.
L’elenco potrebbe continuare a lungo, perché sono molti gli atleti che hanno contribuito entusiasticamente a rendere prestigiosa la collezione.
A cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, Civiltà Alto Livenza, associazione fondata nel 1988, elaborò un progetto globale di riqualificazione dell’area/sistema alto-liventina sulla base delle peculiarità esistite o esistenti in ciascuno dei 15 comuni che formano l’omonimo distretto.
Fu naturale per questo sodalizio decidere di fondare un Museo del Ciclismo, vista la precedente esperienza di Toni Pessot e viste le importanti figure dell’ambito ciclistico nate sull’area dell’Alto Livenza, la continua passione per questo sport ancora ben radicata nella comunità e il pericolo che tutto ciò venisse dimenticato.
Fu così che nel 1995 venne inaugurato a Portobuffolè, negli spazi di Casa Gaia Da Camino, il Museo del Ciclismo “Alto Livenza”, dedicato a Giovanni Micheletto (Sacile, 1889 – Sacile, 1958), vincitore del 4° Giro d’Italia con la mitica Atala, e a Duilio Chiaradia, (Sacile, 1921- Como 1991), primo grande cineoperatore della Rai e inventore della ripresa televisiva sportiva, in particolare di quella ciclistica, che gli meritò la fama di “scrittore per immagini”.
Da allora la collezione è notevolmente aumentata, con cimeli di sempre maggior pregio. Attualmente, è uno dei più importanti musei italiani dedicati al ciclismo.

Museo della Civiltà dell’Alto Livenza: presso la Torre Civica
Il museo della torre civica nasce dall’esigenza di raccontare il recente passato, illustrando come è nata e come si è sviluppata la cultura di arti e mestieri nell’area dell’Alto Livenza. Vi trovano posto oltre 2000 pezzi donati da cittadini di Portobuffolè, ma anche di altri comuni dell’area, che hanno voluto contribuire a creare questa interessante raccolta.
Gli oggetti esposti rappresentano le attività che nell’ultimo secolo hanno fatto parte della vita quotidiana degli abitanti di queste zone. Vi troviamo molti attrezzi utilizzati in agricoltura. È esposto tutto ciò che serviva un tempo per ricavare il vino, dal torchio dei primi del 900 alle botti e ai tini. Di particolare rilievo i gioghi in legno, che venivano utilizzati per il bestiame impegnato nei lavori dei campi. Scale di tutte le dimensioni, falci, badili, sgranatrici utilizzate non molto tempo fa da adulti e bimbi per sgranare la biada. È possibile anche ammirare la tagliafoglie, attrezzo impiegato per recidere le foglie dei gelsi da utilizzare nella lavorazione del baco da seta, attività tipica fino a qualche decennio addietro. Interessante la ricostruzione di un carretto interamente realizzato in legno, restaurato in tempi recenti, ma risalente alla prima metà del 900. Si tratta di uno dei pochi mezzi di trasporto che i contadini locali utilizzavano facendolo trainare dal bestiame nel lavoro dei campi oppure dai cavalli per trasportare le persone.
Una seconda serie di attrezzi è dedicata alla storia della lavorazione del legno. Grandi banchi da marangon (falegname) testimoniano le attività del falegname che un tempo lavorava nella sua officina artigianale utilizzando un banco completo di morse e attrezzi vari come seghe di tutte le misure, frese, scalpelli, pialle, e soraman (pialle di grandi dimensioni utilizzate per le superfici più estese). È possibile anche ammirare un banco portatile che veniva utilizzato nelle trasferte, quando l’artigiano si spostava nelle varie famiglie che necessitavano del suo intervento. Di particolare pregio la combinata del 1938, una delle più antiche macchine per la lavorazione del legno utilizzata nelle prime fabbriche della zona e impiegata a scopo dimostrativo fino a qualche decennio fa.
Altre attività praticate soprattutto in ambito domestico erano filatura e tessitura, cui si dedicavano in prevalenza le donne. Nel museo troviamo delle macchine da tessitura ancora funzionanti. Pur essendo proprietà di famiglie della zona, in origine queste macchine furono realizzate nelle filande di Biella e, una volta dimesse dall’attività industriale, vennero distribuite nelle famiglie per realizzare lavori di tipo più artigianale. In quest’ambito ritroviamo alcune macchine da cucire di pregio che venivano usate dalle donne per confezionare i capi d’abbigliamento per tutta la famiglia in tempi in cui la povertà faceva da padrona assoluta.
Vi sono all’interno del percorso anche oggetti di uso quotidiano come solferine, usate per accendere il fuoco con lo zolfo, suppellettili varie, vasi da latte e arnesi da cucina tipici della civiltà rurale. L’intero patrimonio di oggetti è disposto sui diversi livelli della torre, che, oltre al piano terra, conta quattro altri piani. Centoquattordici gradini costituiscono la via d’accesso all’edificio. La prima rampa di scale è realizzata in pietra e porta fino all’ingresso del palazzo del Fontego. Da qui poi ci si imbatte in una serie di scalini in legno che conducono al portone d’ingresso del torrione. Anche i piani interni della torre sono collegati da scalini di legno.
Da sottolineare che arrivati all’ultimo piano si può ammirare un panorama davvero unico. Da un lato si estende la grande spianata verde dei Pra’ de Gai, dall’altro si delinea il corso del fiume Livenza, che fino al 1911 scorreva sotto il ponte di Porta Friuli. Un paesaggio incantevole che si può godere solo in cima ai ventotto metri della torre.

Museo Atelier di Barbie: raccolta di barbie i cui vestiti sono un’opera artigianale
La Barbie, bambola dei tempi moderni, si può declinare in centinaia di versioni. Per raccontare mode, epoche, tendenze. C’è la Barbie “italiana”, perfetta per la Festa della Repubblica col Tricolore come vestito, e c’è pure la Barbie soldatessa che anticipa l’apertura dell’esercito alle donne militari. C’è poi la Barbie tutta pizzi e crinolina che sembra ricordare la regina Maria Antonietta e c’è persino una Barbie “canterina” che sembra misurarsi con le cantanti d’opera impegnte sul palco. Benvenuti nell’”Atelier di Barbie”, la mostra permanente allestita nelle ex scuole elementari di Portobuffolè. Un “atelier” frutto della bella collezione donata al comune dalla signora Grazia Collura, genovese di nascita, da quindici anni residente a Treviso.

 

Eventi realizzati durante dell’anno

Ogni seconda domenica del mese il Mercatino dell’Antiquariato;
Evento il 01.01.2021 : “Io c’ero” (probabilmente quest’anno verrà annullato perchè porta assembramento)
Festa di Primavera
Gaiajazz
Rievocazione storica ogni 2 anni
Festa di santa Rosa
Festa d’Autunno
Mercatino di Natale

Piatti tipici

trippe
baccalà e polenta
salumi vari nel tagliere
radicchio e fagioli
il bollito misto
pasta e fagioli
Fegato alla veneziana

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A passeggio per Noale tra medioevo e presente

La visita a Noale, storica cittadina posta al crocevia tra le province di Venezia, Treviso e Padova, inizia dal parcheggio di via Vecellio, posto a ridosso del centro fortificato. Da qui si possono percorrere gli spalti alberati, tra i due fossati che costituivano l’antico sistema di difesa, e godere di una bella vista panoramica sulla rocca, il suo mastio e le torri che hanno ospitato nel Medioevo la famiglia Tempesta.

Usciti dagli spalti sud, si attraversa la statale Treviso-Padova per giungere in piazza XX Settembre, uno dei due cuori pulsanti dell’antico borgo, dominata fino agli inizi del Novecento dalla facciata della chiesa trecentesca di San Giorgio, poi demolita. Sul lato a nord è possibile ammirare una serie di palazzi affrescati, caratteristica che fanno di Noale una delle cittadine più interessanti del Veneto per la straordinaria ricchezza di dipinti, in parte ancor oggi visibili (“bella, vaga e picta Noale”). Percorrendo i portici da est a ovest è possibile ammirare la facciata della casetta della fine del XV/inizio XVI secolo detta “dei Battuti”. La confraternita religiosa, impegnata nell’opera di assistenza ai poveri, malati e bisognosi, fondò qui l’ospedale di S. Maria dei Battuti.

Proseguendo oltre si trovano Palazzo Mocenigo, oggi sede della biblioteca comunale, costruito nel ‘400 e palazzo Condulmer (fine XV sec./inizio XVI sec.) con la facciata caratterizzata da vivaci motivi decorativi. Usciti dai portici sulla sinistra si può ammirare il palazzo Due Spade la cui facciata posta sul retro conserva una bifora quattrocentesca con ogiva. Al crocevia delle “4 strade” si trova la Colonna della Pace (1541-1543) unica opera di scultura conosciuta di Paolo Pino Veneziano, che ricorda la fine delle devastazioni degli eserciti di Cambrai.

Prima di oltrepassare la torre dell’orologio, una delle due porte del castello, si transita sotto il colonnato di Palazzo della Loggia che custodisce la pinacoteca Egisto Lancerotto, rappresentante della pittura veneta “verista” della seconda metà dell’Ottocento. La Torre trevigiana, che ci introduce all’interno del castello, oggetto di un recente restauro; sulla parete sud è visibile la lapide sepolcrale dedicata a Nicolò Tempesta deceduto il 26 marzo 1365, mentre sulla parte nord si trova il bronzo raffigurante la libertà, opera di Emilio Greco, dedicato a Pietro Fortunato Calvi, patriota italiano nato a Noale nel 1817, glorificato dal Carducci nell’ode Cadore (a lui è dedicato anche il monumento che si trova accanto alla torre). Entrati in piazza Castello sulla destra si trova una lunga serie di case e palazzi, molte dei quali affrescati. Essa si conclude sotto l’altra torre, porta del cervo, con Palazzo Lamberti, vero e proprio gioiello decorativo e architettonico.

La torre, anch’essa oggetto di restauro, ospita spesso mostre d’arte. Di grande pregio anche la casa, ora canonica, che conserva molte tracce di affreschi. Tornando indietro verso la piazza non può mancare una visita alla chiesa dei Ss. Felice e Fortunato (secc. XV XIX), piccolo museo con opere di Sansovino, Damiano Mazza, Palma il Giovane, Alvise Vivarini e Vittore Carpaccio. In piazza Castello, diretti verso la rocca, si può ammirare la facciata di Palazzo Negro (XV sec.) con un’armoniosa trifora. Prima di lasciare il centro, per visitare l’oasi naturalistica posta a nord della linea ferroviaria Venezia-Bassano gestita dal Wwf, merita una sosta la chiesa dell’Assunta (inizio sec. XVI), quello che rimane dell’antico monastero benedettino femminile.

All’interno si possono ammirare alcune opere d’arte, tra cui una Madonna del rosario e la pala raffigurante S. Francesco di Paola. Lasciato il centro, in direzione Treviso, si incontra la località di Moniego, dove si trova la chiesa parrocchiale appartenuta per un lungo periodo al Patriarcato di Aquileia: all’interno si trova la Cappella Grimani che conserva affreschi dei primi anni del ‘500.

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Ficarolo, dove il Po illumina la vita

Ficarolo, dove il Po illumina la vita

Undici pregiate statue in stucco, che sembrano quasi dominare dall’alto la chiesa e i visitatori, manufatti restaurati e attribuibili alla mano di Alessandro Turchi, scultore ferrarese. Siamo nella Chiesa Arcipretale di S. Antonino Martire di Ficarolo, un piccolo comune veneto, ricco di perle. Salite sul campanile pendente, un panorama bellissimo sul Po con tramonto da favola e la particolarissima chiesa arcipetrale a pianta ovale, saranno il suo bigliettino da visita! Dalla sommità è impressionante il panorama che si può godere, la vista si perde tra i campi fino a scorgere in lontananza persino le torri di Ferrara.

Il Grande Fiume, il Po, scandisce la vita di questo borgo, da secoli. Si insinua in due strette curve chiamate “Curva dello Zuccherifico” e “Curva di Tontola”. Tra queste due svolte opposte che formano l’ansa in cui sorge Ficarolo, scorre il ponte che unisce il Veneto all’Emilia Romagna. Lungo la riva del fiume sono ormeggiati i caratteristici imbarcaderi, affascinanti da ammirare.

Il Po al tramonto e nei periodi di piena è uno dei luoghi più romantici in cui vi sia capitato di stare. Molte persone corrono, pedalano o semplicemente passeggiano lungo la strada arginale, attirate dalle particolari brezze e dalla vista rilassante. È qui che si pesca lo storione, che da queste parti, viene sapientemente cucinato con spaghetti o bigoli.

Il ponte sul Po di Ficarolo che collega Veneto ed Emilia, è percorso dalla Romea Strata un percorso che ricalca in parte il tracciato di un’antica strada medievale, che collegava Venezia a Roma (da cui il nome) e che aveva funzione commerciale, oltre a costituire una via di transito per i pellegrini cristiani diretti alla città eterna e per questo detti romei.

Il 19 giugno 2019, l’UNESCO ha proclamato il tratto mediano del Po Riserva MaB. Questa nuova area include 85 comuni in tre regioni: Lombardia, Emilia Romagna e Veneto. Il tratto ficarolese del Grande Fiume vede così riconosciuta a livello mondiale l’unicità della biosfera e dell’ecosistema nel comune rivierasco. Il Po è il fiume più lungo con la più alta portata d’acqua in Italia e uno dei più grandi in Europa. La diversità culturale è molto alta nella Riserva della Biosfera, la sua istituzione si aggiunge a due Riserve della Biosfera create di recente lungo il fiume Po, il Delta del Po (2015) e la Collina Po (2016).

Un tocco dell’eleganza del 1500 è data dalla Villa Giglioli ispirata all’architettura militare estense. L’edificio è servito da esempio per altre ville più recenti costruite nei secoli nei paesi vicini, come quelle settecentesche di Calto e Stienta ed altre nella vicina Bondeno e dintorni. Stucchi, dipinti a grottesche, lapidi marmoree affisse sulla facciata, non è un caso che numerosi siano stati i passaggi illustri in questo luogo, tra questi la Regina Cristina di Svezia, che vi sostò nel 1600.

Ficarolo ti attende.

Alla scoperta di Pastrengo tra edifici militari e religiosi

In questo tratto del Veneto si combatterono le Guerre d’Indipendenza. Nei pressi del Lago di Garda e del Monte Baldo, a pochi chilometri da Verona, Pastrengo è un grazioso centro legato a doppio filo a questi importanti avvenimenti storici dell’800. Non a caso è ancora possibile visitare il Telegrafo ottico – recentemente restaurato e attrezzato a Museo risorgimentale didattico – e i quattro Forti austriaci: a Piovezzano il forte Degenfeld e a Pastrengo i forti Benedeck, il Nugent (nella foto) e il Leopold, costruiti tra il 1859 e il 1861 a difesa strategica delle colline di Pastrengo e Piovezzano. Tra gli edifici civili spiccano le corti e le ville private di casa Segattini, di casa Randina, e di villa Scappini che presenta all’interno una doppia loggia e all’esterno è dotata di un’alta torre chiamata “il colombaron”. Tra gli edifici religiosi, notevole è la Chiesa parrocchiale risalente al 1700: l’altare maggiore con il bellissimo tabernacolo di marmi variegati è datato 1788 ed è sovrastato da un dipinto ad olio con raffigurata “S.Elena che adora la croce”, opera del pittore veronese Francesco Lorenzi. Altri edifici religiosi degni di nota sono la Chiesa parrocchiale di Piovezzano (1800), i resti dell’antica chiesetta trecentesca di San Zeno, la chiesetta settecentesca di San Rocco e il più importante santuario di S.Maria di Pol.