Itinerari

Santa Fiora, bellezza, arte e cultura per il Natale in Toscana

Santa Fiora capitale di un’antica contea e la sua collezione di Robbiane
Santa Fiora, piccolo borgo della provincia di Grosseto sulle pendici del Monte Amiata, noto come paese dell’acqua e della musica, è destinato a farsi conoscere anche per essere stata per circa 7 secoli la capitale di una contea e per il suo patrimonio artistico. L’amministrazione comunale sta, infatti, portando avanti diversi progetti ambiziosi che mettono al centro le risorse culturali, a partire dalla valorizzazione della collezione di ceramiche robbiane, custodite nella Pieve delle Sante Floria e Lucilla, una delle più corpose e importanti al mondo, passando per la narrazione del passato minerario di questa comunità con il Museo delle Miniere, che si è conquistato uno spazio su google Arts and Culture, fino ad arrivare ad un progetto di grande valenza storica e scientifica, che ha coinvolto insieme al Comune, la Regione Toscana e i ricercatori dell’Università di Firenze per trasformare in un museo le antiche carceri ducali di Santa Fiora, svelando gli ambienti di vita carceraria, rimasti chiusi per secoli. Il discendente di Casa Sforza Cesarini ha messo a disposizione di questo progetto la sua collezione privata di famiglia compresi documenti unici, come lo scambio di lettere, tra i Conti Sforza e i sovrani d’Europa.

Le robbiane di Santa Fiora
Nell’antica Pieve delle Sante Flora e Lucilla di Santa Fiora è custodita una delle più imponenti e significative collezioni di ceramiche robbiane. I Della Robbia erano una famiglia di scultori italiani specializzati nella tecnica della terracotta policroma invetriata, che era stata inventata da Luca Della Robbia nella sua bottega fiorentina intorno al 1440. Una tecnica che ebbe grande successo nel Rinascimento, per il risultato finale che garantiva: i colori erano sorprendentemente luminosi e soprattutto resistenti agli agenti atmosferici, quindi adatti anche all’esterno. Se Luca aveva avuto il merito di sperimentare per primo l’invetriatura, fu il nipote Andrea della Robbia, figlio del fratello, a portare a grandissima diffusione questa arte, divenendo presto capobottega dell’officina ereditata dallo zio. Le Robbiane di Santa Fiora sono attribuite alla mano di Andrea della Robbia, che realizzò queste opere su commissione del conte Guido Sforza, signore di Santa Fiora, per ornare la cappella privata di famiglia.
Le Robbiane che possiamo ammirare nella Pieve di Santa Fiora sono: il Battesimo di Gesù, la Madonna della Cintola, l’Ultima Cena con l’Ascensione di Gesù al cielo e la Resurrezione (il pulpito), un trittico raffigurante l’incoronazione della Vergine e i Santi Francesco e Girolamo. Completano il ciclo delle opere un crocefisso e un tabernacolo degli olii santi.
Nella Pieve è presente anche un reliquiario delle Sante Flora e Lucilla, del XV secolo che il Comune è riuscito a far “rientrare” nella Pieve dopo 30 anni di permanenza nel Museo diocesano di Pitigliano, grazie ad un accordo con la Diocesi. Si tratta di un unicum dal punto di vista storico, in quanto questo reliquiario reca le effigi degli Aldobrandeschi e degli Sforza, ovvero degli sposi che rappresentarono il passaggio fra le due dinastie che esercitarono la sovranità sulla contea di Santa Fiora.

Visitando il paese è possibile ammirare altre robbiane: la località è dominata dalle strutture difensive medievali degli Aldobrandeschi, come la torre quadrata e la torretta dell’orologio nella piazza principale. E proprio al centro dell’orologio è ben visibile una ceramica invetriata dei Della Robbia, elemento superstite dell’antico orologio originario.
Un’altra ceramica dei Della Robbia, raffigurante le sante Flora e Lucilla, è ben visibile sulla facciata di ingresso della chiesa della Madonna delle Nevi, nel terziere del Montecatino, detta anche chiesa della Pescina. Costruita intorno al 1640, nel luogo dove prima era posto un tabernacolo con l’immagine della vergine, questa chiesina addossata all’antica vasca d’acqua della Peschiera, ha la particolarità di essere stata edificata nel punto in cui si trovano le sorgenti del Fiume Fiora, visibili dal pavimento in vetro dell’edificio.

Il Museo delle Miniere su google art culture
A seguito di un accordo tra il Ministero dei beni Culturali ed il Direttore del Google Cultural Institute Amit Sood, nel 2015 è stato presentato il progetto che porta anche in Italia sulla piattaforma del Google Cultural Institute, una selezione di Musei e collezioni private nazionali. Il Museo delle Miniere di Mercurio del Monte Amiata fa parte di queste 60 istituzioni museali.

Le carceri ducali diventano un museo
Arriva la collezione privata del discendente del casato Sforza
Raccontare il passato illustre di Santa Fiora, che per secoli è stata capitale di una Contea. Questo sarà possibile grazie ad un articolato progetto promosso dall’amministrazione comunale, che parte dalla ristrutturazione delle antiche carceri ducali per trasformarle in un museo. Una collezione privata di dipinti e documenti storici che Francesco Sforza Cesarini, discendente del Casato Sforza ha ceduto in comodato d’uso al Comune di Santa Fiora per 15 anni arricchirà il patrimonio di Santa Fiora. Un patrimonio di grandissimo valore storico, scientifico e documentaristico destinato ad essere un richiamo sicuro per appassionati e studiosi della materia, ma anche per i turisti.

La donazione di Francesco Sforza Cesarini
I ritratti che fanno parte del patrimonio coprono la storia del casato attraverso gli Aldobrandeschi che confluirono negli Sforza nel XV secolo: dal capostipite Muzio Attendolo, capitano di ventura al servizio dei re Angioini di Napoli e chiamato “Sforza” (Forte) per la sua prestanza, passando per Francesco e poi per Bosio, il fondatore del ramo di Santa Fiora e terzogenito di Muzio Attendolo.
Sposando Cecilia Aldobrandeschi, una delle tre figlie di Guido, ultimo degli Aldobrandeschi Conti sovrani di Santa Fiora, Bosio fu il fondatore del ramo di Santa Fiora che proprio dal 1439 da piccolo “Stato” diverrà per quasi due secoli la contea sforzesca fino al 1633, quando la sovranità fu ceduta al Granducato di Toscana con allora Ferdinando II de’ Medici.
Poi l’unione con i Cesarini nel 1673 tra Federico Sforza e Livia Cesarini. E gli ultimi ritratti che risalgono alla fine del secolo XIX.
Grazie ad un approfondito studio della collezione da parte della storica dell’arte Carla Benocci, ogni quadro è stato individuato e correlato con una breve biografia. Benocci ha potuto individuare in molti casi i prototipi per i ritratti e possiamo oggi attribuire qualche dipinto ad artisti certi invece di un più generico “scuola di…”. La maggior parte dei ritratti sono citati in un inventario del 1713.
Le opere di Palazzo Sforza Cesarini. Due cicli di affreschi cinquecenteschi e seicenteschi decorano le stanze del palazzo, che fu sede della Contea degli Sforza. Il primo ciclo illustra “Le quattro stagioni” e si trova nell’attuale ufficio del sindaco, mentre nell’anticamera si trova “Le ore del giorno”. Nella sala consiliare un camino rinascimentale e la campana civica del 1589. Nel grande Salone del popolo lo stemma originale di Casa Sforza in legno dorato.

Il Ghetto
Gli ebrei di Santa Fiora vissero una condizione di privilegio quando nel 1500 nacquero i ghetti nel resto d’Italia. La Contea di Santa Fiora, che godeva di piena autonomia, rimase fuori dall’ondata di repressione dello Stato Pontificio e nel Granducato di Toscana. Successivamente le condizioni mutarono e gli ebrei dovettero lasciare Santa Fiora. Oggi il ghetto è parte del centro storico e costituisce un’interessante parte del borgo.

La Peschiera
Nel Medioevo i Conti Aldobrandeschi, signori di Santa Fiora, fecero costruire una peschiera alle sorgenti del fiume Fiora, dove allevavano pesci. I conti Sforza poi la ristrutturarono per farne un ameno luogo di rappresentanza finquando, nel XVII secolo, fu nuovamente restaurata per farne un giardino all’inglese. La vasca in pietra è ancora oggi uno degli angoli più affascinanti dell’Amiata, corredato da un ampio giardino. Adiacente all’ingresso vi è la Chiesa dedicata alla Madonna delle Nevi, con un suggestivo pavimento in vetro sotto al quale scorrono le acque della sorgente e vanno a riprodursi le trote della Peschiera.

Alatri, la città dell’Acropoli dove il Natale è “al centro”

I tempi cambiano? Noi cambiamo con loro. E viceversa! Siamo in grado di farlo. Lo insegna la storia.
Non bisogna cedere alle vicende. È Natale.
Va vissuto e celebrato al meglio. Tutti insieme. Quest’anno utilizzeremo strumenti diversi, con lo stesso entusiasmo.

La nostra piazza e il nostro salotto, saranno Facebook. Ma non solo.
Ad Alatri possiamo contare su una storica emittente televisiva, che da tantissimo tempo, regala immagini, storie, notizie e permette ai cittadini di mantenere un legame indissolubile con la propria città, si tratta di Ernica TV.

In questo scenario, virtuale sì, ma sempre sincero, accorato, genuino, festeggeremo e celebreremo queste festività.

Si potranno inviare, utilizzando le Pagine social, messaggi video a persone lontane, vicine, sconosciute. Racconti, barzellette, modi di dire, sogni, speranze, saluti, ricette, addobbi, video, foto. Liberare la propria immaginazione e condividere la speranza che, in ogni casa, resta il cuore, il fulcro vero, del Natale.

Verranno trasmessi sui canali di Ernica TV concerti ed esibizioni di altro genere.

Possono partecipare tutti. Associazioni, commercianti, cittadini, giovani e meno giovani.

L’iniziativa è a cura della Pro Loco di Alatri in collaborazione con il Comune di Alatri, Assessorato alla Cultura, con il Contributo della Presidenza del Consiglio Regionale del Lazio.

A breve i dettagli sulla pagina fb www.facebook.com/Natalealcentroalatri e sui canali social https://www.facebook.com/proloco.alatri e del https://www.facebook.com/comune.alatri.fr.it

Cosa vedere ad Alatri

L’ACROPOLI
L’ Acropoli di Alatri – detta Civita – è posta nel cuore del centro storico, sulla cima del colle.È di notevole interesse per le sue mura in opera poligonale, costituite da diversi strati di megaliti polimorfici che spesso raggiungono la lunghezza di 3 metri, provenienti dalla stessa collina e fatti combaciare perfettamente ad incastro senza l’ausilio di calce o cementi.
Il perimetro delle mura è di 2 km. L’acropoli, oltre alla rampa d’accesso, presenta due porte: la Porta Maggiore e la Porta Minore o dei Falli. La Porta Maggiore è posizionata nel tratto sudorientale dell’Acropoli, all’opposto della porta dei falli posizionata verso nord-ovest.Su di una roccia affiorante, nella parte più alta dell’Acropoli, è stato rinvenuto nel 2008, un graffito rappresentante un templum (triplice cinta), perfettamente orientato astronomicamente.

BASILICA DI SAN PAOLO APOSTOLO – CHIESA CONCATTEDRALE
Sulla sommità dell’acropoli, sul podio di un antico ierone (altare ernico) e sui resti di un tempio dedicato a Saturno sorgono rispettivamente la Basilica di San Paolo apostolo e l’attiguo Vescovado, risalenti al periodo alto medioevale: ne abbiamo notizie fin dal 930.A seguito di un importante intervento di ristrutturazione effettuato nel corso del XVIII secolo, entrambi gli edifici si presentano al visitatore moderno con linee e forme settecentesche. La facciata della cattedrale, in pietra e laterizio, è stata realizzata assieme al campanile da Jacopo Subleyras tra il 1790 e il 1808; il modello è quello delle maggiori basiliche romane, con la presenza di un unico ordine di paraste a binati.
Nel 1884 furono aggiunti l’attico e il timpano. La cattedrale venne dichiarata basilica minore da papa Pio IX nella sua prima visita in città nel 1850, ma altra fonte sostiene che la dignità ufficiale di basilica minore le fu conferita da papa Pio XII nel settembre del 1950. L’interno è a croce latina, a tre navate e con un lungo transetto sopraelevato in corrispondenza del presbiterio.Tra il materiale artistico di pregio custodito nel luogo sacro vanno annoverati i reperti di un pergamo cosmatesco risalente al 1222.
La chiesa conserva parte delle reliquie del patrono della città, San Sisto I Papa; esse si trovano all’interno di un’antichissima urna di piombo, sul cui coperchio è incisa la scritta: «HIC RECONDITUM EST CORPUS XYSTI PP. PRIMI ET MARTIRIS».
In fondo alla navata destra, si conserva inoltre il corpo di S.Alessandro martire, estratto dal cimitero di S. Callisto, donato nel 1640 alla chiesa di Alatri.

CHIESA COLLEGIATA SANTA MARIA MAGGIORE
La chiesa collegiata di Santa Maria Maggiore risale al V secolo: fu edificata sulle rovine di un tempio pagano. L’aspetto romanico-gotico si deve principalmente alle profonde modificazioni operate nel XIII secolo.Dell’esterno va segnalato il grande rosone realizzato agli inizi del XIV secolo. Nella chiesa sono conservate pregevoli opere quali il gruppo ligneo della Madonna di Costantinopoli (XIII secolo), il Trittico del Redentore di Antonio da Alatri, la Vergine con il Bambino e san Salvatore (prima metà del XV secolo) e il fonte battesimale del XIII secolo.

CHIESA DI SAN FRANCESCO
Costruita tra la seconda metà del XIII secolo e la prima metà del XIV, si caratterizza per una struttura compatta, in stile gotico; la facciata presenta un portale archiacuto e un rosone a colonnine radiali. L’interno, in un’unica navata, venne ristrutturato in epoca barocca e conserva una nota Deposizione di scuola napoletana del Seicento, e un mantello risalente al XIII secolo attribuito a S. Francesco D’Assisi.

IL CRISTO NEL LABIRINTO
La chiesa di S. Francesco aveva annesso un contiguo convento, i cui ambienti sono adibiti a sala espositiva, e sono noti come il “Chiostro”.
In un’angusta intercapedine dell’ex-convento si trova un affresco di notevole interesse raffigurante un Cristo Pantocratore al centro di un labirinto.La pittura è venuta alla luce grazie ad un ritrovamento casuale nel 1996, poco prima che l’ambiente del Chiostro, restaurato dall’amministrazione comunale di allora, riaprisse l’intero edificio al pubblico come luogo deputato ad attività culturali, rassegne di vario genere e convegni.
Il significato, l’origine e la datazione del dipinto sono tuttora oggetto di studi attenti e spesso contrastanti tra di loro, in parte dovuta all’eccezionalità della pittura che appare come un “unicum” nel panorama artistico locale e in parte al profondo degrado in cui versa l’opera e che rende difficile la lettura della stessa.

CHIESA DI S. SILVESTRO
Ubicata nell’antica Grancia delle Piagge (dial. Piaje), venne costruita tra il X e l’XI secolo in un’unica navata, alla quale nel 1331 vennero aggiunte la navata sinistra e la sagrestia. Mantiene le linee romaniche: l’austera semplicità della struttura esterna, la sobrietà dell’interno ed il soffitto a capriate lignee offrono al visitatore suggestioni dal sapore antico.Notevole, per l’intensità di espressione e per la sua antica fattura, è l’affresco di San Silvestro con il drago del XII secolo collocato sul lato destro dell’abside. Sul lato opposto immagini votive, rappresentazioni del Nuovo Testamento e successioni di santi, databili tra il XIII ed il XV secolo. Dall’interno della Chiesa si può accedere alla cripta del IX secolo con volte a crociera e un affresco di Santo Benedicente, di fattura bizantineggiante.

CHIESA DEGLI SCOLOPI
La Chiesa degli Scolopi fu realizzata tra il 1734 ed il 1745 su progetto del padre calasanziano Benedetto Margariti da Manduria ed è dedicata allo Sposalizio della Vergine.La facciata, in travertino, è concepita come un organismo architettonico a sé stante, e reinterpreta motivi borrominiani; si dispone su due registri orizzontali attraverso un doppio ordine di lesene tuscaniche che inquadrano, al di sotto di un ampio timpano mistilineo, l’unico portale di ingresso con la sovrastante finestra centrale. La grande compostezza del prospetto si conclude con la sequenza verticale delle finestre incorniciate da larghe membrature aggettanti nelle sezioni laterali; queste, secondo l’originario progetto, non portato a compimento, dovevano terminare con due campanili gemelli.L’interno, a croce greca , con terminazioni absidate, è dominato dalla tensione ascensionale delle lesene corinzie, raccordate fra loro da una trabeazione ininterrotta, su cui si impostano le grandi arcate a tutto sesto che sorreggono la cupola. Molto curata la monocroma decorazione a stucco delle superfici murarie, sulle quali risaltano per contrasto le grandi tele settecentesche, poste ad ornamento dei tre altari della chiesa: sull’altare maggiore troviamo lo Sposalizio della Vergine, dipinto nel 1731 da Carmine Spinetti, mentre sui due laterali trovano posto una Crocifissione del pittore veneto Benedetto Mora e un’opera non firmata raffigurante San Giuseppe Calasanzio, realizzata nella seconda metà del Settecento per celebrare il padre fondatore dell’Ordine degli Scolopi.La chiesa, chiusa al culto, ospita esposizioni ed eventi di vario genere.

GRANCIA DI TECCHIENA
Sorge alle pendici del piccolo colle Monticchio, sul quale, intorno all’XI secolo, sorsero per volontà del popolo di Alatri alcune fortificazioni. Continue contese con la vicina Ferentino, sfociate in autentiche azioni belliche, indussero nel 1245 papa Innocenzo IV a privare il comune alatrino di qualsiasi diritto su ciò che restava del castello, incamerando l’area di Tecchiena nei beni della Chiesa e rivendendola successivamente (nel 1395) ai Certosini di Trisulti. I monaci fondarono una vera azienda agricola che nella seconda metà del XVIII secolo fu trasformata nel complesso della Grancia (granaio), che gestirono fino agli inizi del Novecento. La struttura consta di più corpi riuniti da linee settecentesche che hanno saputo fondere edificio e paesaggio. Nei pressi del complesso sono visibili alcune rovine dell’antico castello.

PROTOCENOBIO DI SAN SEBASTIANO – LA BADIA
Edificio di grande suggestione, la sua costruzione risale alla fine del V secolo per volere del prefetto delle Gallie Liberio, che l’affidò all’abate Servando; in origine il complesso ospitò una delle più antiche comunità cenobitiche d’Occidente, tanto che non è da escludersi che proprio in questo sito abbia avuto stesura la Regula Magistri, alla quale si ispirò san Benedetto da Norcia che qui soggiornò nel 528. Il monastero appare come una suggestiva opera architettonica dalle linee medievali, con decorazioni duecentesche raffiguranti la vita di Cristo e della Madonna.

CHIESA DELLA MADDALENA
Dedicata dal 1196 alla Maddalena penitente, sorge nelle vicinanze del centro di Alatri, ai piedi del monte Sant’Angelo in Formis, nel luogo anticamente adibito a lebbrosario. La chiesa, sobria ed essenziale, fu costruita alla fine dell’XI secolo. Sulla facciata, preceduta da un portico, spicca il portale lunettato, sormontato da una stretta monofora ampiamente strombata.L’interno, in un’unica navata, è costituito da tre grandi archi che sorreggono il tetto. Sulle pareti si conserva un’interessante serie di pitture ad affresco quattrocentesche, rappresentanti santi e sante, opera probabile del pittore locale Antonio da Alatri.

LE FONTANE MONUMENTALI
La fontana Pia – 1870 – Piazza Santa Maria Maggiore
Fontana Antonini – 1869 – Centro Storico – Corso Umberto I – nei pressi della Chiesa di S. Francesco.
Fontana di Porta S. Pietro – 1866 – Centro Storico – Porta S. Pietro

Scopri gli altri intinerari su www.fuoriporta.org

Collegati e seguici sui nostri social:
www.facebook.com/fuoriportaweb
www.instagram.com/fuoriportafortravel

Portobuffolè - Fuoriporta

Portobuffolè un gioiello del Veneto Orientale

Piccolo, raccolto e di una bellezza struggente.
E’ Portobuffolè, la bomboniera medievale del Veneto Orientale.
E’ la meta del vostro Natale!
Puoi vederne le foto, i video e leggere le recensioni “googolandolo”, ma nulla sarà, come viverlo di persona.
La quiete, le viuzze, i suoi musei, ve ne sono tanti: il Museo di Gaia da Camino e i suoi affreschi del 1400 che oggi ospita l’artista Sonia Ros con la sua Mostra “Empty Eden”, il Duomo, la Chiesa di San Rocco, l’Oratorio di Santa Teresa, la Chiesa dei Servi sono tutti luoghi da visitare, resi ancor più belli dal clima del Natale.

Salite sulla Torre Comunale del X secolo, e dai suoi 28 metri d’altezza assaporate questo borgo, tra i Borghi più belli del Veneto! Dall’alto si dominano le viuzze in ciottolato e i bei palazzi trecenteschi con vista sui tetti e sulla campagna circostante fino alle montagne.

Tra le particolarità di Portobuffolè il Museo Atelier di Barbie: una raccolta di barbie i cui vestiti sono un’opera artigianale e l’imperdibile Museo dedicato al Ciclismo. Portobuffolè è il luogo giusto anche per immergersi nella cucina Veneta.

Dalla trippa, il tradizionale piatto della Fiera di Santa Rosa, il “radici e fasioi co a poenta” ovvero il radicchio di campo, condito a crudo con olio e aggiunta di fagioli e polenta… per concludere la Pinza, il tradizionale dolce della Befana fatto con la zucca, la buccia d’arancia e limone grattuggiata, la grappa, noci e fichi. Insomma, Portobuffolè è la meta natalizia dedicata all’arte, alla cultura e alla gastronomia.

Musei

Museo di Casa Gaia Da Camino
Il Museo è un esempio di casa-torre medievale con facciata ingentilita da bifore trilobate con capitelli a fior di loto.
Generalmente, al piano terra trovavano collocazione i depositi e gli ambienti per la servitù. Il primo dei piani superiori era il così detto piano nobile, composto da una grande sala di ricevimento (la caminata) con focolare. Questa stanza era probabilmente affiancata alle camere da letto dei signori. Più in alto, vivevano i domestici e gli schiavi. Nelle abitazioni più prestigiose, le cucine erano sistemate direttamente sotto il tetto, proprio per evitare i focolai d’incendio che, se propagatisi dal pian terreno, avrebbero potuto distruggere l’intera casa.
Considerando l’importanza della famiglia Da Camino, è lecito pensare che le cucine fossero state collocate all’ultimo piano, oggi purtroppo manomesso.
Attualmente, il più pregevole aspetto di Casa Gaia è l’opera ad affresco databile al XIV-XV secolo.
I piani superiori presentano delle piacevoli pitture il cui soggetto è la realtà cortigiana, con le visite del contado, i guerrieri con le loro sofisticate armature, le personificazioni delle Scienze a simboleggiare il cenacolo culturale che generalmente sorgeva intorno a una famiglia gentilizia, e i paesaggi, suggestivi nella prospettiva empirica dello stile gotico. La voce popolare immagina, poi, che nelle due figure monocrome che incorniciano la finestra del corridoio al primo piano, si possano individuare i ritratti di Tolberto e Gaia Da Camino immortalati quasi a ben accogliere gli ospiti.
A tutt’oggi, la paternità di quest’opera è sconosciuta. Al primo piano è dipinta un’iscrizione attributiva espressa in sigla (P.E.F) , ancora non compresa. È consuetudine in presenza di sigle, interpretare la lettera “F” con i termini latini “fecit” (fece) oppure “fecerunt” (fecero), conservando purtroppo l’incognita sul numero di persone che la realizzarono.
Alcune parti si differenziano per una maturità stilistica tale, che non può semplicisticamente essere dovuta a ragioni anagrafiche dell’esecutore, ma necessariamente a evoluzioni culturali su ampia scala. È pertanto corretto affermare che qui, a Casa Gaia Da Camino, siano attestate le modalità con cui si verificò il passaggio dallo stile gotico al Rinascimento sul territorio dell’Alto Livenza.
In questo momento il museo ospita delle Mostre di Arte Contemporanea. In questo momento ospita un’artista molto quotata ed importante che opera a Venezia. L’artista è Sonia Ros e il titolo della sua Mostra è Empty Eden, curata da Afrodite Oikonomidou

Museo del Ciclismo: nella sua nuova sede in Borgo Servi
Nell’ambito del Comune di Caneva (PN), e più precisamente nella frazione di Stevenà, v’era fino al 1973 uno dei primi “virtuali” musei del ciclismo nel contesto di una taverna-trattoria che prendeva il nome dal suo proprietario: Toni Pessot, grande appassionato di ciclismo.
Questa raccolta comprendeva maglie iridate, gialle, rosa, oro, arancioni, tricolori, azzurre e nere, simboli gloriosi conquistati da grandi campioni. Gino Bartali, sprovvisto di trofei perché li aveva ormai regalati ad altri appassionati, per non rimanerne escluso, aveva donato un trofeo fuori dal comune: una canottiera di lana pesante, confezionata dalla madre e ancora intrisa del suo indelebile sangue versato in seguito alla spettacolare caduta da un ponte di legno al suo primo Tour de France.
L’elenco potrebbe continuare a lungo, perché sono molti gli atleti che hanno contribuito entusiasticamente a rendere prestigiosa la collezione.
A cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, Civiltà Alto Livenza, associazione fondata nel 1988, elaborò un progetto globale di riqualificazione dell’area/sistema alto-liventina sulla base delle peculiarità esistite o esistenti in ciascuno dei 15 comuni che formano l’omonimo distretto.
Fu naturale per questo sodalizio decidere di fondare un Museo del Ciclismo, vista la precedente esperienza di Toni Pessot e viste le importanti figure dell’ambito ciclistico nate sull’area dell’Alto Livenza, la continua passione per questo sport ancora ben radicata nella comunità e il pericolo che tutto ciò venisse dimenticato.
Fu così che nel 1995 venne inaugurato a Portobuffolè, negli spazi di Casa Gaia Da Camino, il Museo del Ciclismo “Alto Livenza”, dedicato a Giovanni Micheletto (Sacile, 1889 – Sacile, 1958), vincitore del 4° Giro d’Italia con la mitica Atala, e a Duilio Chiaradia, (Sacile, 1921- Como 1991), primo grande cineoperatore della Rai e inventore della ripresa televisiva sportiva, in particolare di quella ciclistica, che gli meritò la fama di “scrittore per immagini”.
Da allora la collezione è notevolmente aumentata, con cimeli di sempre maggior pregio. Attualmente, è uno dei più importanti musei italiani dedicati al ciclismo.

Museo della Civiltà dell’Alto Livenza: presso la Torre Civica
Il museo della torre civica nasce dall’esigenza di raccontare il recente passato, illustrando come è nata e come si è sviluppata la cultura di arti e mestieri nell’area dell’Alto Livenza. Vi trovano posto oltre 2000 pezzi donati da cittadini di Portobuffolè, ma anche di altri comuni dell’area, che hanno voluto contribuire a creare questa interessante raccolta.
Gli oggetti esposti rappresentano le attività che nell’ultimo secolo hanno fatto parte della vita quotidiana degli abitanti di queste zone. Vi troviamo molti attrezzi utilizzati in agricoltura. È esposto tutto ciò che serviva un tempo per ricavare il vino, dal torchio dei primi del 900 alle botti e ai tini. Di particolare rilievo i gioghi in legno, che venivano utilizzati per il bestiame impegnato nei lavori dei campi. Scale di tutte le dimensioni, falci, badili, sgranatrici utilizzate non molto tempo fa da adulti e bimbi per sgranare la biada. È possibile anche ammirare la tagliafoglie, attrezzo impiegato per recidere le foglie dei gelsi da utilizzare nella lavorazione del baco da seta, attività tipica fino a qualche decennio addietro. Interessante la ricostruzione di un carretto interamente realizzato in legno, restaurato in tempi recenti, ma risalente alla prima metà del 900. Si tratta di uno dei pochi mezzi di trasporto che i contadini locali utilizzavano facendolo trainare dal bestiame nel lavoro dei campi oppure dai cavalli per trasportare le persone.
Una seconda serie di attrezzi è dedicata alla storia della lavorazione del legno. Grandi banchi da marangon (falegname) testimoniano le attività del falegname che un tempo lavorava nella sua officina artigianale utilizzando un banco completo di morse e attrezzi vari come seghe di tutte le misure, frese, scalpelli, pialle, e soraman (pialle di grandi dimensioni utilizzate per le superfici più estese). È possibile anche ammirare un banco portatile che veniva utilizzato nelle trasferte, quando l’artigiano si spostava nelle varie famiglie che necessitavano del suo intervento. Di particolare pregio la combinata del 1938, una delle più antiche macchine per la lavorazione del legno utilizzata nelle prime fabbriche della zona e impiegata a scopo dimostrativo fino a qualche decennio fa.
Altre attività praticate soprattutto in ambito domestico erano filatura e tessitura, cui si dedicavano in prevalenza le donne. Nel museo troviamo delle macchine da tessitura ancora funzionanti. Pur essendo proprietà di famiglie della zona, in origine queste macchine furono realizzate nelle filande di Biella e, una volta dimesse dall’attività industriale, vennero distribuite nelle famiglie per realizzare lavori di tipo più artigianale. In quest’ambito ritroviamo alcune macchine da cucire di pregio che venivano usate dalle donne per confezionare i capi d’abbigliamento per tutta la famiglia in tempi in cui la povertà faceva da padrona assoluta.
Vi sono all’interno del percorso anche oggetti di uso quotidiano come solferine, usate per accendere il fuoco con lo zolfo, suppellettili varie, vasi da latte e arnesi da cucina tipici della civiltà rurale. L’intero patrimonio di oggetti è disposto sui diversi livelli della torre, che, oltre al piano terra, conta quattro altri piani. Centoquattordici gradini costituiscono la via d’accesso all’edificio. La prima rampa di scale è realizzata in pietra e porta fino all’ingresso del palazzo del Fontego. Da qui poi ci si imbatte in una serie di scalini in legno che conducono al portone d’ingresso del torrione. Anche i piani interni della torre sono collegati da scalini di legno.
Da sottolineare che arrivati all’ultimo piano si può ammirare un panorama davvero unico. Da un lato si estende la grande spianata verde dei Pra’ de Gai, dall’altro si delinea il corso del fiume Livenza, che fino al 1911 scorreva sotto il ponte di Porta Friuli. Un paesaggio incantevole che si può godere solo in cima ai ventotto metri della torre.

Museo Atelier di Barbie: raccolta di barbie i cui vestiti sono un’opera artigianale
La Barbie, bambola dei tempi moderni, si può declinare in centinaia di versioni. Per raccontare mode, epoche, tendenze. C’è la Barbie “italiana”, perfetta per la Festa della Repubblica col Tricolore come vestito, e c’è pure la Barbie soldatessa che anticipa l’apertura dell’esercito alle donne militari. C’è poi la Barbie tutta pizzi e crinolina che sembra ricordare la regina Maria Antonietta e c’è persino una Barbie “canterina” che sembra misurarsi con le cantanti d’opera impegnte sul palco. Benvenuti nell’”Atelier di Barbie”, la mostra permanente allestita nelle ex scuole elementari di Portobuffolè. Un “atelier” frutto della bella collezione donata al comune dalla signora Grazia Collura, genovese di nascita, da quindici anni residente a Treviso.

 

Eventi realizzati durante dell’anno

Ogni seconda domenica del mese il Mercatino dell’Antiquariato;
Evento il 01.01.2021 : “Io c’ero” (probabilmente quest’anno verrà annullato perchè porta assembramento)
Festa di Primavera
Gaiajazz
Rievocazione storica ogni 2 anni
Festa di santa Rosa
Festa d’Autunno
Mercatino di Natale

Piatti tipici

trippe
baccalà e polenta
salumi vari nel tagliere
radicchio e fagioli
il bollito misto
pasta e fagioli
Fegato alla veneziana

Scopri gli altri intinerari su www.fuoriporta.org

Collegati e seguici sui nostri social:
www.facebook.com/fuoriportaweb
www.instagram.com/fuoriportafortravel