Ci sono paesi che per farsi ricordare devono inventarsi qualcosa. Cheremule ha già un vulcano spento, tombe preistoriche, figure incise nella roccia e persino una pietra che porta il suo nome. Con queste premesse, la passeggiata rischia di diventare un’indagine. E noi, naturalmente, ci lasciamo coinvolgere.
Siamo nel Meilogu, nella Sardegna nord-occidentale, nel territorio di Sassari. Qui Cheremule si raccoglie accanto al Monte Cuccuruddu, antico cono vulcanico circondato dal verde. Il vulcano ha smesso da tempo di fare il vulcano, ma ha lasciato un’eredità concreta: la cheremulite, pietra lavica utilizzata soprattutto nella seconda metà del Novecento per le sue proprietà isolanti. Insomma, questo borgo aveva già trovato il modo di proteggersi dal caldo e dal freddo prima che l’efficienza energetica diventasse argomento da riunione condominiale.
La storia, però, comincia molto prima delle case del paese. Nella piana di Nurighe si trova il Parco dei Petroglifi, che riunisce le necropoli di Museddu, Tennero e Mattarigotza: complessivamente 37 tombe scavate nella roccia. Sono le domus de janas, le celebri “case delle fate” della tradizione sarda. Un nome che promette piccoli esseri magici, mentre l’archeologia ci racconta sepolture e rituali delle comunità preistoriche. Dal 2025 il parco fa parte del sito seriale UNESCO dedicato alle tradizioni funerarie della Sardegna. Le fate, dunque, hanno ottenuto anche un riconoscimento internazionale.
A rendere questi luoghi ancora più affascinanti sono le figure incise nella pietra. Nella Tomba Branca, a Tennero, compaiono sagome umane con le braccia sollevate e una figura capovolta. È stata interpretata come una possibile rappresentazione della discesa nell’oltretomba, ma il suo significato resta aperto. Possiamo osservarla, interrogarci, cambiare prospettiva. Dopo millenni, quel piccolo personaggio continua a tenersi per sé una parte della storia.
Rientrando nel borgo, il racconto cambia superficie: dalla roccia passa alle facciate. I murales di Pina Monne portano sui muri scene e memorie del mondo tradizionale sardo. Ci fermiamo davanti ai dipinti come davanti alle pagine di un album, cercando nei gesti e nei volti qualcosa della vita del paese. Poi possiamo tornare al verde, tra il bosco di Su Tippiri e la pineta del Monte Cuccuruddu. Qui anche una pausa ha un bel paesaggio a disposizione.
E prima di salutare Cheremule, ecco la curiosità che merita di essere raccontata bene. Nella grotta di Nurighe fu rinvenuta una falange inizialmente considerata umana, tanto da alimentare la storia dell’“Omino di Nurighe” e di un’antichissima presenza dell’uomo in Sardegna. Una revisione scientifica pubblicata nel 2012 l’ha però attribuita a un grande uccello della sottofamiglia dei gipetini. Il presunto omino, insomma, aveva le ali. E anche questa è una bella storia: quella di una scoperta che cambia quando impariamo a guardarla meglio.


