Altro che influencer: a Parma e Piacenza i veri protagonisti delle feste si chiamano anolini. Minuscoli scrigni di pasta fresca, ripieni e serviti in brodo fumante, hanno conquistato papi, nobili, cuochi rinascimentali e – soprattutto – nonne armate di mattarello.
Non fatevi ingannare dalle dimensioni: dietro ogni “anolino” (o anvein, se siete di Piacenza, o anolén se parlate parmigiano) c’è un mondo di storie, dialetti e dispute sul ripieno. Carne o formaggio? Bordo liscio o seghettato? Versione a cerchio perfetto o semicerchio un po’ storto? Ogni famiglia ha la sua ricetta “definitiva” – e guai a contraddirla.
La prima comparsa ufficiale degli anolini risale addirittura al Medioevo, ma è nel Rinascimento che salgono alla ribalta: Bartolomeo Scappi, cuoco dei papi, li inserisce nei suoi menù da star. Da allora sono passati per le tavole di duchi, duchesse e cardinali, fino a diventare un piatto popolare e democratico, amato tanto nei pranzi della Vigilia di Natale quanto nei ristoranti più chic.
C’è chi li fa minuscoli, grandi quanto una moneta da due euro, e chi preferisce anoloni “king size”, con tanto ripieno e sfoglia sottile. Una sola regola è condivisa da tutti: devono restare intatti nel brodo, senza “sciogliersi” e lasciare in giro il ripieno. Se capita, è una piccola tragedia domestica.
E se vi state chiedendo perché si chiamano così, le ipotesi sono tante: per qualcuno derivano da anulus, cioè anello. Un nome che calza a pennello, perché con gli anolini si chiude davvero un cerchio: quello della tradizione che unisce passato, presente e – soprattutto – le famiglie attorno alla tavola.
Morale della favola? Un piatto che racconta storie, territori e soprattutto mette tutti d’accordo: quando in tavola arrivano gli anolini, il silenzio è d’obbligo. Perché c’è solo spazio per cucchiaio, brodo e un sorriso soddisfatto.
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