Zaccanesca, un angolo di San Bendetto Val di Sabro Fuoriporta

Zaccanesca, un angolo di San Bendetto Val di Sabro

Zaccanesca non si vede quasi. Non è che si nasconda per timidezza… è proprio che lei, da brava signora dell’Appennino, ama farsi cercare. È lì, tra querce e castagni, qualche centinaio di metri sopra il torrente Savena, a due passi (meno di 2 km) da Madonna dei Fornelli, ma con l’atteggiamento di chi dice: “Se mi vuoi davvero, vieni su con calma”. Siamo a San Bendetto Val di Sabro.

La trovi quasi per caso lungo la Provinciale 79, oppure – per chi ama le imprese eroiche ma con premio finale – attraverso un sentiero che la comunità di Foiatonda ha ripristinato e segnato. Perché a Zaccanesca le cose si fanno così: poco rumore, tanta sostanza. E quando arrivi, capisci subito che questo non è un borgo qualunque. È un posto che sembra uscito da una storia antica, ma che ti accoglie come se fossi atteso da sempre.

Al centro del borgo, conosciuto già nel 1200 con un nome che suona quasi da leggenda (“Caccianesca”), c’è lei: la Chiesa di Santa Maria. Sta lì, stretta tra le case, come il cuore di pietra che tiene insieme tutta la memoria del paese. Il tipo di chiesa che non ha bisogno di farsi grande per essere importante: basta esserci.

Ma attenzione: Zaccanesca non è un museo. È viva. E lo capisci dalle persone. Poche, sì. Ma indomabili. Qui gli abitanti non sono “residenti”: sono custodi. Personaggi veri, di quelli che se li incontri ti offrono da bere prima ancora di chiederti come ti chiami. E spesso il bere è vino, perché in montagna l’ospitalità si misura così: un bicchiere, due chiacchiere, e qualche racconto che vale più di qualsiasi guida turistica.

E poi c’è un momento in cui Zaccanesca diventa ufficialmente… Zaccanesca al massimo della sua potenza. La terza domenica di gennaio, quando il borgo celebra Sant’Antonio Abate. Qui non si parla di una festicciola: questa è una delle feste più sentite di tutta la vallata. Un richiamo irresistibile, un ritorno alle origini, una specie di “raduno delle anime” dove chi è nato in zona e chi ha un legame con questi luoghi torna su, come si fa con le cose davvero importanti.

Sant’Antonio Abate, poi, è il santo perfetto per un posto così: protettore degli animali, del fuoco, delle stalle, della vita contadina e – diciamolo – di chi ha bisogno di un po’ di calore dentro e fuori. E a Zaccanesca il calore non manca mai, perché la festa è fatta di comunità, di fede semplice e di riti che resistono al tempo meglio di qualsiasi moda.

Dal 1863, anno in cui la chiesa venne fondata, la tradizione è sempre la stessa: arrivano centinaia di persone dai paesi vicini per prendersi la loro pagnottella di pane benedetto. E qui succede una cosa meravigliosa: un gesto piccolissimo, una pagnotta, diventa un simbolo enorme. È come dire: “Io ci sono. Io appartengo. Io torno”.

A Zaccanesca Sant’Antonio non è una data sul calendario, è un modo di sentirsi famiglia anche se non ci si vede da mesi, un modo di stringersi attorno a qualcosa che è più grande del singolo: la memoria, la montagna, la comunità.

E alla fine, quando te ne vai, non è raro pensare una cosa: Zaccanesca non è solo un borgo. È una lezione di vita in versione Appennino. Ti insegna che puoi essere piccolo, quasi invisibile… eppure restare indispensabile. Soprattutto quando sai accendere le tradizioni nel modo giusto. Proprio come fa Sant’Antonio Abate, ogni anno, da queste parti.

Scopri gli itinerari su www.fuoriporta.org

Collegati e seguici sui nostri social:
www.facebook.com/fuoriportaweb
www.instagram.com/fuoriportafortravel

Condividi su: