Itinerari

Ecomuseo delle erbe palustri, non il solito museo

Molto interessante, istruttivo e particolare questo museo in cui si conserva una consistente collezione di manufatti, risalenti al periodo preindustriale, realizzati con le erbe palustri della zona e legno di salice o pioppo, vi affascinerà! Ogni bambino dovrebbe visitarlo e imparare come era la vita dei bisnonni, dove ci si ingegnava per trasformare tutto in relazione ai propri bisogni quotidiani. Da una capanna per ripararsi, a cesti e borse, scope e stuoini. Un vero elogio all’ecologia!

L’Ecomuseo propone interessanti laboratori, come per esempio i corsi per imparare a tirare la sfoglia, non mancano attività didattiche di vario tipo per le scuole, è senza dubbio una visita da non perdere.

L’Ecomuseo inizia la sua attività di ricerca e recupero nel 1985, con la finalità primaria di salvare e documentare un bagaglio di capacità e valori legati alla vita vissuta fra terra e valle. Particolare attenzione va alle antiche tecniche di lavorazione delle erbe palustri, sviluppatesi dal XIV secolo fino agli anni settanta, nella piccola comunità di Villanova di Bagnacavallo.

L’opera di ricerca, portata avanti dal gruppo di ricerca dell’Associazione Culturale Civiltà delle Erbe Palustri, mostra l’esigenza di non disperdere una varietà di tecniche di lavorazione di valore estremo, patrimonio generazionale che, estinguendosi, porta con sé un’arte specifica, si potrebbe dire unica, di intrecciare e tramare le erbe di valle, con le sole mani o con l’ausilio di rudimentali attrezzi.

Il Centro recupera incastri, intrecci, tessiture, trame, torsioni, filature, realizzati con le vegetazioni spontanee delle zone umide, cioè erbe e legnami da utilizzo che crescevano nell’ambiente circostante.

L’Etnoparco, sezione all’aperto dell’Ecomuseo, propone ai visitatori un suggestivo viaggio tra le varie e diversificate tipologie di capanne in canna palustre che un tempo caratterizzavano l’ambiente rurale e vallivo del territorio della Bassa Romagna, ricostruite con assoluta fedeltà dall’allievo dell’ultimo maestro capannaio.

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Uomo e natura in mostra all’Ecomuseo del Vajont

L’uomo e la natura che lo circonda non sono mai stati così vicini. La storia del Comune di Erto e Casso, oggi parte dei Borghi Autentici d’Italia, è stata segnata nel 1963 dall’immane tragedia della diga del Vajont. Ma la popolazione di questo tratto della provincia di Pordenone ha avuto il coraggio di ripartire, e l’Ecomuseo del Vajont rappresenta per i visitatori un’occasione unica per scoprire i segni indelebili lasciati dalla natura e dagli uomini in questo territorio. E’ il legno il filo conduttore del museo che custodisce la storia del paese. Qui il noto scrittore Mauro Corona ha dato la parola agli alberi con “Voci del Bosco”, il percorso audio-sonoro accessibile con le cuffie sensoriali, mentre l’incanto dei boschi ertani si svela attraverso “La magia del legno che diventa carbone”, mostra dedicata all’antico mestiere del carbonaio. Il legno diventa anche giocattolo, culla e suole delle scarpe nella mostra dedicata al bambino; oppure oggetto da vendere, carretto e cassettiera sulle spalle dei coraggiosi venditori ambulanti nel percorso tematico “Partire partirò partir bisogna…”. All’interno dell’Ecomuseo sono inoltre esposte le opere lignee di tutti gli artisti che hanno partecipato al Simposio di Scultura di Erto che si tiene ogni anno, e che celebra la continuità di vita dopo l’anniversario della catastrofe del Vajont.

 

Valmalenco, così l’antica miniera è diventata un Ecomuseo

Non un semplice spazio espositivo, quanto piuttosto un luogo che conserva la memoria collettiva di un intero territorio. E’ il Museo Minerario della Bagnada nel comune di Lanzada (Sondro), un luogo intriso di storia che testimonia al meglio le peculiarità di un’attività che ha permeato la vita degli abitanti della Valmalenco. La ricchezza delle risorse minerarie della zona, infatti, ha giocato un ruolo fondamentale per l’economia locale e per la ricerca scientifica, costituendo con la sua varietà di minerali e rocce un polo di attrazione su scala internazionale. Il percorso di visita si articola in tre momenti: la visita della galleria (incontro con il talco e con gli spostamenti nella miniera di uomini e materiali), il Museo Minerario (incontro con la storia e gli oggetti di lavoro) e il Museo Mineralogico, con esposizione dei minerali della Valmalenco. La Miniera della Bagnada fu scoperta verso la fine degli anni ’20 dalla Società Anonima di Amianto dell’ingegner Grazzani di Milano, che ottenne la prima concessione di ricerca mineraria nel 1936. In realtà, già nel 1870, alcune società impegnate nell’estrazione dell’amianto intuirono le potenzialità del talco; tuttavia le difficoltà tecniche e la scarsa richiesta sul mercato di una materia prima ancora poco conosciuta fecero cadere l’interesse. Lo sfruttamento intensivo del giacimento della Bagnada si prolungò per oltre 50 anni, fino alla metà degli anni 80’. L’attività di coltivazione della Miniera era piuttosto rudimentale, basata sul lavoro manuale e priva di aiuti di tipo meccanico: prevedeva il trasferimento del talco attraverso teleferiche e un’organizzazione della forza lavoro in squadre di 25 minatori che si dividevano le incombenze quotidiane. L’estrazione del talco rappresenta ancora oggi un aspetto fondamentale nell’economia della Valmalenco, che con una sola miniera attiva si impone nel mercato internazionale. Certo, l’evoluzione tecnologica ha apportato alle modalità di coltivazione profondi cambiamenti in termini di modernità, ciò nonostante non ha potuto cancellare la memoria storica che la Miniera della Bagnada – divenuta oggi Museo – vuole testimoniare. La visita al Museo si effettua solo su prenotazione chiamando il Consorzio Turistico Sondrio e Valmalenco. I costi sono: 8 euro – ingresso ridotto – bambini 5/12 anni e anziani oltre i 70 anni, 11 euro – ingresso intero. Si effettuano visite ad hoc per gruppi e scolaresche.