Itinerari

Gerace, tra i borghi più belli della Calabria a Natale è un incanto

Gerace, il Natale è un incanto in Calabria

E… Natale sia a Gerace, dove l’incanto del borgo, illuminerà le vostre feste. E qui che vi aspetta (su prenotazione) l’aitante Ruggero il Normanno, che in rigorosi abiti di scena, vi guiderà per le vie del borgo tra i principali monumenti della città a degustare prodotti della gastronomia locale dalle Nacatole, alle San Martine, alle zeppole. Onnipresente il peperoncino, così come i salami piccanti: salsicce e le soppressate, la ‘nduja, la rosmarina e la sardella.
Le ottime olive che prendono il nome proprio da Gerace, formaggi, spezie e confetture.
Da assaggiare il vino Greco di Gerace, ottenuto da uve greco, di colore giallo ambrato, liquoroso.
Alla dieta ci si pensa all’Epifania, che “tutte le feste porta via!”.
Se fino allo scorso anno, ciò che caratterizzava il Natale nel borgo, tra i Borghi più Belli della Calabria, erano gli artisti di strada, oggi lo sono i vicoli, i palazzi, quelle finestre da cui esce quel profumo di casa, che solo nei borghi è possibile trovare. Gerace è questo. E’ umanità. E’ calore. Qui vivono e lavorano ancora oggi contadini e artigiani della terracotta. Lavorano in grotte scavate nel tufo, continuando una tradizione artigiana, molto fiorente nei secoli XVI e XVII e mai andata perduta. Gerace è infatti la città dei vasai, delle chiese, dell’arte.
Nella roccia, tra grotte, in parte naturali, in parte scavate dall’uomo, quasi un presepe naturale, Gerace, sul versante jonico della provincia di Reggio Calabria, è qui per voi.
Non perdetevi la chiesa di S. Maria del Mastro dell’XI secolo con la tipica architettura bizantina e una facciata seicentesca. Poco più in alto c’è il Borghetto, dove ammirare molte case medievali a volte sorrette da archi di pietra.

La Cattedrale
La Cattedrale di Gerace è fra le “più insigni fabbriche della Calabria”. Essa, che contempera caratteri greci e latini, fu costruita su avanzi di una pre­esistente struttura sacra dedicata all’Aghìa Kyriakì (Santa Ciriaca) risalente all’VIII secolo, tra il 1085 ed il 1120, sotto il dominio dei nor­man­ni. L’edificio, trinavato con icno­grafia a croce latina, di stile bizantino-romanico-normanno, misura 1898 metriquadri ed è la più grande chiesa romanica dell’Italia Meridionale ed è il monumento più rappresentativo dell’architettura bizantino-romanico-normanna calabrese. Dedicata all’Assunta si presenta maestosa sia all’esterno che all’interno.

Chiesa di Santa Maria del Mastro
Fu fondata in epoca normanna nel 1083-1084 e dedicata ai megalomartiri Eustrazio e Caterina. Scavi effettuati dalla Soprintendenza Archeologica della Calabria, hanno portato alla luce diversi ossari, ceramica varia, stucchi decorati del XII secolo. Il materiale proveniente dagli ossari si può dividere in due gruppi: materiale di uso quotidiano e materiale rituale. Nel primo gruppo è compresa una discreta quantità di fibbie bronzee o in ferro, bottoni in bronzo o in legno, anelli bronzei, spilloni e fermalacci, tutte facenti parte dei corredi degli inumati; nel secondo gruppo frammenti di reliquari, alcuni grani di rosario ed una serie di medagliette religiose bronzee.

Convento dei Cappuccini
Di stile semplice è il complesso conventuale dei Cappuccini alla Piana. La chiesa col titolo di S. Maria La Nuova fu assegnata nel 1534 ai frati, i quali edificarono il convento che nel corso del XVII sec. fu completato nella sua struttura quadrilatera. Appartenenti alla chiesa sono l’altare maggiore e i due laterali dedicati a S. Felice da Cantalice e S. Pasquale Baylon in noce ed un ciborio con tarsie in avorio e madreperla, realizzati nel 1720 da fra’ Ludovico da Pernocari, attualmente dislocati in altre chiese geracesi in attesa di essere ricomposti nella sede originaria.

Monastero di Sant’Anna
Sopra le Bombarde (così chiamate per l’evidente presenza nel passato di armi da fuoco), si staglia il Monastero di S. Anna fondato nel 1344 dal geracese Zaccaria Carbone. Passato dalle monache brasiliane alle agostiniane, nel 154 furono incorporate le moniali di S. Veneranda e nel 1734 quelle del monastero della S. Annunziata, e nel 1797 le brasiliane di S. Pantaleone. Sull’altare maggiore della chiesa dedicata a S. Giovanni Battista, vi è una pala d’altare rappresentante S. Anna in trono tra Angeli. Ai due lati sono poste due statue del 1593 in marmo bianco, degne di attenzione, raffiguranti S. Giovanni e S. Maria de Jesu. Del ricco patrimonio di questa chiesa fanno parte le tele raffiguranti S. Pantaleone (XVI sec.), S. Caterina d’Alessandria (XVII sec., proveniente dall’omonima chiesa), S. Domenico Guzman (XVIII sec.), la SS. Trinità. Ed ancora: la Divina Pastora (dipinto su legno del XV secolo), un crocefisso ligneo del XVIII secolo, la statua lignea di S. Chiara (XVIII sec.), il busto a tutto tondo in argento raffigurante S. Veneranda attribuiti al messinese Sebastiano Juvarra del 1704, il reliquario di S. Pantaleone.

Chiesa San Francesco
Voluto da Carlo II nel 1294, così come attesta l’unico documento di cui si è in possesso, l’edificio rientra nella grande campagna costruttiva propria del sovrano napoletano. Nonostante questa affermazione, un’analisi della chiesa, la cronologia relativa proposta per le varie parti definenti l’intero edificio e i confronti operati con molte strutture ecclesiastiche nel Regno proprie dell’azione di Carlo e di Roberto, portano a riconoscere, anche a Gerace, un evento architettonico posto a cavallo tra i due diversi sovrani, di cui uno è riconosciuto come fondatore e un altro come esecutore. Pensare, infatti, a due fasi costruttive decisamente circoscrivibili, una delle quali riguarderebbe la concezione e la realizzazione della chiesa sotto Carlo II e un’altra ove sia riconoscibile il linguaggio di Roberto, è assolutamente impossibile; per contro, nonostante il documento del 1294 attesti la committenza del primo sovrano, non si riscontrano, in realtà, modi compositivi e concezioni spaziali tipici dell’architettura carolina.
A causa di ciò, quindi, si preferirà parlare di una sola fase angioina dove, sull’organismo fondato da Carlo II si inseriscono, concorrendo a raggiungere una compiutezza formale, quelle definizioni architettoniche e spaziali nuove, figlie della congiunta azione pauperistica francescana e di Roberto e Sancia d’Angiò, con tutte le componenti legate a sperimentazioni spaziali e richiami ad apparati teorici e teologici presenti in Santa Chiara a Napoli.
La trecentesca chiesa di San Francesco di Gerace appare, quindi, come un edificio “in divenire”; in tal senso, l’ipotesi ricostruttiva della struttura angioina parte da una sorta di “traccia di progetto” legata a Carlo II e ai minori e si completa attraverso l’evidenziazione dei mutamenti di essa, dovuti sia ad eventuali elargizioni di committenze nobiliari sia ad interventi significanti, in senso minoritico o comunque religioso, legati alle figure di Roberto il Saggio e della moglie.
La ricostruzione della chiesa angioina dimostra che essa si presentava come frutto di una composizione estremamente semplice, con più volumi di altezza e dimensioni differenti, assemblati secondo direttrici geometriche e teologiche precise, dichiaranti apertamente l’appartenenza ad un ambiente certamente meridionale (locale e napoletano). La chiesa si trova presso il limite nord-occidentale della città fortificata, seguendo un orientamento ovest-est, sfruttando una preesistenza appartenente all’epoca sveva che, mutata rispetto alla sua ragion d’essere primitiva, viene trasformata in una sostruzione volta solo ad ovviare all’eccessiva pendenza del terreno.

Porte Urbiche
Le porte urbiche di Gerace erano 12 suddivise in due gruppi: il gruppo delle porte interne racchiudeva la parte interna della città detta città del Sole, il gruppo delle porte esterne era sito nelle mura urbiche ed era inserito nel sistema di prima difesa della città. Le porte urbiche apertesi direttamente nelle mura erano: porta del Cofino, porta del Ponte, la porta Maggiore o del Borghetto, la Portella o porta della Piana, la porta di Santa Barbara, e la porta della Sideria.
All’interno della città vi erano altrettanto porte che rendevano sempre più difficile il raggiungimento del cuore della città, costituito dalla Cattedrale e Castello. Chi entrava dalla porta del Borghetto, s’imbatteva, quasi in cima a questo piccolo quartiere di Gerace, nella porta del Ponte, sulla quale faceva spicco il millesimo ‹‹1503›› e, accanto alla quale era l’altra dello stesso nome, che invece si apriva nelle mura su un piano più basso.
La via del borghetto attraverso la porta interna del ponte, dava nello spiazzo sul quale sono: l’edificio che fu sede dell’ospedale di San Giacomo, l’inizio di via Santa Lucia, e l’inizio della passeggiata delle Bombarde. La via di Santa Lucia era custodita dalla porta di Tracò ed aveva in fondo un’altra porta protettiva la porta di Santa Lucia. Proseguendo verso l’interno della città si attraversa prima la porta del Sole o delle Bombarde, la non più esistente porta Grande e la Porta dei Vescovi. Ognuna delle porte urbiche, nel passato era guarnita da strutture religiose. In fase magno greca troviamo un Ninfeo sia presso la porta del Cofino che presso la porta di Santa Lucia; in fase cristiana, il Ninfeo del Cofino accoglie culti cristiani e nel medioevo diviene soccorpo della chiesa di San Nicola (del Cofino). Presso la porta di Santa Lucia sorgevano le chiese cavernicole di Santa Lucia e di Santa Maria Nives. Tutte le altre porte hanno avuto anche la loro chiesa.

Palazzo Lombardo
Ha due piani più un seminterrato. La facciata principale è simmetrica, presenta lesene e balconi angolari mentre il portale è in pietra sagomata.

Palazzo Del Balzo
Questo antico palazzo nobiliare ha una corte dalla quale parte la scala principale con tre ordini di arcate. L’esterno è in intonaco misto e la copertura a falde con tegole.

Palazzo Candida
La pianta è complessa, ha una corte e piccoli giardini. E’ costruito su due livelli: al piano terra ci sono ampie arcate e sopra, balconi con mensole scolpite.

Palazzo Caracciolo-Capogreco-Manfrè (conosciuto come Palazzo degli Svizzeri)
E’ articolato su due livelli con una corte centrale con doppia scala a tre rampe. L’atrio ha una volta a botte su cui è stato dipinto lo stemma familiare. Particolare è il piano di calpestio, in ciottoli di fiume.

Palazzo Macrì
Palazzo a corte, presenta un portale scolpito con motivi floreali. La copertura è a falde con tegole.

Palazzo Via IV Novembre
Si presenta come un grande blocco quadrangolare con giardino. La facciata ha linee semplici, con un portale in pietra sagomata ed un solo balcone con cornice centinata.
La copertura è a falde con tegole.

Palazzo Migliaccio
La facciata è simmetricamente articolata. Il portale ha una doppia cornice in pietra sagomata con stemma nobiliare, ai lati due aperture squadrate e, al primo piano, tre balconi con mensole. La copertura è a falde con tegole.

Palazzo Oliva di Grimaldi-Serra
Palazzo nobiliare a corte costruito nel XVIII secolo. Conserva un portale in pietra sagomata con stemma in chiave. Sopra, due finestre binate archiacute. La copertura è a falde con tegole.

Palazzo Del Tocco (già Grimaldi-Serra)
A pianta rettangolare, ha una facciata asimmetrica con uno zoccolo per colmare il dislivello. Il portale presenta due semicolonne con capitello, in alto una trabeazione. L’androne è coperto a volta, da dove parte il vano scala.

Palazzo Scaglione
Palazzo nobiliare a corte su due piani. Ha un grande cortile d’ingresso e un giardino che giunge fino alle Bombarde. La facciata ha linee semplici. Avrebbe alloggiato qui lo scrittore inglese Edwad Lear. Una targa ricorda l’onorevole Gaetano Scaglione, nato in questa casa il 31 ottobre 1852.

Palazzo Arcano
E’ un edificio a corte su due piani. Il portale è a conci scalpellati e rappresenta il ciclo della vita. In basso a sinistra è scolpito il bambino, a metà il giovane e sulla chiave di volta colui che parla e agisce, cioè l’adulto. A destra, a metà, il teschio e la morte, quindi la vecchia; in basso la metamorfosi e le foglie di acanto, simbolo della vita eterna.
Sopra il portale si nota un lungo balcone. L’androne del palazzo ha una copertura a botte incannucciata.

Palazzo Capogreco
A pianta regolare. La facciata presenta doppie lesene e balconi con mensole in pietra scolpita. L’esterno è in intonaco misto, la copertura a falde con tegole.

Palazzo Delfino
La particolarità di questo palazzo di epoca rinascimentale, in una traversa di Largo Barlaam, sono le due bifore ogivali bicolori, in calcare e pietra lavica, che creano un’alternanza cromatica tra il bianco e il nero.

Casa Oliva (ex monastero delle Clarisse)
L’edificio, oggi di proprietà privata, un tempo ospitava l’ordine religioso delle Clarisse. Degni di nota sono il cortile interno ad archi, dove sono visibili alcuni frammenti lapidei e un’iscrizione di età imperiale.

Casa Marvasi
Edificio medievale su due livelli. Il portale, al centro della facciata, è archiacuto a conci irregolari. Sopra, una splendida bifora con colonnetta centrale e capitello in marmo bianco. L’esterno è in intonaco misto, la copertura a falde con tegole.

Casa Trombì
Presenta una pianta trapezoidale. Il portale ha una doppia cornice in pietra sagomata. La copertura è a falde con tegole.

Casa Gratteri
A pianta trapezoidale, ha un androne quadrangolare coperto da una volta a crociera. Il portale lapideo è a conci d’imposta sagomati.

Casa Rodi
Conserva un portale in pietra squadrata con archetti pensili su mensole di pietra scolpita. La copertura è a falde con tegole.

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La Calabria ha il suo Diamante affacciato sul Tirreno

Anche la Calabria ha il suo Diamante. Affacciato sul Mar Tirreno nel cuore della Riviera dei Cedri in provincia di Cosenza, questo paese di mare ha un nome a dir poco evocativo. Diamante custodisce gelosamente ben 8 chilometri di spiagge incontaminate oltre all’isola di Cirella, con la sua flora selvaggia e i fondali dai colori straordinari grazie alla Posidonia argentata che qui cresce rigogliosa. Nella parte antica merita una visita la chiesa dell’Immacolata Concezione, costruita nel XVII secolo e restaurata nel 1787 e nel 1880, oltre ovviamente al Lungomare Vecchio, soprastante la scogliera antistante il porto. Cittadina nota per i suoi particolari murales e per il cedro (va assolutamente assaggiato il liquore artigianale ottenuto tramite l’infusione della corteccia di questo particolare agrume), oltre che per la cucina di pesce che si basa fortemente su una specialità locale come la rosamarina (bianchetto che viene fritto o unito al pepe per creare una deliziosa salsa), Diamante organizza ogni estate il festival “Calici sotto le stelle”, per scoprire le perle dell’enologia calabrese, e a inizio settembre l’irresistibile “Festival del peperoncino”.

 

Morano Calabro, un “presepe” ai piedi del Pollino

E’ considerato uno dei borghi più belli d’Italia, arroccato su un colle a 700 metri di altezza e circondato dal massiccio del monte Pollino. E’ Morano Calabro, noto per le sue caratteristiche abitazioni del centro storico, sembrano ammucchiate le une sulle altre dal basso verso la cima, su gradoni più larghi che vanno via via restringendosi a formare una sorta di cono sulla cui cima sorgono i ruderi di un antico castello che dominano tutta la valle. Il borgo conserva un impianto tardomedievale ed è attraversato da un labirinto di viuzze e scalinate, in parte scavate nella roccia, che si inerpicano e si aprono davanti alle chiese e ai palazzi signorili. Al suo interno meritano una visita la chiesa di San Pietro e Paolo, che risale all’anno mille con il campanile di epoca medioevale; nella piazza principale sorge invece la Collegiata di S. Maria Maddalena, di epoca bizantina, con un imponente cupola e il campanile ricoperti di maioliche di colore verde-giallo visibili da ogni angolo del borgo: la chiesa custodisce al suo interno molte opere lignee della fine del ‘500 e inizio ‘600 come il Fonte Battesimale, l’Acquasantiera, il soffitto a cassettoni della sacrestia e la scultura della Maddalena. Adiacente si trova la chiesa del Carmine, dove i padri carmelitani avevano annesso un ospedale in soccorso dei viandanti in Terra Santa, ora sede municipale. Il tutto senza dimenticare la Chiesa di San Nicola di Bari, la Chiesa e Monastero di San Bernardino da Siena, uno dei migliori esempi di architettura francescana in Calabria del ‘400, e ancora il Convento dei Cappuccini, che sorge a valle del centro storico.

 

La Calabria dal mare di Crotone alla “capitale” della Sila

Dal mare della Magna Grecia alle montagne della Sila nell’arco di pochi chilometri. C’è tutta la bellezza e la varietà paesaggistica della Calabria nel percorso che conduce da Crotone a San Giovanni in Fiore, passando per Santa Severina e Caccuri. Un itinerario che non partire da Crotone, culla della Magna Grecia e seconda casa di Pitagora, che conserva lo splendido Duomo di San Dionigi risalente al IX secolo, la Chiesa dell’Immacolata, la Chiesa e il Convento di Santa Chiara; senza ovviamente dimenticare il Castello a pianta poligonale, mentre dell’antico Santuario di Hera Lacinia oggi rimane solo una colonna del tempio costruito nel 470 a.C. Lasciata Crotone il viaggio prosegue alla volta di  Santa Severina, cittadina dal passato bizantino e normanno edificata su un’alta rupe, dalla quale si può godere di una bella vista sulla Valle del Neto; il vecchio quartiere bizantino è denominato Grecia, e qui si possono ammirare diverse case scavate nella roccia e abbandonate nel 1783 dopo il terremoto; meritano sicuramente una visita anche la Cattedrale, il Battistero, il Castello e il Palazzo Arcivescovile, che ospita il Museo diocesano. Terza tappa del viaggio è il borgo di Caccuri, un piccolo gioiello con le strade di pietra levigata che conducono all’imponente Castello, che custodisce anche la Chiesa Arcipretale di Santa Maria delle Grazie e la Chiesa di Santa Maria del Soccorso. Ultima tappa del breve viaggio, con un dislivello altimetrico e climatico non indifferente, porta in montagna e nella “capitale” della Sila: San Giovanni in Fiore è un luogo mistico e affascinante, legato alla figura di Gioacchino da Fiore, citato da Dante Alighieri nella Divina Commedia. Qui è possibile ammirare l’Abbazia Florense, il primo edificio che nacque sul territorio silano e da cui poi si sviluppò la città, insieme all’Arco Normanno e a Piazza Abate Gioacchino, dove si affaccia la Chiesa Madre.

 

 

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Il Parco Nazionale del Pollino custodisce il suo “tesoro”: il Pino Loricato

E’ uno dei Parchi Nazionali più “giovani”, essendo stato creato solo nel 1993, ma con i suoi 192.000 ettari è il più grande d’Italia: è il Parco Nazionale del Pollino, un gioiello che domina dall’alto il mar Tirreno e il Mar Ionio a cavallo tra la Basilicata e la Calabria. Un enorme polmone verde dalle alte vette e dalla natura incontaminata del quale fanno parte ben 56 Comuni, 32 nel versante calabro e 24 in quello lucano. Un luogo magico che custodisce gelosamente il suo gioiello più grande: il pino loricato.

Si tratta di una sorta di “fossile vivente” che sopravvive solo nel Parco ma che, in epoche remote, era sviluppato lungo tutte le coste italiane e balcaniche fino al mare Adriatico: una specie dalle grandi capacità di adattamento che assume forme uniche a causa delle particolari condizioni nelle quali vive, a picco rocce esposte del massiccio montuoso tra gli 800 e i 2200 metri di altezza. E anche il particolare nome si deve alle incredibili forme che assume la sua corteccia, specialmente negli esemplari ultracentenari, che ricorda la corazza dei guerrieri romani (detta appunto la lorica) o la pelle di grandi i rettili.

E così, partendo da Piano Ruggio, si possono ammirare vaste praterie e antichi fenomeni carsici fino a raggiungere il Belvedere, un terrazzo panoramico utilizzato in passato come stazione della teleferica per il trasporto del legname. Da qui si gode di una meravigliosa vista sulla piana di Castrovillari e si possono ammirare splendidi esemplari di pini loricati sui costoni rocciosi di Serra del Prete.