La Valle del Sasso e il Sentiero dei 4444 scalini

Prendete un bel respiro (forse anche qualcuno in più) e partite alla scoperta di uno dei sentirti più suggestivi della provincia di Vicenza: quello dei 4444 scalini. Correva l’anno 1398 quando, sotto la signoria di Gian Galeazzo Visconti, duca di Milano, fu resa percorribile la valle del Sasso, che costituiva la via più breve per scendere nel Canale dall’Altopiano di Asiago. Ne risultò una lunghissima scalinata, scavata nella roccia, che superava i settecentocinquanta metri di dislivello della valle con 4444 gradini di pietra, fiancheggiati da una canaletta selciata concava per la quale venivano divallati i tronchi. Dopo l’ingresso su una stradina serrata, dal fondovalle si incrocia questa scalinata, che si incunea nel canyon, largo solo qualche metro, snodandosi attraverso gole, strapiombi e pareti rocciose, fino a sbucare in una location bucolica, un piccolo eden, dove un prato idilliaco spunta in mezzo ad una radura di abeti. La scalinata è un’opera dello storico ingegno umano, che non distruggeva la natura concomitante, ma la rendeva sua alleata, facendo di necessità virtù.

Alla scoperta di Pastrengo tra edifici militari e religiosi

In questo tratto del Veneto si combatterono le Guerre d’Indipendenza. Nei pressi del Lago di Garda e del Monte Baldo, a pochi chilometri da Verona, Pastrengo è un grazioso centro legato a doppio filo a questi importanti avvenimenti storici dell’800. Non a caso è ancora possibile visitare il Telegrafo ottico – recentemente restaurato e attrezzato a Museo risorgimentale didattico – e i quattro Forti austriaci: a Piovezzano il forte Degenfeld e a Pastrengo i forti Benedeck, il Nugent (nella foto) e il Leopold, costruiti tra il 1859 e il 1861 a difesa strategica delle colline di Pastrengo e Piovezzano. Tra gli edifici civili spiccano le corti e le ville private di casa Segattini, di casa Randina, e di villa Scappini che presenta all’interno una doppia loggia e all’esterno è dotata di un’alta torre chiamata “il colombaron”. Tra gli edifici religiosi, notevole è la Chiesa parrocchiale risalente al 1700: l’altare maggiore con il bellissimo tabernacolo di marmi variegati è datato 1788 ed è sovrastato da un dipinto ad olio con raffigurata “S.Elena che adora la croce”, opera del pittore veronese Francesco Lorenzi. Altri edifici religiosi degni di nota sono la Chiesa parrocchiale di Piovezzano (1800), i resti dell’antica chiesetta trecentesca di San Zeno, la chiesetta settecentesca di San Rocco e il più importante santuario di S.Maria di Pol.

 

 

 

Montagnana, un gioiello racchiuso tra mura medievali

Il suo centro storico è completamente circondato da una cinta muraria medievale lunga quasi due chilometri, che si è perfettamente conservata nel tempo. E’ soprattutto per questo che Montagnana è conosciuta non solo per il prelibato prosciutto che da queste parti si produce da tempo immemorabile, ma anche per essere uno dei gioielli architettonici della provincia di Padova. Un luogo che, non a caso, fa parte del ristretto club de “I Borghi più belli d’Italia”.

Un percorso di visita può partire da Porta XX Settembre, dalla quale si raggiunge facilmente la Rocca degli Alberidetta anche Porta Legnago, è stata costruita tra il 1360 e il 1362 ed oggi è uno dei monumenti simbolo della cittadina. Uscendo dalla fortezza svolta subito a sinistra costeggiando le mura di Via Mure Ovest e poi a destra su Via San Benedetto: dopo pochi passi si trova la Chiesa di San Benedetto, in stile tardo barocco.

Dopo una rapida visita a Porta Vicenza, proseguendo per via Roma si giunge in Piazza Vittorio Emanuele II: qui si affacciano i più eleganti palazzi storici di Montagnana, mentre sulla sinistra si erge il Duomo di Santa Maria Assunta; intitolato alla patrona della città, è stato eretto tra il 1431 e il 1502 e si presenta in stile tardo gotico all’esterno e rinascimentale all’interno.

Dopo aver attraversato la piazza, si prende via Carrarese e si giunge fino a Castel San Zeno: questo è il nucleo più antico della città, un complesso che presenta due torri di vedetta angolari e l’imponente Mastio Ezzelino, che con i suoi 38 metri di altezza offre una splendida vista su tutto l’abitato.

Custoza, le due guerre e l’Ossario

 

Probabilmente non c’è luogo in Italia legato in maniera così indissolubile a due battaglie. E non a caso l’Ossario, simbolo di pace e pietà per tutti coloro che qui persero la vita, non rappresenta solo il suo monumento più rappresentativo, quanto piuttosto un vero e proprio simbolo. E’ una fama triste quella legata alla piccola città di Custoza: in questo tratto della provincia di Verona, nel 1848, gli austriaci sconfissero gli italiani ribelli sotto il maresciallo Radetzky; e sempre qui gli italiani persero un´altra volta contro gli austriaci nel 1866, stavolta sotto la guida di arciduca Alberto. Entrambe le battaglie furono particolarmente cruente e causarono migliaia di morti da entrambi gli schieramenti: negli anni successivi ai combattimenti, i contadini della zona continuarono a rinvenire scheletri di soldati morti in battaglia tanto che nel 1878 si decise di costruire un sacrario dove sistemare decorosamente i resti dei morti che, non essendo identificabili, non potevano essere riconsegnati alle famiglie. A memoria dei caduti di quelle guerre nacque così l’Ossario, opera dell’architetto veronese Giacomo Franco: di pianta ottagonale, presenta quattro lati grandi con gradinata e pronao e quattro lati chiusi; alla base si trova la cripta con sacrario, mentre nella parte superiore un prezioso e piccolo museo espone alcuni reperti risalenti alle due battaglie. Dalla punta dell’obelisco si gode di un panorama spettacolare sul paesaggio circostante, mentre nel basamento si trovano migliaia di ossa – accatastate in enormi pile – che fungono da muti testimoni dell´epoca delle feroci battaglie. L’Associazione culturale CREA di Custoza è il punto di riferimento per tutto ciò che riguarda l’Ossario. Oggi, però, la cittadina – che sorge tra le colline moreniche nell’entroterra a sud del Lago di Garda verso Verona – è famoso anche per un altro aspetto, decisamente meno inquietante: l’omonimo vino che vi si produce. Si tratta di un vino bianco, insignito della DOC nel 1971, leggero e fresco, a volte leggermente frizzante, da bere giovane e freddo, che viene prodotto da vitigni principalmente di Trebbiano e Garganega, coltivati sulle dolci pendici dei colli della zona.

 

 

 

 

A Tarzo alla scoperta del Giardino Museo Bonsai della Serenità

Nella patria della castagna di Colmaggiore in provincia di Treviso c’è un luogo magico che viene considerato il Tempio della Storia del Bonsai in Italia. Merito di Armando Dal Col, che dopo una serie di viaggi in Giappone ha pensato di creare nel suo giardino un piccolo angolo di paradiso: mille metri quadrati per un giardino botanico dedicato non solo agli appassionati ma a tutti gli amanti della natura che vogliono ammirare dei capolavori naturali viventi. La sua casa ha le pareti segnate dal tempo e sorge nel piccolo centro storico del paese di Tarzo, a pochi metri dalla strada statale; e così, salendo per i vecchi gradini di pietra che portano sul retro della casa dov’è nato il giardino Bonsai a ridosso della collina, sembra di entrare in un altro mondo.

Lo scopo del Giardino Museo Bonsai della Serenità è di essere un veicolo educativo per chi non possiede la cultura del verde, preservando al contempo quanto è stato creato in questi decenni, affinché anche le generazioni future possano ammirare questi capolavori naturali viventi. I bonsai non sono semplicemente esposti, a fila sui bancali, o appoggiati su dei tronchi, o negli spazi faticosamente ricavati sulla collina, ma inglobati nel verde quasi fossero un tutt’uno, diventando in questo modo un luogo di riflessione, meditazione e diletto.

I visitatori che raggiungono quest’angolo della provincia di Treviso restano immediatamente catturati dalle bellezze dei vigneti lungo la “Strada del vino bianco del famoso Prosecco”, e dell’incantevole valle con i laghi e le colline che circondano Tarzo. E poi c’è Armando, che con sua moglie Haina è sempre pronto ad aprire ai turisti le porte del suo piccolo paradiso!

 

 

San Pietro di Feletto, l’antica Pieve e il “Cristo della Domenica”

Di domenica non si lavora. E’ questo il monito che, da tanti secoli, lancia l’affascinante affresco del Cristo della Domenica, custodito nella facciata della Pieve di S. Pietro di San Pietro di Feletto (Treviso), sotto un grande porticato a travature di legno. Chi lavora nel giorno del Signore – è il senso della particolarissima opera – fa soffrire il Cristo che, colpito dagli attrezzi di lavoro, versa sangue dalle ferite; il dipinto è interessante anche perché mostra ai visitatori gli strumenti ed i tipi di lavoro delle genti delle colline Felettane. Ma è tutta la Pieve, splendida opera di epoca longobarda eretta intorno all’anno mille, a meritare una visita perché, pur nelle sue piccole dimensioni, offre a chi si spinge in questo angolo magico delle Terre del Prosecco uno spettacolo artistico vario e inconsueto. L’esterno presenta un ampio porticato, che probabilmente aveva anche la funzione di garantire sicuro riparo ai popolani durante lo svolgimento di adunanze di carattere sociale, politico ed economico. Il campanile, che si alza isolato, con cuspide del XVI° secolo, è in stile romanico sul modello di quello di Aquileia. La Pieve è preceduta da una scalinata del XIX° secolo.

Numerosi sono gli affreschi che decorano il porticato; oltre al “Cristo della domenica”, spicca la “Madonna con Bambino tra i Santi”, importante per un particolare iconografico molto raro: quello di Gesù Bambino che succhia il latte da una vescica, con il quale l’autore probabilmente volle rifarsi alle usanze delle povere famiglie di un tempo. All’interno l’architettura è di grande fascino, ma comunque essenziale: vi sono tre strette navate divise da arcate a tutto sesto su grossi pilastri rettangolari. Sullo sfondo si apre un’abside semicircolare con pitture a strati sovrapposti. Le pareti della navata centrale sono interamente affrescate con opere di vari autori e con raffinati accenni al gusto bizantino, che spaziano dal XIII al XV secolo. Bellissima la cappella del fonte battesimale, decorata da affreschi di fine quattrocento che illustrano la vita e il martirio di San Sebastiano. Il pittore che ha affrescato l’interno della pieve è ignoto, ma probabilmente era artista di terraferma tra Treviso e Belluno, formatosi forse nella scuola di Antonio Vivarina. Lo confermano la tipologia dei volti, la definizione dei capelli, nonché gli abiti e le calzature: caratteristiche che fanno presumere l’attività di costui anche a Serravalle e precisamente presso la cappella Galletti della Chiesa di San Giovanni Battista.

Orari: sabato 9.00-10.00/ 15.00-20.00, domenica 9.00-11.30/14.30-19.00.

E’ possibile visitare la chiesa in altri giorni ed orari soltanto chiamando con preavviso il numero: 329-3615869

 

Bassano_Fuoriporta

Storia e segreti della grappa al Museo di Bassano

Il Museo dedicato al più “italiano” dei distillati non poteva che sorgere a Bassano del Grappa. Nel cuore della città, proprio di fronte allo storico Ponte Vecchio, è possibile scoprire la storia di questa amatissima bevanda dai primi alchimisti che volevano scoprire l’elisir di lunga vita fino agli acquavitai veneziani del 1600, passando per i medici del Rinascimento che distillavano erbe e fiori per fini farmaceutici.

Frutto di una lunga ed appassionata ricerca, il Poli Museo della Grappa sorge all’interno dell’antico Palazzo delle Teste e ospita una raccolta di 1.600 volumi antichi e moderni. Lo spazio è diviso in cinque sale con testi in italiano e in inglese e proiezione video in varie lingue. Nella prima è possibile ripercorrere le origini e l’evoluzione dell’arte della distillazione nel tempo grazie a ricostruzioni di apparecchi distillatori e all’esposizione di documenti a stampa; nella seconda vengono descritte le origini della grappa, le caratteristiche della materia prima e i diversi metodi di distillazione.

E se nella terza sala è possibile vedere un video sulla produzione della grappa, nella quarta è esposta la più ampia e completa collezione di grappe mignon conosciute in Italia. Nella quinta sala, infine, si trova uno show room dove si possono assaggiare e acquistare i prodotti delle Distillerie Poli: i proventi della vendita sono destinati ad approfondire la ricerca storica sull’arte della distillazione e sulle origini della Grappa.

 

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La strada del Torcolato e dei Vini di Breganze

Un percorso che unisce sapientemente centri ricchi di storia e piccoli borghi della provincia di Vicenza, accomunati da un’antica tradizione enologica tra le più rinomate dell’intero Stivale: è la Strada del Torcolato e dei Vini di Breganze, che si sviluppa nella fascia pedemontana vicentina compresa tra le vallate dei fiumi Astico e Brenta, all’interno della zona a Doc Breganze.

Partendo dal vivace centro di Thiene, con la villa Da Porto Colleoni nota per le sue torri e l’appariscente merlatura, e spostandosi verso Est fino alla millenaria Bassano del Grappa, il tracciato tocca 7 centri tutti da scoprire e da gustare. E’ il caso di Lonedo di Lugo, dove è possibile ammirare due capolavori palladiani come Villa Godi Malinverni e Villa Piovene, dalle quali è possibile godere di uno splendido panorama sulla pianura vicentina.

E ancora più a Est, impossibile non fare una sosta a Breganze, nel cuore dell’omonima Doc, terra di grandi vini da tempo immemorabile: non solo un luogo dove gustare dell’ottimo vino, ma anche un paese tutto da scoprire, in antichità centro fortificato sulla strada per l’Altopiano dei Sette Comuni; dominata da un campanile tra i più alti del Veneto, Breganze è nota per le sue torri e per una specialità locale come il “piccione torresano” allo spiedo. Ancora enologia ed enogastronomia si fondono continuando il viaggio che scende verso la pianura: prima alla Bastia di Montecchio Precalcino, lodata nei secoli per i suoi vini, e poi a Sandrigo, patria del famosissimo baccalà alla vicentina. Imperdibile infine, prima di raggiungere Bassano del Grappa e il suo celebre Ponte degli Alpini realizzato su disegno del Palladio, la città medievale di Marostica, cinta da mura merlate che racchiudono la Piazza degli Scacchi e collegano i due castelli inferiore e superiore.

Bolca_Fuoriprota

Un salto all’indietro nel tempo con i fossili di Bolca

Pochi lo sanno ma in provincia di Verona, immersa nell’alta Val d’Alpone, si nasconde la capitale mondiale dei Fossili dell’Era Terziaria: visitare Bolca vuol dire iniziare un percorso a ritroso nel tempo fino a 50 milioni di anni fa, fra piante e pesci dell’Eocene medio riportati alla luce in diverse località del suo territorio – la Pessàra, le cave del Postale, il Vegroni, il monte Purga e lo Spilecco – e visibili anche all’interno del Museo dei Fossili, la casa-museo della famiglia Cerato.

Una sorta di “Paradiso dei paleontologi”, se si pensa che il primo documento sui fossili bolcensi risale addirittura al 1555, per opera del botanico senese Pietro Andrea Mattioli: da ben 500 anni, insomma, i fossili vengono regolarmente estratti dalle cave di Bolca con un processo che è andato evolvendosi nel tempo; e da ben 500 anni grandi studiosi hanno esaminato e scritto dei fossili di Bolca e continuano ancora a farlo per trovare risposta a vecchi e nuovi interrogativi sulla storia della terra e sull’evoluzione delle specie.

Un po’ di storia: 50 milioni di anni fa il territorio di Bolca era caratterizzato da un vasto litorale lagunare, ai margini del grande Mare della Tetide, con una serie di bacini poco profondi, dalle acque calme e molto salate, chiusi da atolli corallini su cui dominava una natura rigogliosa, con clima, vegetazione e fauna tipici dei mari tropicali. Particolari fenomeni naturali che sono ancora oggetto di studio (potrebbe trattarsi di eruzioni vulcaniche, di un eccezionale sviluppo di plancton o anche di altri accadimenti) provocarono la morte dei pesci in mare aperto, trasportati poi dalla corrente nei bacini e depositati sul fondo, dove furono ricoperti da sabbia finissima. La formazione della catena alpina li “spinse” quindi a questa altezza, dove oggi vengono ritrovati, assieme a resti di piante, fiori, frutti ed animali (tartarughe, coccodrilli) che vivevano sugli isolotti circostanti.

Il risultato è che nell’ultimo mezzo millennio questi straordinari esemplari, unici per la varietà e lo stato di conservazione, hanno conquistato scienziati, studiosi, geologi e paleontologi, ma anche capi di Stato, Papi, uomini di governo ed ambasciatori, e sono andati ad arricchire i più prestigiosi Musei di Scienze Naturali d’Italia e del mondo (Parigi, Londra, Vienna, Monaco di Baviera, Budapest, Edimburgo, Dublino, Zurigo, New York, Washington, Mosca solo per citarne alcuni) ed innumerevoli collezioni private (tra le più antiche ricordiamo quelle di G. Fracastoro, F. Calceolari, Papa Sisto V, L. Moscardo, S. Maffei, Gazzola, Canossa, Séguier, etc.).

Visitare Bolca, quindi, vuol dire effettuare un vero e proprio viaggio a ritroso nel tempo: l’Era Terziaria è molto più vicina di quanto si possa immaginare!