Il Canale di Maria Bona a Giaglione

Grazie a quest’opera realizzata nel 1400, per molti anni il paese di Giaglione (Torino) registrò per molti anni un incremento demografico incredibile: vennero nominati irrigatori, addetti alle manutenzioni e le cause e i litigi per i cambi d’uso dei terreni e le relative tasse da pagare ai signori crearono dispute interminabili. Il “Lou Gran Blalhìe”, noto dal 1914 come il Canale di Maria Bona, è un pezzo di storia del territorio che ancora oggi è visitabile percorrendo un suggestivo sentiero pianeggiante da percorrere in alcuni tratti con cautela, a causa della vicinanza di pareti rocciose a strapiombo: il suo alveo taglia infatti le ripide pareti dei contrafforti del versante sinistro della Val Clarea ad un’altezza fino a trecento metri per una lunghezza di cinquecento metri circa, interamente scavato nella roccia. Nel periodo antecedente all’opera l’unica acqua utilizzabile era il torrente Clarea, che scorreva in alto nel suddetto vallone per poi inabissarsi nelle gorge gettandosi nella Dora Riparia senza lambire i terreni della comunità. Si rese quindi necessario pertanto costruire il canale, anche perché l’abitato era solo supportato da poche sorgenti e gran parte dei terreni non erano irrigabili. I primi progetti risalgono al 1200 ma i tentativi di deviare le acque del Clarea non sono mai stati avviati; solo nel 1400 con il superamento del Pian delle Rovine si porta a compimento l’opera.
Nel 1458 furono eletti quattro arbitri della Comunità per dirimere le questioni sui cambi di utilizzo delle coltivazioni e per gestire il complicato sistema di canali allora progettato.

 

La Sacra di San Michele tra storia e leggenda

A questo luogo magico si ispirò Umberto Eco scrivendo il celebre romanzo “Il nome della rosa”. E’ la Sacra di San Michele, uno dei monumenti più suggestivi di tutto il Piemonte, che sorge all’ingresso della Val di Susa in provincia di Torino, a quasi 1000 metri d’altezza, sulla cima del monte Pirchiriano.

La sua costruzione, antichissima, è a metà tra storia e leggenda. Di sicuro vi era un castrum romano a protezione dei traffici da e per la valle che porta in Francia, poi sostituito da una Chiusa longobarda che aveva il medesimo scopo. Contemporaneamente, però, in quest’epoca altomedievale, a partire dal V-VI secolo si diffuse la venerazione di San Michele Arcangelo, che porterà alla costruzione dei santuari di San Michele a Monte Sant’Angelo in Puglia e Mont Saint Michel in Normandia.

La Sacra di San Michele venne costruita tra il 983 ed il 987 ad opera di San Giovanni Vincenzo, che da Ravenna venne qui per condurre vita eremitica in seguito alla visione dell’Arcangelo Michele, che gli ordinò di erigere un santuario. La leggenda dice che la prima cappella venne consacrata direttamente dagli angeli, che di notte la avvolsero in un grande fuoco di purificazione.  Contemporaneamente il conte francese Hugon de Montboissier, signore dell’Alvernia e grande peccatore, venne in Italia per chiedere l’indulgenza per le sue malefatte a Papa Silvestro II. Questi gli offrì due possibilità di scelta: un esilio in povertà per sette anni, oppure la costruzione di un’abbazia. Sulla via del ritorno in Francia, Il conte Ugone decise quindi saggiamente di partecipare alla costruzione della Sacra, la cui direzione affidò ad un monaco benedettino francese. Fu l’inizio di un periodo di grande fulgore, con l’abbazia divenuta un centro importante di cultura e potere secolare, con grandi possedimenti terrieri.

Il complesso dell’Abbazia è interamente visitabile ed estremamente suggestivo; dal sepolcro dei monaci oggi in rovina, alle Foresterie, lo scalone dei morti ed il portale dello zodiaco, la chiesa con gli affreschi ed altre sale visitabili solo durante le visite speciali accompagnate. La vista dall’alto del monte Pirchiriano è davvero spettacolare: da un lato la città di Torino e la pianura padana, dall’altro tutta la Val di Susa e le sue montagne, mentre sotto l’abbazia lo strapiombo è da vertigini pure.

 

 

Il gusto in tutte le sue sfaccettature in mostra a Frossasco

Dalla preistoria ai giorni nostri, un viaggio nella storia dell’alimentazione che consente di scoprire il gusto in tutti i suoi molteplici aspetti. E’ un luogo unico in Italia il Museo del Gusto di Frossasco, piccolo paese piemontese che dista 5 chilometri da Pinerolo e 30 da Torino. Ad attendere i visitatori, più che un semplice spazio museale, è un percorso attraverso la cultura, la conoscenza del cibo e l’esplorazione dei sensi: un’occasione per conoscere da vicino i prodotti tipici, le eccellenze del territorio e le antiche tradizioni alimentari, con un occhio sempre attento ai gusti contemporanei.

Nato nel 2004, insieme alla Scuola di Cucina che è ospitata all’interno dello stesso edificio, costituisce l’Argal – Centro di Valorizzazione del Prodotto Tipico” – con l’obiettivo di promuovere il valore dei prodotti tradizionali essenza del territorio.

Il Museo ha al suo interno anche la Bottega del Gusto, dove è possibile acquistare i migliori prodotti tipici locali, e la Bottega del Vino, tappa della Strada Reale dei Vini Torinesi, con la vendita di vini d.o.c. della Provincia di Torino. L’allestimento propone ai visitatori interessanti confronti tra la cucina tradizionale e quella contemporanea, itinerari per approfondire la conoscenza dei vari alimenti con informazioni sui principali cibi del mondo, postazioni sensoriali e multimediali dedicate ai 5 sensi, il “Gioco delle calorie”, l’orto-frutteto didattico e sezioni dedicate al gusto nell’arte, nella musica, nel cinema, nella pubblicità. Ricca è anche la produzione di mostre itineranti, documentazione fotografica, videoricette e pubblicazioni, con una biblioteca scientifica specializzata.

Museo della frutta

Un tuffo nel passato al Museo della Frutta di Torino

Trentanove varietà di albicocche, 9 di fichi, 286 di mele, 490 di pere, 67 di pesche, 6 di pesche noci, 20 di prugne, 44 di uva, 50 di patate e un esemplare ciascuno di rapa, di barbabietola, di carota, di pastinaca, di melograno e di mela cotogna: il Museo della Frutta di Torino ospita la collezione di 1021 “frutti artificiali plastici” modellati a fine Ottocento da Francesco Garnier Valletti, geniale ed eccentrica figura di artigiano, artista, scienziato. Una straordinaria collezione pomologica che è al contempo un tuffo nel passato per riflettere sul tema, attualissimo, della biodiversità. La ricostruzione dei laboratori d’analisi, delle sale della collezione pomologica, della biblioteca, dell’ufficio del direttore, valorizzano il prezioso patrimonio storico-scientifico della Stazione di Chimica Agraria dal 1871 ad oggi, nel contesto dell’evoluzione della ricerca applicata all’agricoltura a Torino tra Otto e Novecento.