L’arte dell’intreccio in mostra a Castelsardo

Un sapere antico da scoprire in uno spazio museale unico nel suo genere. Passeggiando nelle vie di Castelsardo (Sassari) è possibile incontrare ancora oggi le cestinaie, figure storiche e al contempo moderne, che al di fuori dall’uscio di casa intrecciano la palma nana, il fieno marino e la rafia, come sentito dovere di comunicazione storica delle tradizioni, verso i turisti e verso i loro stessi concittadini. I loro manufatti, esposti ai turisti e ai passanti, riprendono le tecniche, le forme e i decori dell’antica tradizione ad intreccio di Castelsardo ma altresì richiamano i gusti personali e il talento innovativo dell’artigiano contemporaneo del luogo. Il Museo si articola in ben undici sale, e mette a disposizione dei visitatori anche terrazze panoramiche e aree esterne. Le tecniche dell’intreccio delle palme sono molteplici: dalle più semplici, ad annodatura, a raggiera, ad avvolgimento, a intreccio diagonale e perpendicolare, a incastro; a quelle più complesse utilizzate per gli intrecci artistici, come quella a incrocio tubolare, a raggiera bi-frontale, a cornetti, a mezza foglia, a treccia, a mazzetti, ad avvolgimento a spirale, ad avviluppamento triangolare, a ripiegamento.

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Alla scoperta del circuito dei Giardini storici di Sardegna

Il circuito dei “Giardini storici di Sardegna” riunisce sotto un unico marchio sette tenute e giardini isolani di gran pregio, sia dal punto di vista storico che naturalistico, con lo scopo di promuovere nuovi ambiti di fruizione del territorio sardo, anche in bassa stagione.  Si tratta di luoghi dal fascino unico tra castelli e antiche cisterne romane, tra arte e paesaggi unici, tra specie ed essenze botaniche rare, tra fonti e cascate e tanta storia, se pensate che a crearli furono tra gli altri l’eroe dei due mondi Giuseppe Garibaldi, l’ingegnere ferroviario inglese Benjamin Piercy o il marchese Aymerich. Ne fanno parte il Parco di San Leonardo di Siete fuentes (Santu Lussurgiu), il Parco inglese dell’ingegner Benjamin Piercy (Bolotana), l’Orto botanico Patrizio Gennari (Cagliari, nella foto), ilGiardino all’italiana di Ignazio Aymerich (Laconi), l’Isola giardino di Giuseppe Garibaldi a Caprera (La Maddalena), il Giardino degli agrumi dello stabilimento Pernis-Vacca e la Vega di Palazzo Boyl (Milis) e il Parco di Monserrato (Sassari). Obiettivo del circuito è quello di mettere a sistema e valorizzare questi luoghi per farli diventare un vero prodotto che possa inserirsi a tutto tondo nel mercato del turismo botanico, che interessa e muove tanti appassionati in Italia ed Europa.

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La vita tradizionale sarda in mostra al Museo del Costume

Con 9 sale tematiche che custodiscono oltre 8.000 reperti risalenti al periodo compreso tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, il Museo del Costume di Nuoro rappresenta il più importante museo etnografico della Sardegna. Di grande impatto visivo è il complesso di edifici in cui si articola, disegnati dall’architetto Antonio Simon e concepiti per riprodurre la struttura di un villaggio sardo nel quale sono aggregate le caratteristiche architettoniche peculiari dei diversi centri isolani. Aperto nel 1976 con il nome di Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde, lo spazio ha subìto un profondo restyling e ha riaperto le porte al pubblico il 19 dicembre del 2016: la nuova struttura offre una rappresentazione generale della vita tradizionale dell’isola, dal lavoro alla festa, attraverso la testimonianza dei modi dell’abitare e del vestire, dell’alimentazione, della religiosità e dell’immaginario popolare. La parte più consistente delle collezioni è costituita dagli abiti tradizionali, sia maschili sia femminili, che provengono soprattutto dai paesi della Barbagia: spiccano gli abiti da sposa e l’elegante corpetto femminile nuorese di fine Ottocento, che veniva indossato sopra il giubbetto ed era confezionato in tessuti preziosi come i broccati. Moltissimi sono poi gli accessori dell’abbigliamento come cuffie, copricapi, catenelle, bottoni e gemelli in argento, gli amuleti e i materiali tessili. E ovviamente non manca una sezione dedicata alle maschere tradizionali del Carnevale barbaricino, nonché l’esposizione di pani festivi e cerimoniali e di dolci del Nuorese.

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In viaggio ad Ollolai alla scoperta della Sardegna più autentica

Sorge a circa 1000 metri di altezza sul monte San Basilio, coperto dalla ricca vegetazione della macchia mediterranea. Ollolai è un suggestivo paese montano in provincia di Nuoro, ed è uno dei simboli della Barbagia, il territorio più “autentico” della Sardegna fatto di grotte nascoste, selve impenetrabili e gole profonde.

Ollolai conserva sul suo territorio testimonianze delle sue origini preistoriche con le tombe e i nuraghi ben conservati, ed è immerso tra corsi d’acqua e sorgenti naturali; il paesaggio è arricchito da lecci e querce secolari, che hanno potuto crescere indisturbati godendo del clima e della pace dell’isola. Qui cresce anche l’asfodelo, pianta sacra per gli antichi greci, che le donne del paese intrecciano con grande abilità per realizzare dei graziosi cestini.

Nel grazioso centro storico meritano una visita due interessanti architetture religiose come la parrocchiale dedicata a San Michele Arcangelo e la chiesa dedicata a Sant’Antonio da Padova. Ed è sul territorio di Ollolai che si trova la famosa “Finestra della Sardegna”, da dove nelle giornate di cielo limpido si possono vedere i due mari che bagnano le coste a est e a ovest.

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Cheese is probably the most consumed and delicious food of Barbagia, the most "true" and wildest area in Sardinia

In tour fra i prelibati formaggi della Barbagia

Insieme al pane e alla carne, il formaggio è probabilmente l’alimento più consumato e prelibato della Barbagia, la zona più “vera” e selvaggia della Sardegna. Quella che gli Antichi Romani definivano “la terra dei barbari”, era un’unica, misteriosa landa, fatta di montagne, grotte nascoste, selve impenetrabili e gole profonde; la morfologia di queste terre è caratterizzata dai massicci più imponenti della Sardegna: il Gennargentu la cui vetta, chiamata punta La Marmora, raggiunge i 1834 metri, e il Supramonte, che con monte Corrasi si attesta a 1463 metri. E così un viaggio alla scoperta della Barbagia non può prescindere dalla conoscenza dei suoi formaggi, prodotti da tempo immemorabile ed esportato da diversi consorzi in tutto il mondo. Quello più conosciuto è sicuramente il pecorino sardo, un formaggio semicotto di consistenza morbida ma compatta; esistono anche pecorini stagionati, dai quali si ricava spesso l’illegale formaggio con i vermi. Tra i formaggi vaccini è obbligatorio assaggiare la taedda, una sorta di provola che arrostita risulta essere una vera leccornia. Tra i cagli, sa frùe viene solitamente servita con pomodori, e allo stesso modo si usa la Merca, un salatissimo formaggio fresco. Il formaggio trova svariati utilizzi in cucina, sia come condimento per la pasta, sia come piatto unico da assaporare durante il pasto, come la ricotta servita su una foglia di lattuga e cosparsa di miele, sia nella preparazione di dolci. La casadina invece è un tortino con formaggio pecorino, mentre la famosissima seada una specie d’enorme raviolo ripieno di formaggio che, dopo essere stato fritto, viene servito con il miele o con lo zucchero.

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Mamoiada, Fonni e Gavoi, viaggio nel cuore della Barbagia

La prima testimonianza della presenza umana in quest’area risale alla preistoria. La Barbagia, d’altronde, rappresenta la Sardegna più aspra e selvaggia, in qualche modo più “vera”. Quella che gli Antichi Romani definivano “la terra dei barbari” era in realtà un’unica, misteriosa landa, fatta di montagne, grotte nascoste, selve impenetrabili e gole profonde; e ancora oggi, a distanza di tanti secoli, la Barbagia è una sorta di museo vivente che conserva la sua fiera natura e la sua naturale ospitalità. Un viaggio in questa terra non può che partire da Mamoiada, nota in tutta Italia per il particolarissimo Carnevale che vede protagonisti i Mamuthones e Issohadores (nella foto); una meraviglia che si può apprezzare tutto l’anno, visitando il Museo delle Maschere Mediterranee. E oltre al caratteristico centro storico nel quale spiccano la Chiesa di Loreto e quella dedicata alla beata Vergine Assunta, tutti i dintorni di Mamoiada meritano una visita, con tracce archeologiche risalenti al Neolitico come l’antica stele “sa perda pinta”, ovvero la pietra dipinta, oppure il nuraghe di Arrailo, nel Rione “sa Pruna”. A pochi chilometri di distanza sorge Fonni, famoso per essere il comune più alto della Sardegna, da dove partono le escursioni per il Gennargentu. Nel suo centro storico meritano una visita la chiesa di san Giovanni Battista in stile tardogotico, il santuario della Vergine dei Martiri, affiancato dal convento francescano e dall’oratorio di san Michele e il museo della Cultura pastorale, allestito in una casa padronale del 1800, dove è possibile rivivere lo scorrere della vita agro-pastorale che ha caratterizzato il paese. Il viaggio nel cuore della Barbagia termina a Gavoi, celebre per le sue prelibatezze gastronomiche, a partire dal famoso pecorino fiore sardo dop. Qui vale la pena visitare le chiese del Carmelo, di San Gavino, di San Giovanni Battista e di Sant’Antioco, oltre al Santuario campestre di Sa Itria. A due chilometri dal paese, inoltre, non è possibile non restare rapiti dal blu intenso, specie in autunno e inverno, del lago di Gusana, ideale per escursioni in canoa e per la pesca sportiva.

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Il Parco Aymerich, meraviglia naturalistica nel cuore del Sarcidano Sardo

Con le sue roverelle e suoi lecci abbraccia il borgo di Laconi, condizionato nel suo impianto urbanistico da una morfologia complessa che nel tempo ha determinato scelte insediative tipiche dei centri montani. E’ il Parco Aymerich, uno spazio verde urbano che si articola intorno ai resti del castello Aymerich, il cui primo impianto è probabilmente da ascriversi al 1053. L’area si estende su una superficie di più di 22 ettari nel comune del comune in provincia di Oristano, nella regione denominata Sarcidano, al centro della Sardegna. Le rovine del castello presentano stratificazioni plurime, che nel corso dei secoli hanno portato all’attuale aspetto: il nome richiama gli ultimi signori di Laconi, gli Aymerich appunto (che assunsero il titolo nel ‘700), ma in realtà l’edificio nacque originariamente in epoca medievale – probabilmente sui resti di un castrum bizantino antibarbaricino – per difendere la frontiera del Regno di Arborea da quello di Cagliari. La torre maestra, a pianta rettangolare, risale all’XI-XII secolo e nel XVIII fu trasformata in un carcere. Accanto ad essa sorge il castello vero e proprio, suddiviso in due piani: quello inferiore è contemporaneo alla torre, mentre quello superiore è successivo e presenta alle finestre eleganti modanature in stile catalano-aragonese. Questo castello fu la residenza dei signori di Laconi fino alla metà dell’800, epoca in cui il marchese Ignazio Aymerich Ripoll aveva già fatto realizzare un giardino di piante esotiche che si estende su un’ampia superficie. Probabilmente ai signori laconesi si deve anche l’impianto boschivo circostante il castello, nel quale trovano dimora anche piante singolari e non originarie, quali un cedro del Libano di dimensioni eccezionali ed il pino di Corsica. Ma il parco è costituito anche da fitte leccete, intervallate da cavità naturali, ruscelli, piccole cascate e laghetti che creano un’atmosfera di grande fascino, a disposizione di tutti a pochi passi dal centro urbano.

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La millenaria storia della Sardegna in mostra all’Antiquarium Arborense

La storia della Sardegna in mostra in uno spazio unico: il Nuovo Antiquarium Arborense, il Museo storico del collezionismo delle antichità sarde. Una struttura che sorge nella graziosa cornice di Piazza Corrias ad Oristano, e che l’11 marzo scorso è stato inaugurato al termine dei lavori di adeguamento degli impianti, eliminazione delle barriere architettoniche e realizzazione di spazi espositivi multimediali.

Il museo propone ai visitatori oltre 20.000 beni archeologici, inquadrandoli nel clima culturale dell’Archeologia mediterranea, vicino orientale, anatolica, africana dell’800 e nel clima culturale dell’archeologia-antiquaria della Sardegna. La metà di questi appartengono al patrimonio di Beni Culturali di proprietà comunale, formato in particolare dalle collezioni archeologiche Pischedda, Carta, Sanna Delogu, Pau, Cominacini-Boy, D’Urso-Vitiello; a questi si aggiungono altri reperti che fanno parte del patrimonio indisponibile dello Stato, frutto di depositi stabiliti dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici a partire dal 1945 e di sequestri di materiali archeologici operati dalle Forze dell’Ordine.

Lo spazio si articola su due livelli: al primo piano sono visitabili la Sala “La Sabbia del tempo” e il Museo Tattile, mentre al secondo la Sala “La famiglia dell’Antiquario”, la Sala “Retabli”, la sala video e quella per le esposizioni temporanee. Molto interessanti, al primo piano, sono i plastici che ricostruiscono la città di Oristano nel XIV secolo (periodo giudicale) e quella città di Tharros nel IV secolo d.C; al secondo, nella Sala Retabli, sono invece esposte tavole pittoriche del Quattro- Cinquecento, tra cui il retablo di San Martino (XV secolo), il retablo del Santo Cristo (1533) di Pietro Cavaro, e il retablo della Madonna dei Consiglieri (1565) di Antioco Mainas.

L’Antiquarium Arborense, inoltre, è uno dei pochi musei in Sardegna a disporre di una sezione espositiva dedicata ai non vedenti e agli ipovedenti, dove è possibile comprendere i dettagli di alcuni fra i più bei manufatti esposti al Museo toccandoli con mano con l’ausilio delle guide museali, preparate professionalmente per accompagnare i non vedenti. Ma non solo: in diverse occasioni sono i non vedenti a diventare guide museali, conducendo i visitatori e facendo toccare loro i reperti, proponendo quindi un nuovo approccio alla tattilità.

Museo Tonara_Fuoriporta

L’arte dei torronai sardi nel Museo di Tonara

E’ uno dei dolci più amati a ogni latitudine, ma cosa c’è dietro a un buon torrone? Come nasce e quali sono le principali tecniche di produzione? A Tonara, nel cuore della Sardegna, avamposto occidentale del massiccio del Gennargentu a 1000 metri sul livello del mare, c’è una piccola grande storia fatta di dedizione per il lavoro, di sacrificio ma anche di passione e fantasia imprenditoriale: quella del Torronificio Pili.

Una storia che parte da un carretto che gira per le strade dissestate della Sardegna di fine Ottocento, di sagra in sagra, di festa in festa, e che continua oggi con un’azienda che ha contribuito a fare di Tonara la capitale riconosciuta del torrone. All’interno della nuova sede del Torronificio è possibile visitare il piccolomuseo dedicato all’antica arte dei maestri torronai tonaresi. Attraverso una galleria fotografica ricca di testimonianze del passato e di ricordi familiari, i visitatori possono rivivere il clima della prima metà dell’Ottocento e scoprire dettagli curiosi sulla vita dei paesi della Barbagia.

Ma non solo: la vita e il lavoro quotidiano dei torronai è testimoniato anche dai mezzi di trasporto e dagli strumenti esposti nel museo. Visitare la “fabbrica del torrone” diventa quindi un’esperienza quasi mistica, fuori dal tempo, in un ambiente sereno e    familiare nel quale si intrecciano modernità e tradizione.