Compiano, qui c’è un castello bellissimo!

E oggi siamo nel Castello di Compiano “dove il tempo si è fermato”.
Millenaria fortificazione immersa tra i rilievi dell’Appennino Emiliano, posta a controllo della verdeggiante Valtaro. Da struttura difensiva ed elegante residenza dei principi Landi, fu trasformata, a inizio ‘900, in collegio femminile, per poi divenire dimora stabile ed eclettica casa-museo della Marchesa Raimondi Gambarotta.

Ascolta “E oggi siamo nel Castello di Compiano "dove il tempo si è fermato”.” su Spreaker.

Ciò che affascina, non appena varchi il portone di ingresso del Castello di Compiano, è la presenza di elementi decorativi, arredi e oggetti d’arte tanto diversi tra loro e distanti cronologicamente con l’epoca di costruzione del maniero. La tipologia di casa-museo e la collezione Raimondi-Gambarotta è un unicum immerso in pieno Appennino Parmense.

Il Castello di Compiano fu acquistato nel 1966 da Lina Angela Luisa Contessa Raimondi Marchesa Gambarotta che lo adattò a stabile dimora, trasformando in particolar modo il piano nobile, già residenza dei principi Landi.

La variegata caratterizzazione delle sale, che abbracciano periodi che spaziano dal Rinascimento, al Rococò, dal Medioevo allo stile Impero, si inserisce perfettamente nel clima del collezionismo di inizio ‘900. La sua raccolta, nata e implementata nel corso degli anni, in seguito alle esperienze lavorative e ai numerosi viaggi, rispecchia la personalità colta e al tempo stesso bizzarra della proprietaria.

L’idea di un ambiente intimo e riservato come la biblioteca, con le sue boiserie in legno, ricorda lo studiolo di principi umanisti; la saletta cinese con le sue statuine di Budda, teiere e potiche e oggetti di arredamento di grande pregio come il tempietto e il paravento cinese, ricalca l’interesse di molti collezionisti a cavallo tra ‘800 e ‘900 per l’esotico e la moda per l’orientale.

La sala della musica, contraddistinta dalla presenza di un Sievers francese di passaggio tra il forte-piano e il pianoforte in palissandro è testimonianza dell’elevato grado culturale della Marchesa, mentre la sua camera da letto, con specchiere che celano guardaroba e una sala da bagno in stile impero, con porta-parrucche e casco per la messa in piega, ci riporta a una leziosa “vanitas” dei nostri giorni.

Il Castello di Compiano, è uno scrigno pieno di sorprese, qui infatti troverai un museo unico nel suo genere in tutta Italia: il Museo Massonico Internazionale “Orizzonti Massonici”. Il professor Flaminio Musa comandante partigiano, medico, poeta, massone del rito scozzese ne fu l’artefice. Cimeli, medaglie, quadri: qui tutto racconta il simbolismo massonico inglese del Settecento e dell’Ottocento.
Ma non è finita qui!

La sala al piano terra del Castello, in comunicazione con la biglietteria/reception, accoglie oggetti che caratterizzavano le cucine locali tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, nonchè utensili legati ad antiche produzioni artigianali parmensi.
Compiano e il territorio della Valtaro vantano alcune eccellenze alimentari di fama internazionale: il Parmigiano Raggiano di montagna, i salumi, i funghi porcini, le castagne e altri prodotti della terra, a cui si lega anche la tradizione della pasta fresca tirata a mano. Queste tradizioni, perdute o mutate nel tempo dalla tecnica, rivivono nel racconto di postazioni-video che ti accoglieranno.

Vieni a Compiano, il suo castello ti aspetta!

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Canova, scultore e imprenditore di Possagno

Siamo nell’est del Veneto. A Possagno. Un paese piccolino. Ordinato. Grazioso. E’ qui che le greggi due volte l’anno pascolano nei prati vicini al centro cittadino. Questa potrebbe essere la ragione del suo nome “poss” che unito ad “agno” significa: la pozza dell’agnello. Dal neolitico o dall’eneolitico non si sa bene, ma questi potrebbero essere i periodi a cui ricondurre la prima umanità che da queste parti circolava.

Chissà.

La storia è di certo importante, scavare nella memoria è fondamentale, ma qui a Possagno mi voglio fermare in un anno preciso, in una data precisa il “1 novembre 1757”.
E’ quando nacque il padre del neoclassicismo, Antonio Canova. Proprio qui, in questo lembo di Veneto, in una lingua di terra pianeggiante che indirizza lo sguardo verso l’alto, sotto il Massiccio del Grappa.

Dimora, culla, casa natia, luogo in cui rigenerarsi. Era tutto questo Possagno per Antonio Canova. Anche trasferitotisi a Roma, era sempre qui che tornava. Ed era sempre una festa per i suoi concittadini riaverlo a casa, una festa che celebravano ogni volta in pompa magna. Anche lui non era da meno. Canova amava profondamente la sua terra e la sua gente. Destinava ogni anno a 3 fanciulle, una dote affinché potessero esser prese in moglie.
Ma Possagno, per Canova rappresentava anche il suo amato nonno Pasino, abile scalpellino e capomastro, che gli insegnò i primi rudimenti del mestiere. Fu lui a fargli da padre, vendette le sue terre per farlo studiare, ma il Canova quando divenne “IL CANOVA” gliele riacquistò!

Se vuoi innamorarti di Possagno, come lo fu il Canova, ti offro due dritte:
Gypsoteca e Tempio Canoviano!

La Gypsotheca canoviana è una parte del Museo Canova, insieme alla Casa Natale dello scultore e alla Biblioteca. Vi sono contenuti i modelli in gesso e i bozzetti in argilla dello scultore neoclassico, nonché alcuni dei suoi quadri e disegni.
Tra le tantissime opere originali come Ercole e Lica, il monumento funebre ad Antonio Alfieri, Teseo e il Centauro. Sono tutte riconoscibili come originali perché hanno ancora i chiodini in ferro che ne permettevano le repliche.
Chiodini? Ebbene si!
Vi svelo il segreto.
I garzoni di bottega puntellavano il gesso realizzato dal maestro e poi prendevano le misure tra un chiodo e l’altro attraverso un particolare strumento che, posizionato sul pezzo di marmo, permetteva di intervenire sul punto esatto mantenendo distanze e proporzioni. In questo modo si poteva replicare il pezzo.
Il Canova, non era solo un abile scultore, ma era un vero e proprio imprenditore di stesso! Conservando la scultura in gesso, quella in marmo poteva essere replicata nei minimi dettagli su richiesta. Soprattutto, in questo modo la scultura poteva essere realizzata dalla sua bottega e lui poteva limitarsi alla finitura finale.
Il gesso, insomma, era una sorta di campionario, oltre che l’unica scultura realizzata interamente dalle mani dell’artista e, per alcuni, la vera e propria opera d’arte originale.

La casa natale di Antonio Canova è proprio lì. Nello stesso complesso in cui ti trovi ora ad ammirare gli illustri gessi. Esci, attraversa il giardino, ma fai attenzione, alcune delle piante che vedi, furono volute dallo stesso Canova, in particolare i pini, forse un ricordo di Roma. La casa è una struttura del Seicento ampliata e restaurata dallo stesso artista con i soldi guadagnati a Roma.
Al suo interno si possono vedere non solo le sale dedicate alla vita quotidiana, come la cucina, ma anche dipinti, disegni, bozzetti e statue che ripercorrono la vita dell’artista.
Ci sono inoltre strumenti, ritratti, mobili di inizio ottocento e abiti, come quello indossato da Canova durante la posa della prima pietra del Tempio Canoviano. Un vero e proprio dietro le quinte di uno degli scultori più importanti di sempre.

Non si può pensare a Possagno senza aver dinanzi agli occhi il Tempio Canoviano. Gambe in spalla, attraversa la strada, goditi l’aria frescolina dell’Alta Marca Trevigiana, sali le scali ed entra. Non sei nel Pantheon di Roma, tranquillo!

Canova non vide mai il Tempio, da lui progettato, completato e fu suo fratello a seguire i lavori fino all’ultimo intervento del 1832. Oggi sono sepolti insieme al suo interno, anche se il cuore dell’artista si trova nel monumento funebre ospitato nella Basilica dei Frari e la mano destra, invece, all’Accademia, entrambe a Venezia.

Il Tempio si basa su un concetto pagano, così come la pala della Deposizione di Cristo realizzata dallo stesso Canova: Dio è sole. E non lo è solo all’interno del quadro, ma anche all’interno della chiesa, quando a mezzogiorno esatto entra dalla finestra sulla cupola illuminando l’altare.

Buona Possagno

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Il foliage, l’impietrata, e molto altro nella bella Serra de’ Conti

L’autunno è alle porte. Il golfino indosso. Le foglie cadono. E noi siamo nelle Marche, a Serra de’ Conti, dove il foliage è talmente affascinante da poter competere in serenità con i colori del New Engleand. Prendi la macchina, c’è un posto in prima fila per te nell’affaccio della Panoramica di San Paterniano. Se sei un romaticone, ma anche solo, e non è cosa da poco, un amante della natura e dello sport all’aria aperta, imperdibile è questo luogo! Una vista straordinaria su Serra de Conti, sui Monti Appennini e anche sul Mare Adriatico. Ti innamorerai!

Ascolta “Il foliage, l'impietrata, e molto altro nella bella Serra de' Conti” su Spreaker.

Quello che ti attende è un itinerario di minimo 5 km da fare a piedi o in bici. Il percorso parte da Piazza Leopardi, sale verso San Paterniano. Tratti in pianura, poi in collina, verde scintillante e suoni rasserenanti. Tutto questo ti aspetta. Nel finale percorrerai un tratto del fosso di San Francesco, una piccola valle di notevole interesse naturalistico caratterizzata dalla presenza di una folta vegetazione. Indovina cosa è fondamentale avere in questi momenti? La macchina fotografica, se sei fortunato potresti immortalare anche un airone, un habitué di queste parti!

Serra de’ Conti, come molti altri borghi nelle vicinanze, ha un’origine collocata approssimativamente nell’alto medioevo. Quando la valle del Misa divenne Feudo Imperiale vennero formati nuovi nuclei urbani nell’area, tra i quali, appunto, questo grazioso borgo. Il Misa, che è l’unico fiume che attraversa il comune di Serra, ha lungo le sue sponde sentieri grazie ai quali è possibile osservare una flora e una fauna degne di uno shooting blasonato. Questo itinerario ti consentirà di attraversare un piccolo affluente del fiume Misa in un tratto davvero particolare, ovvero l’impietrata. Si tratta di un attraversamento di epoca romana, tuttora visibile e percorribile, sopratutto in periodi di secca. Stai camminando nella storia, laddove un tempo i nostri predecessori arrivano con le carrozze e chissà cos’altro.

Continuando il percorso, aguzza lo sguardo c’è la chiesa rurale di San Fortunato un piccolo edificio sacro, un tempo punto di riferimento per la comunità serrana. Al suo posto nell’alto medioevo sorgeva il castello di Donazzano, oggi scomparso. L’antica chiesetta rurale, fondata nel XIII secolo e rimaneggiata nella seconda metà del Quattrocento, è stata in parte restaurata all’inizio degli anni Ottanta. La facciata esterna è arricchita da un portale d’ingresso sormontato da una decorazione in cotto a motivi fogliacei. L’altare dedicato a Maria Santissima delle Grazie è circondato da un ciclo di affreschi eseguiti nella seconda metà del XV secolo da Andrea di Bartolo, detto Andrea da Jesi il Vecchio, e probabilmente da Giovanni Antonio da Pesaro.

Continuando a girovagare per le campagne, dirigendosi verso la località di Osteria di Serra de’ Conti, ci si può fermare ad ammirare la Querciagrossa, uno splendido esemplare di roverella, tipico elemento arboreo delle campagne marchigiane, di natura secolare, alto 20 metri, con una circonferenza di 5 metri. Non pensare sia una cosa scontata! Proprio da Osteria comincia via della Fornace, dove al civico 7 si trova l’imponente Fornace Hoffman. E’ un importante esempio di archeologia industriale: una fornace del ‘800 dove venivano cotti i laterizi prodotti in questa zona ricca di ottima argilla e di abbondante acqua, grazie alla vicinanza del fiume Misa. Rimase in funzione dal 1884 al 1971. I proprietari privati, ne hanno curato una bellissima ristrutturazione, che ne fa potenzialmente un importante polo culturale delle Val li del Misa e del Nevola.

Per i più curiosi, c’è un luogo non molto noto che suggella il vostro percorso outdoor a Serra de Conti, è la Grotta della Nembo, particolare testimonianza della Seconda Guerra Mondiale scavata nell’arenaria, nei pressi della Frazione Osteria, lungo il lato sud del fiume Misa. Sono ancora visibili graffiti e bassorilievi che riconducono al comando di paracadutisti della Nembo, ivi giunto per liberare Serra de’ Conti dalla presenza tedesca.
Siamo certi che dopo un percorso del genere non sogni altro che una bella zuppa di cicerchia, sei a Serra, nel posto giusto, siediti e ordinala!
Buona Serra de’ Conti!

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Un ‘pieno’ di bellezza tra i musei e le piazze di Empoli

La bellezza salverà il mondo, lo diceva Dostoevskij, lo ha ricordato anche Papa Francesco non molto tempo fa… e noi ne siamo convinti, ma lo sarai anche tu non appena avrai ascoltato la nuova puntata del podcast, dedicata oggi all’arte che anima Empoli.

Ascolta “Un ‘pieno’ di bellezza tra i musei e le piazze di Empoli” su Spreaker.

Partiamo dal cuore della città, Piazza Farinata degli Uberti dove si trova la splendida Collegiata di Sant’Andrea, la chiesa che rappresentò l’elemento attorno a cui sorse il castrum Impoli fin dal 1119. La facciata della Collegiata, decorata con marmi bianchi e verdi, rappresenta l’unico esempio di romanico fiorentino al di fuori della città di Firenze. Molte delle opere antiche che ornavano le cappelle e gli altari della chiesa si trovano oggi nel vicino Museo della Collegiata. Inizia da qui il tuo percorso alla scoperta dei capolavori conservati a Empoli, in uno dei più antichi musei ecclesiastici d’Italia, fondato nel 1859.

Nelle prime sale ti attendono le eleganti Madonne col Bambino di Giovanni Pisano e Mino da Fiesole, il Fonte battesimale attribuito a Bernardo Rossellino e lo straordinario affresco staccato raffigurante il Cristo in pietà di Masolino da Panicale. A Empoli, altre testimonianze dell’opera di questo celebre artista del Quattrocento si possono trovare nella Cappella di Sant’Elena all’interno della vicina Chiesa di Santo Stefano degli Agostiniani, che, ovviamente, è parte del percorso museale! Gli altri piani non te li sveliamo… devi venire in persona, perchè l’arte ha tutto un altro sapore vista con i propri occhi!

Uscendo dal Museo e tornando in Piazza Farinata degli Uberti, guardati intorno… al centro della piazza troneggia la Fontana delle Naiadi o dei Leoni. Fu costruita agli inizi dell’800 su desiderio dei cittadini che chiedevano, da un lato una fontana per rifornirsi d’acqua nel centro cittadino e dall’altro, un’opera che sostituisse al centro della piazza l’antica colonna del Marzocco, simbolo della Repubblica Fiorentina che era stata demolita durante il regime napoleonico. Realizzato l’acquedotto, l’architetto Giuseppe Martelli progettò la fontana con il gruppo scultoreo composto dalle Naiadi e completato dai quattro leoni, a cui diedero forma gli scultori Luigi Pampaloni, Luigi e Ottavio Giovannozzi. Tra l’altro, la nudità delle Naiadi scatenò le proteste di più puritani che chiesero a gran voce di coprirle… Ma, per fortuna, la bellezza ebbe la meglio!

Cambiando drasticamente stile, periodo e location ci spostiamo nel vicino Palazzo Comunale di via Giuseppe Del Papa dove si trova la Galleria d’Arte Moderna e della Resistenza, la GAM. Istituita nel 1974 per stimolare l’interesse della cittadinanza nei confronti della Resistenza e delle espressioni artistiche di inizio Novecento, la Galleria raccoglie oggi un consistente nucleo di opere di artisti empolesi e toscani come Sineo Gemignani, Virgilio Carmignani, Nello Alessandrini, Mario Maestrelli, Enzo Faraoni, Gino Terreni. Un passaggio qui è fondamentale perché la memoria è la bellezza del futuro che costruiamo.

A questo punto dobbiamo allontanarci dal centro di Empoli e arrivare nel borgo di Pontorme, alla Casa di Jacopo Carucci, detto il Pontormo. Qui, dove l’artista nacque nel 1494, si conservano oggetti e opere che raccontano l’espressione di questo celebre esponente della Maniera moderna. Ci sono addirittura i fac-simili dei fogli che disegnò in preparazione delle tavole dei Santi San Michele Arcangelo e San Giovanni Evangelista che ancora oggi possiamo ammirare nella vicinissima chiesa di San Michele. Si tratta, senza dubbio del più importante lascito del pittore alla sua città natale.

Buona bellezza, buona Empoli!

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Vignanello, tra connutti, storia e bontà

Circondato da campi coltivati, boschi rigogliosi e torrenti sembra un museo a cielo aperto, tra monumenti e vicoli pittoreschi. Il set adatto a una fiaba. Oggi ti portiamo a Vignanello dove il Rinascimento risplende in tutta la sua potenza nel Castello Ruspoli.
Andiamo con calma.

Ascolta “Vignanello, tra connutti, storia e bontà” su Spreaker.

Prima di tutto devi sapere che Vignanello è un gioiellino incastonato nella bella Tuscia. Tanto bello che già dalla Preistoria vi si abitava, forse sarà stato il fascino dei Monti Cimini che lo incorniciano, piuttosto che quello della Valle del Tevere.. chissà cosa stregò l’uomo delle caverne? Certo è che la magia di Vignanello è arrivata fino ai giorni nostri.

Il suo centro storico medievale, l’antico insediamento e i due borghi settecenteschi si trovano lungo una dorsale tufacea delimitata a nord dalla Valle Maggiore, dove scorre il fosso Zangola, e a sud dalla Valle della Cupa, con il suo omonimo fosso. A Vignanello ci sono poi i Connutti, i cunicoli nel dialetto locale, che si sviluppano lungo la linea principale del borgo. Ne esistono diverse diramazioni, tutte affascinanti! Ti diamo qualche dritta in più, per aiutarti nella localizzazione di questo luogo meraviglioso. Siamo ai confini con Toscana e Umbria. La bellezza al cubo! A Vignanello, te lo dicevo prima, è presente una delle dimore più affascinanti del Lazio, Castello Ruspoli, che come ogni residenza storica che si rispetti ha uno straordinario giardino all’italiana, che vedrai come ultima tappa nel corso della vista. Inizierai infatti dal piano terra, poi la cappella privata, il piano nobile, i saloni e le stanze. Sarà difficile andar vita da tanta bellezza.

La storia dei nostri borghi, non può non passare dalle strutture religiose. È per questa ragione che ora ti portiamo nella Collegiata di Santa Maria della Presentazione uno degli edifici di culto più belli di Vignanello. L’abside semicircolare  ornata  da  una  preziosa  Gloria  di  angeli  in  stucco  dorato  che  racchiude  un quadro  di Annibale Carracci, raffigurante la Madonna col Bambino è pazzesca. Contrapposta alla Gloria vi è la cantoria settecentesca decorata da splendide sculture in legno e stucco, che incornicia l’organo realizzato nell’ottocento da Angelo Morettini da Perugia. Una particolarità delle decorazioni è data dalla singolare ricorrenza del muso di un cagnolino. Già ai tempi si era pet friendly!

C’è poi, imperdibile, la Chiesa dedicata alla Madonna del Pianto, per la sua pianta circolare. Ma anche per il miracolo a cui è legata.
Per le strade di Vignanello vi sono numerosi monumenti storici di grande interesse, insieme ai luoghi di culto e allo splendido castello. Molto interessante, ad esempio, è la Porta del Molesino del 1692, detta anche “Porta del Vignola”, un’opera dell’architetto romano Mattia de Rossi allievo di Gian Lorenzo Bernini, che nulla ha a che fare con il Vignola, ma garantiamo, è davvero bella!

Importante, per narrare Vignanello, è anche la Colonna Citatoria di Piazza Gramsci. Realizzata dall’architetto Giovan Battista Gazzale, ed eretta nel 1730. La trovi nel Parco Ruspoli.

La Fontana Barocca, o meglio conosciuta come Fontana d’a Rocca, deve il suo nome alla trasposizione della dicitura data dai Vignanellesi per la quale da “Fontana d’a Rocca” si è tradotta con “Fontana Barocca”; oltretutto il periodo di costruzione risale al Tardo Barocco, 1673.
Questa, è stata la prima fontana eretta all’interno del perimetro delle mura settecentesche della cittadina di Vignanello.

Non ti lasciamo mai andar via a bocca asciutta, devi assaggiare i Mostaccioli, il Pamparito, se ami il vino c’è il Greco di Vignanello.

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Rosignano Monferrato: dai mari ai monti, un viaggio imperdibile

Quando ti arriva sul tavolo, non ci pensi, alzi il bicchiere e mandi giù, pur degustandolo con cura, ma in quel sorso di vino c’è una storia immensa, che attraversa secoli, luoghi e tradizioni. Siamo a Rosignano Monferrato, nel Monferrato Casalese, borgo che ti accoglie con panorami mozzafiato, percorsi d’arte e naturalistici, tradizioni, vini d’eccellenza, prodotti gastronomici e artigianali di qualità. Siamo in provincia di Alessandria, in una città ricca di spunti di visita, per chi come te ama il fuoriporta, tra cultura, tradizione e genuinità.

Qui troverai una eccezionale testimonianza vivente della tradizione storica della coltivazione della vite, dei processi di vinificazione, di un contesto sociale, rurale e di un tessuto economico basati sulla cultura del vino. Oggi ti portiamo negli Infernot, Patrimonio Unesco!

Gli infernot, sono speciali cantine sotterranee scavate nella pietra da cantone per la conservazione del vino, custodiscono anni, o meglio secoli di storia enologica. Ogni infernot ha una struttura unica e decorazioni che lo rendono peculiare, tanto da essere entrate a far parte del Patrimonio dell’Umanità Unesco. L’infernot è senza luce e aerazione, generalmente raggiungibile attraverso una cantina o dagli ambienti domestici, e utilizzata per custodire il vino imbottigliato. Le sue caratteristiche di temperatura e umidità costanti consentono l’ottima conservazione delle bottiglie più preziose. Alcuni infernot sono impreziositi da decorazioni geometriche scolpite sulle superfici perimetrali, altri addirittura hanno un tavolo, che non è mai un elemento aggiunto ma scavato nella pietra.

A Rosignano sono conservati circa una settantina di infernot, perlopiù di proprietà di privati. Durante le visite guidate al paese è possibile scendere, tra gli altri, in uno degli infernot più profondi mai visti: un’esperienza da non perdere!

Rosignano Monferrato è la tua meta perfetta. A pochi minuti da Casale Monferrato e circa un’ora da Torino, Milano e Genova, Rosignano si trova in una posizione privilegiata sulle colline.

Se molti borghi concentrano la loro bellezza proprio nel proprio centro storico, questo non vale per Rosignano Monferrato. Troverai molte frazioni e località sparse, sorte nel corso dei secoli: Uviglie, con il suo Castello; le installazioni esterne del Percorso Morbelliano, ovvero l’tinerario sui luoghi di Angelo Morbelli, celebre pittore Divisionista, con le riproduzioni di alcuni dei suoi quadri più famosi legati ai paesaggi monferrini da lui tanto amati, che da Uviglie conducono i visitatori fino alla Colma e a Villa Maria, sua dimora estiva. Poi c’è la Valle Ghenza che ha un profumo impossibile da nascondere e dimenticare! E’il prezioso e rinomato tartufo bianco! E siamo così arrivati a Stevani e San Martino, le frazioni più popolate di Rosignano.

Come spesso accade, il legame tra il territorio e la cultura agricola e qui anche vinicola è forte, lo è ancor di più in queste zone, dove tutto è valorizzato grazie alle numerose postazioni del Museo Contadino Diffuso, dislocate sull’intero territorio comunale.

Rosignano ha un’altro aspetto che lo rende unico, il suo geo-percorso che ripercorrere i vari aspetti geologici del territorio particolarmente multiformi.
Attraversando questo paesaggio, ricco di storia estrattiva, agricola, tartuficola e vitivinicola, si scoprono le varie geo bio-diversità dei “mari monferrini”, prima che si formassero le colline del Monferrato.

Hai capito bene, le colline del Monferrato prima erano i Mari del “Monferrato”.

Troverai alghe, conchiglie e denti di squalo tra i paesaggi del territorio, perché fino a circa 3 milioni di anni fa, per i secchioni parliamo del Pliocene, gran parte dell’Italia era ricoperta dal mare.
Il Monferrato in particolare era occupato dai fondali del Bacino Terziario Piemontese, l’estremità sud occidentale del «Golfo Padano», già in parte circondato dalle Alpi. Nel frattempo, l’Appennino stava emergendo dal mare per i movimenti tra Adria, promontorio della placca Africana (la futura Italia), e la placca Europea. L’erosione ancora in atto e l’azione dell’uomo continuano a modellare le «antiche» colline e i paesaggi attuali.

Wow! Rosignano ne ha davvero tante da scoprire!

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The star is born: il porcino igp dell’Alta Valtaro

Per fare un tavolo ci vuole il legno
Per fare il legno ci vuole l’albero
Per fare l’albero ci vuole il seme
Per fare il seme ci vuole il frutto
Per fare il frutto ci vuole il fiore

Per far l’autunno ci vuole l’Alta Valtaro!

Ascolta “The star is born: il porcino igp dell'Alta Valtaro” su Spreaker.  

Se l’autunno è senza ombra di dubbio la stagione più scenografica dell’anno, con la natura che spolvera il vestito migliore di un guardaroba dalle mille sfumature, questo è ancora più vero qui in Alta Valtaro, quando i boschi aprono i loro scrigni, svelando un patrimonio d’inestimabile valore gastronomico.

Lo sanno bene gli amanti dei miceti, non i micetti, vogliamo darci un tono e vi parliamo in modo tecnico perchè qui abbiamo la Star dei miceti, e chi li ama davvero, da fine agosto a fine ottobre non se lo fa ripetere due volte, ma si catapulta da ogni dove alla ricerca del Fungo Porcino di Borgotaro, il solo IGP d’Europa, la Star!

Fungaioli, battete un colpo! Il nostro IGP vi aspetta per un’esperienza irripetibile “UNA GIORNATA DA FUNGAIOLO” con una Guida Ambientale Escursionistica, esperta in micologia. Potete portarvi a casa fino a 3 chili di funghi raccolti da voi. La prenotazione è obbligatoria turismovaltaro.it

Sempre in questo periodo ricorre la Fiera del Fungo di Borgotaro, in programma il 18 e il 19 settembre 2021 con l’area street food, musica, tanti showcooking e degustazioni che vedranno fra gli ospiti Lucia Giorgi (quinta classificata a Masterchef italia 5) e lo chef Guy Arnone, trasferitosi in Toscana dopo una lunga carriera a New York nei locali di Joe Bastianich e molti altri!
L’amaro in bocca per la conclusione di un evento così gustoso non fa nemmeno in tempo ad arrivare, che il 2 e il 3 ottobre è già la volta della Fiera Nazionale del Fungo Porcino di Albareto.

I tanti boschi secolari di castagne che contribuiscono alla ricchezza del campionario dei profumi e dei colori autunnali dell’Alta Valtaro creano il contesto ideale per una delle novità del 2021: da quest’anno, grazie all’esperienza “ANDAR PER CASTAGNE” è infatti possibile organizzare un pomeriggio tra gli imponenti obelischi della natura, nel tempio delle frasche odorose, per raccogliere uno dei frutti più dolci della stagione in tutta sicurezza. È un’esperienza unica, perfetta per le famiglie che permette di insinuarsi tra i castagni secolari di una riserva privata al seguito di una guida ambientale. La prenotazione è sempre obbligatoria turismovaltaro.it

Non poteva infine mancare il diamante del sottobosco, sovrano incontrastato e profumatissimo della zona di Bedonia. Nel periodo tra novembre e marzo, l’esperienza “UNA GIORNATA DA TARTUFAIO” ti porterà in un’escursione indimenticabile sui monti dell’Alta Valtaro, alla ricerca del tesoro dei boschi: il tartufo nero… hai l’acquolina in bocca… e vabbè te la devi tenere fino al prossimo podcast! Metti in agenda però “Fiera del Tartufo di Bedonia, in programma negli ultimi due weekend di ottobre”!
Evviva l’autunno in Alta Valtaro!

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Castro de Volsci in viaggio tra l’artigianato della Ciociaria

Vi portiamo da vent’anni in giro per i borghi e continueremo a farlo. Ma i borghi sono fatti di persone e oggi vogliamo raccontarvi di Castro dei Volsci partendo dalle persone, che lo rendono un luogo speciale.

Lei si chiama Lucia, è la mente e il cuore dell’associazione La Scarana.
È un’antropologa, con la passione dello studio sulle tradizioni locali che negli anni ha ben raccontato nel Museo di Castro dei Volsci e in quello di Vallecorsa. Lucia, ciocara doc, ama l’artigianato ed è da questo che prende anima il suo progetto, perchè è attraverso l’artigianato che si preservano le radici della storia. Il nostro sarà dunque un percorso tra la storia e l’artigiano di Castro de Volsci.

Ascolta “In viaggio tra l'artigianato di Castro de Volsci” su Spreaker.  

Parcheggia la tua auto e raggiungi a piedi Via Civita, la stradina che corre lungo le mura che chiudevano un tempo il paese, oggi come nel medioevo, qui sono tornate a vivere le botteghe artigiane dedicate agli antichi mestieri.
Paolo, il tessitore dalla presenza surreale che si nutre da mane a sera, del ritmo del suo telaio. È lui ad aver riscoperto il valore della ginestra. La raccoglie tra i Monti Ausoni che fanno parte del Parco regionale dei Monti Ausoni e Lago di Fondi, la bolle, la filaccia, la carda, la fila con un filaio del 1600, la tesse. Ottiene così un tessuto traspirante, anti batterico termo regolatore. Ecostenibile. Praticamente una magia!
Poi c’è Luca, il falegname, la sintesi perfetta tra arte e praticità. Recupera le vecchie doghe di botti di castagno e rovere e vi realizza elementi di arredo. Da un materiale antico, che lui reinterpreta in chiave moderna, crea lampade, porta cellulari, porta riviste e molto altro ancora, da scoprire lungo il nostro viaggio a Castro de Volsci!
Poi c’è l’orafo Augusto, l’uomo della tradizione.

Realizza il gioiello principe della Ciociaria, l’orecchino reso famoso dalle balie. Si compone di tre parti: una arrotondata e cava, a forma di semiluna che simboleggia l’utero. Sotto vi è saldato un disco forato che rappresenta la comparsa del menarca. La terza parte è il “martelletto” ovvero il simbolo fallico che si unisce all’orecchino quando la donna si sposa. L’orecchino è l’elemento propiziatorio della fertilità.
Continua a camminare lungo la Via Civita, c’è Martina l’artista pura. In tutto ciò che fa tira fuori la vena creativa. Lei è la ceramista del gruppo. Per essere precisi è una rakuista. Lavora con la ceramica Raku, un tipo di ceramica particolare per il rapporto d’interazione con terra, acqua, fuoco e aria. Se entri nella sua bottega, non andrai mai via a mani vuote!

Rina, Silvana e Mariarosaria sono le tre ricamatrici! Insegnano i punti di ricamo della tradizione ciociara. Fanno i punti sfilati, il punto pieno, i punti del chiacchierino. Una cosa complicatissima! Insegnano a fare gli orli delle federe e a fare il corredo. Le loro allieve hanno dai 16 ai 60 anni! C’è posto per tutte e tutti!
Rina è la più comunicativa, Silvana la formichina laboriosa e Mariarosaria l’artista, non si può non conoscerle!

Eugenio è il gentlemen del gruppo, la sua bottega è lì, la vedi, ma come no, non lo senti l’odore del cuoio? È lui che lo lavora. Dai portachiavi ai gioielli. Wow!
Poco più in là c’è Rita, la pittrice che ti farà battere il cuore con i suoi acquerelli pieni di poesia, i suoi sassi dipinti…

Eleonora è la sarta dal cucito creativo. Ricicla tutti i pezzi di stoffe che trova. Crea, disfa, inventa… tutto in stile molto Shabbi shic.
Rossana e Sara ti aspettano invece con le bontà gastronomiche locali! Da loro c’è il Self-Sandwich, il panino fai da te!

Franco produce vino locale con le tecniche tramandate dal nonno. Il suo Trerus è una vera bontà da provare!

Lucia è il cuore di tutto questo. Ti aspetta a Castro de’ Volsci.

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Cantalice, un viaggio tra storia, cultura e gastronomia

350 scalini di pietra che attraversano la parte più antica del paese dividendosi in ramificazioni inaspettate. E toh eccoti qui, a Cantalice, piccolo borgo medioevale tra il Monte Terminillo e la Riserva dei Laghi Lungo e Ripasottile.
Paese natale di San Felice, 1° santo dell’ordine dei Cappuccini, è attraversato dal “Cammino di Francesco” e dal “Cammino di Benedetto” nel tratto che collega il Santuario Francescano di San Giacomo di Poggio Bustone al Santuario di Santa Maria de La Foresta in direzione Rieti.

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Il nome di Cantalice deriva da Cata Ilex e fa riferimento a un leccio che secondo la tradizione nacque nella fenditura di una roccia sul retro di una Chiesa, la Chiesa dedicata a Santa Maria delle Grazie.
Addentrati nei vicoli di Cantalice, è come tornare indietro nel passato e rivivere le vicende di questo borgo, reso inespugnabile dalla robustezza delle costruzioni. Cantalice è un groviglio di case di pietra che si sviluppa in altezza, lungo una parete quasi verticale dominata dall’antica Torre del Cassero risalente all’XI secolo, testimonianza di un vecchio castello. Lo senti il profumo di storia. È tutta qui. Queste vestigia ricordano il ruolo strategico di Cantalice tra il Regno di Napoli e lo Stato Pontificio.
La Chiesa di San Felice è il cuore della cristianità del paese ed è dedicata al patrono del borgo: risalente al ‘700 è in stile barocco. La tradizione vuole che sorga sui resti della casa del santo, in una delle migliori e più elevate posizioni del paese. Alza gli occhi, c’è la cupola, commoventi sono i miracoli attribuiti al santo qui dipinti. Bellissimo l’organo settecentesco!

Durante la salita lungo la scalinata potrai incontrare altri edifici di pregio quali il Palazzo Ramacogi con l’elegante loggiato, la Chiesa di Santa Maria del Popolo, costruita per sancire l’unione delle antiche rocche che costituirono il Castello di Cantalice e la suggestiva Chiesa della Madonna della Misericordia.

Ed è proprio in un contesto tanto suggestivo che ogni anno, durante il periodo estivo, viene ospitato il Cantalice ARTeM Festival che propone concerti, opere e tanta musica di qualità e il tradizionale Cammino dell’Arte e del Gusto che all’interno di un contesto davvero unico fatto di affacci mozzafiato sui laghi Lungo e Ripasottile, stradine strette e ciottolose e scalinate in pietra, illuminate da artisti che rendono magico ogni angolo, offre un itinerario enogastronomico a tappe.

Fuori dall’antico castello, sorge, invece, la chiesa monumentale del paese, quella dedicata alla Madonna della Pace, edificata nel 1571, in ricordo dell’ultima pace tra Cantalice e Rieti, caratterizzata dal settecentesco soffitto a cassettoni e dagli affreschi.
Poco distante da Cantalice potrai visitare, nel mezzo della natura e della quiete, il Santuario di San Felice all’Acqua: si narra sorga proprio sul luogo in cui il santo compì uno dei suoi miracoli. Dopo aver pregato il Signore colpì la terra con un bastone e dal suolo scaturì miracolosamente l’acqua che servì a dissetare i pastori e i contadini con cui stava lavorando.

Altra tappa che non puoi mancare è la chiesa di San Gregorio lungo il cammino di San Benedetto e San Francesco dove troverai la “Saletta dei ricordi”, mostra dedicata alle vittime dell’incidente aereo del Monte Terminillo del 13 febbraio del 1955 dove morirono 29 persone tra cui l’attrice e Miss Italia Marcella Mariani.

Prosegui quindi verso l’abitato di S. Liberato, il Santo Patrono, al quale è dedicata la chiesa parrocchiale, antico oratorio successivamente elevato a parrocchia. Trovi all’interno affreschi di particolare pregio come quello di probabile scuola giottesca raffigurante la Madonna con il Bambino. Oltre all’organo a canne del 1600, restaurato nel 2005, la chiesa conserva l’urna con le reliquie del Santo martire Liberato.
È certamente un’ottima occasione per visitare il borgo la Sagra delle Strengozze di settembre, dedicata alla gustosissima pasta fresca, le strengozze condite nel loro sughetto tipico a base di aglio, pomodoro fresco e persa, la particolare erbetta che cresce solo in questo territorio.

Buona Cantalice!

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Portobuffolè un gioiello del Veneto Orientale

Piccolo, raccolto e di una bellezza struggente. E’ Portobuffolè, la bomboniera medievale del Veneto Orientale, la città con il primato di essere la più piccola d’Italia. Puoi vederne le foto, i video e leggerne le recensioni “googolandolo”, ma nulla sarà, come viverlo di persona.

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Iniziamo la nostra visita da Villa Giustinian.

Mens sana in corpore sano. Era questo lo spirito della villa quando venne fatta costruire dallo storico casato veneziano dei Giustinian dei Vescovi nel ‘600. Divenne comando militare, ospedale e orfanotrofio. Un curriculum importante, di cui oggi resta un edificio di particolare valore storico, ricco di affreschi, statue, stucchi e fregi. Ospitò oltre alla famiglia imperiale d’Austria, personalità della Chiesa, della Repubblica di Venezia e degli Stati con cui i Dogi ebbero rapporti. La chiesa al suo interno, datata 1694, ha stucchi e marmi pregevoli, un affresco che toglierà il fiato con le sue dolci linee nette. Un soffitto dipinto da Domenico Fabris nell’Ottocento e un crocifisso ligneo attribuito ad Andrea Brustolon.

Proseguiamo con il Monte di Pietà. Era il 1480, quando il Senato veneziano istituì il banco dei pegni. Lo vedete lì sotto la Torre Civica. Un luogo con una storia, che resiste ancora oggi. Un luogo che ospita la più grande comunità ebraica della zona. Fu infatti istituito dopo che gli Ebrei furono cacciati e i loro beni confiscati. L’edificio è riconoscibile per i suoi affreschi cinquecenteschi che si affacciano su Piazza Vittorio Emanuele II e che raffigurano la Fama con le trombe tra le braccia, la Giustizia con la bilancia, la Carità con i bambini e forse ciò che rimane della Pace. Il secondo è il Leone di San Marco sulla facciata d’ingresso. Quest’ultimo è noto anche con il nome di Leone “in moeca”, perché realizzato all’interno di un cerchio che ricorda il carapace di un piccolo granchio tipico della Laguna, la moeca. Oggi il Monte di Pietà ospita il centro di informazioni turistiche. Non distante c’è un edificio tra i più, storicamente importanti del paese: il Fontego. Era l’antica dogana, tra le principali del territorio. Era utilizzata come magazzino e laboratorio per il sale che arrivava da Venezia.

Se ami i musei, Portobuffolè ne è ricchissima!

Imperdibile, emozionante, coinvolgente è il Museo di Casa Gaia Da Camino. Un esempio di casa-torre medievale con facciata ingentilita da bifore trilobate con capitelli a fior di loto. Il primo dei piani superiori era il così detto piano nobile, composto da una grande sala di ricevimento “la caminata” con focolare. Questa stanza era probabilmente affiancata alle camere da letto dei signori. Più in alto, vivevano i domestici e gli schiavi. Attualmente, il più pregevole aspetto di Casa Gaia è l’affresco del XIV-XV secolo. I piani superiori presentano delle piacevoli pitture il cui soggetto è la realtà cortigiana. La voce popolare immagina, poi, che nelle due figure monocrome che incorniciano la finestra del corridoio ci siano i ritratti di Tolberto e Gaia Da Camino immortalati quasi a ben accogliere gli ospiti. Nel museo troverai Mostre di Arte Contemporanea e non solo.

Andiamo nella frazione di Borgo Servi, qui c’è il caratteristico Museo del ciclismo reso famoso dall’enorme numero di cimeli che i campioni del ciclismo hanno donato. Maglie iridate, gialle, rosa, oro, arancioni, tricolori, azzurre e nere, simboli gloriosi conquistati da grandi campioni come Gino Bartali.

Imperdibile per capire nel profondo Portobuffolè è il Museo della Civiltà dell’Alto Livenza nella Torre Civica. Troverai oltre 2000 pezzi donati da cittadini, che rappresentano le attività che nell’ultimo secolo hanno fatto parte della vita quotidiana degli abitanti di queste zone.

Curioso e delizioso è il Museo Atelier di Barbie: raccolta di barbie i cui vestiti sono tutti realizzati artigianalmente.

Prendi nota, la prossima volta che verrai a Portobuffolè non potrai mancare il mercatino dell’Antiquariato e del Collezionismo che si svolge la seconda domenica di ogni mese. “Io c’ero” è l’evento che si tiene ogni 1 gennaio con fuochi pirotecnici e l'”Incendio della Torre”. C’è poi la rievocazione storica “Portobuffolè XIII Secolo” la potrai vedere ogni due anni, il primo sabato di luglio.Il Mercatino di Natale l’8 dicembre, suggestivo! Anche la calda stagione è ricca di appuntamenti. In aprile Colori e Sapori: una mostra-mercato con specialità del territorio.Poi GAIAJAZZ tutti i Sabato di giugno! Agosto si chiude con la “Fiera di Santa Rosa” e il celebre piatto delle truppe. La terza domenica di ottobre “Festa d’autunno” con artigianato e rassegna vini locali!

Buona Portobuffolè

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