Pietra Cappa, il monolite più alto d’Europa

Il monolite più alto d’Europa è in Calabria, da dove guarda fiero il mare Jonio in tutto il suo fascino misterioso. Di origine antichissima, Pietra Cappa sorge all’interno del parco nazionale dell’Aspromonte al di sopra del borgo paese di Natile superiore, occupando a circa 4 ettari di terreno e svettando in altezza per oltre 140 metri. Questo luogo dalla natura incontaminata – tristemente noto in passato per i sequestri di persona operati dalle ‘ndrine – è anche circondato da tante leggende. Alcune legate alla lotta tra il bene e il male, altre sull’origine del nome (per molti derivante da una traduzione come cono rovesciato), e un’altra legata addirittura a Gesù. Qui, infatti, il Messia si sarebbe recato in compagnia dei discepoli, durante le sue predicazioni, chiedendo a ognuno di essi di raccogliere dei massi per penitenza. Pietro, per non affaticarsi troppo, raccolse un solo ciottolo e, quando Gesù trasformò i grossi minerali raccolti in fumanti pagnotte, capì la lezione e lasciò lì quel piccolo sasso a ricordo del proprio errore. Sfiorandolo poi con un dito, lo fece lievitare fino a fargli assumere le dimensioni attuali. Quel che è certo è il fascino assoluto del luogo: circondato da una fitta vegetazione di eriche, lentisco, mirto, corbezzolo, castagno, lecci, cespugli di menta e di origano, capaci di sprigionare profumi di carattere selvatico non intaccato ancora dalla mano dell’uomo.

Castiglion Fibocchi e il maestoso Palazzo Comunale

E’ una delle perle del Valdarno Superiore, splendido territorio toscano che sorge tra Firenze, Arezzo e Siena. Il borgo di Castiglion Fibocchi si trova lungo la strada dei Setteponti e conserva ancora con cura le tracce di un nobile passato. E’ il caso del Palazzo Comunale, in pietra martellata e stuccata a conci regolari con coronamento merlato, sormontato dalla torre dell’orologio. Passeggiando per le viuzze del centro storico ci si imbatte nei resti delle mura castellane e nella suggestiva Porta Fredda, risalente al XII Secolo. Le origini del centro risalgono infatti al XII Secolo, quando veniva identificato col nome di “Castiglione in Val d’Arno”: l’antico abitato era racchiuso in una cinta muraria difesa da 7 torri e con 2 porte d’accesso: la Porta Fredda appunto, e la Porta del Sole. Di particolare fascino sono anche i resti di Villa Cassi e Villa Occhini. Grande interesse costituisce la chiesa di San Pietro a Pezzano del XII secolo con affresco attribuibile a Spinello Aretino. Sulla collina si possono osservare i ruderi di San Quirico, la pieve paleocristiana di cui si hanno testimonianze già dal XI Secolo. Percorrendo la strada dei Setteponti, inoltre, si possono ammirare alcuni resti della tipica edilizia rurale: case lopoldine, con la colombaia, la loggia e il portico, fra le più belle della zona.

La chiesa di Sant’Antonio di Padova a Città Sant’Angelo

Qui, un tempo, sorgeva un ricovero di Clarisse, abbandonato intorno alla metà del XIV Secolo. Dopo quasi 100 anni, si decise di dare vita a uno dei monumenti religiosi più ammirati di tutta la provincia di Pescara: la chiesa di Sant’Antonio di Padova a Città Sant’Angelo. Fu l’Ordine dei Minori Osservanti che, dietro assenso di Papa Pio I nel 1458, provvide a riadattare ed ampliare il convento semidistrutto con annessa chiesa, che fu intitolata a San Bernardino e ripopolata, nel 1460, grazie all’arrivo di 12 confratelli. Nel 1627 il convento passò ai Frati Riformati, comunemente detti “zoccolanti”, che lo ampliarono nel 1692 e con successivi lavori nel 1782 e nel 1807; nel 1837 divenne luogo di studi teologici. Recente restaurata a cura della Confraternita di S. Antonio di Padova, la chiesa è a navata unica con pareti ornate da stucchi di epoca barocca; sul lato sinistro si aprono due ampie cappelle, nella prima si conservano le reliquie di San Felice Martire, mentre la seconda è dedicata a Sant’Antonio e da qualche anno custodisce anche una reliquia del Santo donata dall’omonima Basilica di Padova.

Il Convento di San Francesco a Casanova di Carinola

In questo angolo della provincia di Caserta, San Francesco d’Assisi è passato lasciando tracce indelebili. Qui, a pochi passi da dove oggi sorge il Convento a lui dedicato, è ancora possibile ammirare la grotta che, scavata in un buco di roccia, fu giaciglio del Santo. C’è addirittura chi pensa che il complesso monumentale – tra i più conosciuti e frequentati della zona – sia stato fondato dal frate stesso, e non dai suoi seguaci. Certo è che il Convento di San Francesco a Casanova di Carinola risalga al XIII secolo, adagiato su una collinetta nel centro del paese dalla quale si domina tutta l’omonima piana. Interamente costruito in muratura di tufo grigio, si compone della Chiesa a due navate e del Convento arricchito dal prestigioso chiostro. Il Monastero è stato regolarmente abitato dai frati francescani fino al 1813 quando venne chiuso in seguito alla legge napoleonica che aboliva le corporazioni religiose. Riaperto da Re Ferdinando II su pressione del popolo, fu nuovamente chiuso da una legge del regno d’Italia del 1861 e ancora riaperto nel 1948 dalla comunità dei frati minori i quali tuttora ne detengono l’esercizio del culto. Casanova di Carinola è un paese famoso per aver dato i natali a Padre Michele Piccirillo, archeologo e teologo francescano scomparso recentemente. Al suo interno meritano anche una visita Palazzo Marzano, la Cattedrale risalente al XI Secolo e l’affascinante Epigrafe Sinuessana.

A Volterra alla scoperta dei Musei della terra degli Etruschi

Conoscere arte, cultura, natura, storia e stili di vita di un territorio piccolo ma dal passato glorioso e dalla grande ricchezza culturale e naturale. E’ quanto permettono di fare i Musei della terra degli Etruschi, un complesso sistema museale articolato tra Volterra e la Val di Cecina. Collezioni imperdibili, allestite in magnifici luoghi, raccontano arte e storia, natura e cultura, spiritualità, stili di vita e tradizioni: tutto questo e molto altro attendono i visitatori in ben 15 musei e 4 aree archeologiche, in grado di completare le visite dei viaggiatori amanti dell’approfondimento, sia divulgativo che specialistico. Molti musei sono concentrati nella città di Volterra, che è sempre stata il principale centro economico e culturale dell’area: il primo ad essere costituito, nel 1761, fu il Museo Etrusco Guarnacci, seguiti poi dagli altri musei della cittadina e da quelli che si trovano negli altri centri del territorio, che sono testimonianza soprattutto delle attività produttive della Valle. Fin dal 1992 i musei volterrani hanno costituito un sistema museale, con un unico biglietto e orari e progetti coordinati. Si tratta di uno dei primi sistemi museali della Toscana, precursore delle attuali tendenze espositive e che ha fatto da esempio per la costituzione di altri sistemi simili in altre aree.

Il Museo dei Pupi Siciliani di Siracusa

Nato in via della Giudecca non distante dal più famoso Teatro dei Pupi, il Museo dei Pupi Siciliani di Siracusa sorge all’interno del suggestivo palazzo Midiri-Cardona, ripercorrendo attraverso l’esposizione di pupi, marionette, oggetti di scena e materiale scenografico i punti salienti della storia dei fratelli Vaccaro, famosi pupari della città siciliana. Varcata la soglia dello spazio museale, i visitatori vengono letteralmente trascinati all’interno di un mondo fantastico, dove trovano posto cavalieri cristiani e saraceni, maghi, streghe e creature mostruose. Un percorso arricchito da schede storiche che ripercorrono i punti salienti della loro storia: il laboratorio di vicolo dell’Ulivo, l’esordio nel 1978, la nascita del loro teatro, i progetti incompiuti e la loro fine. Il Museo sorge inoltre in un contesto davvero unico, nel cuore del quartiere ebraico, fra balconi barocchi, chiese paleo-cristiane e vicoli fioriti. Da diversi anni lo spazio organizza visite guidate per singoli, famiglie, tour operator e singoli gruppi, mentre nel teatro situato nelle vicinanze è possibile vedere i pupi in azione.

 

Malentrata, una splendida “terrazza” sulla Val Brembana

Deve il suo nome al fatto che un tempo era davvero difficile da raggiungere. Oggi invece Malentrata, uno dei borghi più particolari della Val Brembana, si può raggiungere comodamente e si divide in una parte bassa (decisamente meglio conservata) e in una alta. Collocate sulla sommità di un colle, le abitazioni godono di una splendida vista sul fondovalle; chi, un tempo, saliva dalla mulattiera, trovava qui una sosta obbligata dopo la fatica della ripida salita. Il gruppo di abitazioni sono unite tra di loro e arroccate sul colle, assomigliando più ad una fortezza che ad una contrada contadina d’un tempo. La rustica chiesetta presenta un’architettura settecentesca, con un apparato murario esterno perfetto a tal punto che l’omogeneità della pietra ha reso superfluo l’intonaco. Costruita nel 1736 ad opera di Bernardino Rota, è dedicata a San Filippo Neri e San Martino, che compaiono, accanto alla Vergine, sulla tela dell’abside. La chiesetta, posta tra verdi prati scoscesi, costruita tutta in pietra a vista con il tetto in coppi, con il piccolo campanile ed il singolare camino della canonica, si staglia pittorescamente sulle pendici della montagna brembillese.

La cascata della Lavandaia nel borgo delle castagne

La cittadina campana nota in tutta la sua regione per le sue prelibate castagne, è anche il borgo delle cascate. La più amata e conosciuta di Montella (Avellino) deve il nome ad un antica leggenda che racconta di una bella lavandaia, sedotta da un nobile locale e poi, rimasta incinta, annegata nelle vicinanze del ponte dal seduttore stesso. La Cascata della Lavandaia sorge proprio ai piedi del Santissimo Salvatore, monte sacro sulla cui cima sorge l’omonimo Santuario. Il paesaggio è da fiaba, caratterizzato da una folta vegetazione e dall’omonimo ponte, risalente addirittura al I secolo a.C. Negli anni, è stata sottoposta a lavoro di rifacimento fino ad arrivare nel XV secolo quando la sua funzione principale divenne quella di alimentare il vecchio mulino fortemente voluto dai montellesi e che è rimasto attivo fino agli anni cinquanta del secolo scorso. La Cascata della Maronella è invece meno nota, frequentata soprattutto dai pescatori che qui possono trovare le trote. Percorrendo le acque del fiume Calore, da Montella in direzione Acerno, si giunge ad un altro scorcio di paradiso terrestre, la Cascata del Fascio – costruita durante il ventennio fascista – con un grazioso ponte che la sovrasta.

 

La Pieve di Santo Stefano, gioiello di Candelara

E’ castello antichissimo, nominato in alcuni documenti sin dal 1209. E’ Candelara, grazioso borgo in provincia di Pesaro e Urbino il cui nome significa “candida aria”, cioè aria fulgente. Qui merita una visita la Pieve di Santo Stefano, da sempre al centro della vita religiosa del centro marchigiano. La struttura ha origini molto antiche, risalenti al VI-VII Secolo. L’attuale costruzione presenta una struttura muraria gotica con un’insolita pianta che richiama la croce greca. La facciata è caratterizzata da quattro lesene verticali e da due finestroni con arco a sesto acuto negli scomparti laterali, che affiancano la meridiana. Entrando è possibile ammirare sulla a sinistra un Santo vescovo, forse identificabile in Sant’Emidio protettore dei terremoti o San Apollinare, primo Vescovo di Ravenna, data la presenza di tre piccole croci greche-bizantine. A destra, invece, ecco un altro frammento di affresco: la Crocefissione con la Vergine Maria e l’apostolo Giovanni, del 1504; accanto il Matrimonio mistico di Santa Caterina e San Giovanni Battista, opera eseguita nel 1555 da Ottaviano Zuccari (padre dei più famosi Taddeo e Federico). La tavola sull’altare sinistro del transetto, invece, si può ammirare una delle opere più importanti della Pieve: la Madonna col Bambino e i santi Stefano e Donnino, di Pompeo Morganti da Fano.

 

La Val Gardena si svela all’interno del Museo di Ortisei

Dalla formazione delle montagne dolomitiche alla documentazione dell’alpinista Luis Trenker, da sculture sacre e profane ai presepi, fino a reperti archeologici e antichissimi minerali. Insomma, una ricca selezione di tutto il meglio che la Val Gardena ha prodotto nel corso dei secoli, racchiusa all’interno del Museo della Val Gardena di Ortisei. Inaugurato nel 1960, è organizzato in diverse sezioni e le sue collezioni coprono un arco cronologico eccezionale, che parte da 200 milioni di anni fa e arriva sino ai giorni nostri. Grande spazio è dato all’arte dell’intaglio in legno, una tradizione lunga più di quattro secoli. Il museo possiede un numero sorprendente di oggetti di inestimabile valore, tra cui la grande Tela Quaresimale di San Giacomo del 1620 proveniente dalla chiesa medioevale di San Giacomo, monumento culturale unico del suo genere conservatosi in Alto Adige, ed i rarissimi disegni a sanguigna del 1490 del maso Bierjun vicino ad Ortisei. Nel Museo si trova inoltre la più ricca collezione scientifica sulle Dolomiti occidentali in Alto Adige: bellissimi fossili di piante e animali terrestri e marini documentano l’evoluzione e il processo formativo delle montagne dolomitiche nell’arco di 250 milioni di anni.