Villar Dora, a passeggio nel piemontese

Terra di ciliegie, castagne e marroni Villar Dora è un gioiello paesaggistico tra la Val di Susa e il fiume Dora Riparia non molto distante da Torino. Si trova in una posizione perfetta per visitare i sentieri di montagna e apprezzarne la flora montana alpina. Quindi, gambe in spalla, si parte alla scoperta di questo spicchio di Piemonte.

Molteplici i sentieri infatti, tra quelli che conducono alla cima del monte Musinè, arrivateci presto la mattina e godetevi la salita in solitaria. Questo è uno dei luoghi più gettonati, sopratutto il 26 dicembre. Il Monte Musinè è una montagna delle Alpi Graie alta 1.150 metri sul livello del mare. Si trova all’inizio della Val di Susa e copre i comuni di Caselette, Almese e Val della Torre.

Aguzzate lo sguardo intorno a voi mentre camminate, se siete fortunati potrete incontrare i cerbiatti che fanno capolino lungo il percorso.
Una volta in cima, toccherete il cielo alzando solo un dito!
La salita è più breve se passate per la via Crucis. E’ di certo impegnativa e non ha nulla da invidiare ad alcune escursioni alpine delle vicine valli, perché comunque il dislivello è significativo. L’enorme croce in cemento, lassù in cima, ha il suo fascino, ammiratela in ossequioso silenzio.

Se non siete stanchi la Collina della Seja, che si estende ad ovest dell’abitato di Villar Dora, vi attende. La pendenza non critica rende questo trekking adatto anche ai bambini. Attraverso tratti boschivi si raggiungono stupendi punti panoramici dai quali ammirare la Sacra di San Michele, il Rocciamelone, la bassa Valle di Susa ed il Rocca Sella. Se poi si prosegue si arriva alla cappella di San Pancrazio, al cui interno è possibile ammirare alcuni affreschi del Quattrocento e del Cinquecento.

La Torre del Colle è un altro elemento da non farsi mancare in questa visita della provincia piemontese. E’ stata edificata alla fine del XIII secolo per proteggere il nuovo insediamento in località Molare del Ponte, voluto dal conte di Savoia.
Ai piedi della Torre sorgeva la Chiesetta romanica di San Lorenzo, ormai scomparsa.

A Villar Dora c’è anche un Castello, le cui prime notizie risalgono al 1287 e lo descrivono come formato da tre edifici distinti, ognuno abitato da una diversa famiglia feudale, titolare di un terzo del feudo. Il castello, visitabile solo dall’esterno, è tra gli edifici meglio conservati della Valle di Susa.

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Varazze, passeggiando tra la bellezza

Terra di navigatori e musicisti, Varazze, nel territorio di Savona è la meta giusta non solo nei week end estivi, ma anche in quelli invernali. Provare per credere! Dagli edifici religiosi ai siti archeologici è una cittadina piacevolissima per sgranchirsi un po’ le gambe dal torpore invernale. Tra le bellezze naturali è imperdibile la Passeggiata Europa, lunga circa 4,5 km, che ricavata sul vecchio tracciato a binario unico della ferrovia Genova-Ventimiglia, unisce Varazze con Cogoleto attraverso un fascinoso percorso naturalistico ciclopedonale lungo il quale si possono ammirare tratti rocciosi a macchia mediterranea dominati da pini d’Aleppo, che danno un’idea di quale fosse l’aspetto originario della regione prima dell’intervento dell’uomo.

Le rocce presenti sono serpentinoscisti, rocce metamorfiche di colore verde scuro, che diventano quasi bianche nel tratto vicino all’abitato. Con lo stesso tipo di roccia sono realizzati tutti i manufatti ferroviari: i portali delle gallerie, i muri di sostegno ad archi e i parapetti, anch’essi oggetto di recupero e restauro.
In zona S.Giorgio-Puntabella, fra Cogoleto e Varazze, si può osservare e visitare, scendendo lungo la scalinata di accesso del Cala Loca dalla strada Aurelia, una testimonianza unica di come, circa 125.000 anni fa, il livello del mare fosse posto 7 metri più in alto dell’attuale livello. Inoltre è presente una grotta, scolpita dall’erosione marina sulla dura roccia serpentinica, che costituisce l’intera caletta sottostante parte integrante del Geo-Parco Del Beigua – Patrimonio UNESCO.

Nei fondali delle piccole baie rocciose che si trovano al disotto della passeggiata vivono molte specie animali tra cui ricci marini, polpi, gamberetti, pomodori di mare, paguri. A Portigliolo, alla foce del rio Arenon, era presente un borgo medioevale, dove i marinai si andavano a rifornire di gallette (biscotti per marinai), e del quale resta solamente qualche edificio in rovina.

Se amate il mare, la Riviera delle Palme vi catturerà, anche con il freddo.

Palazzi storici, chiese ed oratori, vie e vicoli che si fanno largo tra gli edifici dalle tipiche facciate color pastello. Questo è ciò che custodisce il centro storico di Varazze, un gioiello storico-architettonico tutto da scoprire.

L’itinerario può cominciare all’altezza del “Lungomare Europa”. Rivolta sulla costa, la Villa Cirea del noto compositore calabrese è uno dei migliori esempi di una classica dimora ligure del XIX° secolo. Una villetta su tre piani arricchita dagli affreschi del De Servi, le partiture del Maestro e il prezioso pianoforte a coda che trovano spazio nell’antico salone.

Poco dopo si raggiunge il Santuario della SS. Trinità, costruito nel 1376 fu detto di Santa Caterina, perché sul luogo di una presunta sosta di Santa Caterina da Siena al ritorno da Avignone.
All’interno affreschi di numerosi pittori e decoratori del secolo scorso, tra cui Santo Bertelli “Santa Caterina in estasi”, 1850, Luigi De Servi “Morte di Santa Caterina”, 1892, Francesco Gandolfi “Santa Caterina invoca a Gesù la protezione della colonia varazzina di Buenos Aires, durante il colera del 1867” e il medaglione, Luigi Gainotti “I putti e Sposalizio mistico di Gesù con Santa Caterina”.

Svoltando nella via interna, uno degli edifici che spicca è la Chiesa Conventuale di S. Domenico, realizzata nel ‘400 e poi ampliata due secoli dopo. Tra i vari cimeli che custodisce vanno citati almeno un dipinto risalente al 1100 e le reliquie del Beato Jacopo. È la volta poi di due oratori, quello di San Bartolomeo, del 1423, e l’altro di Nostra Signora Assunta, costruito nel 1300.

Un elemento che caratterizza il centro storico di Varazze è la presenza dell’antica cinta muraria eretta verso la fine del XIV° secolo e che ancora conserva i resti dell’originaria Chiesa di S. Ambrogio, edificata nel 1139.

La passeggiata lungomare varazzina è bella in qualsiasi stagione e guardando in qualsiasi direzione. Verso il mare ci sono i surfisti che domano le onde. Verso la città si scorgono alcuni edifici che risaltano per la loro unicità. Emblematico a tal riguardo è il Palazzo Beato Jacopo, oggi sede dell’ufficio informazioni della città.

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Cordovado, l’autunno tra i colori delle Sophore Joponiche

Durante il periodo autunnale, i colori prendono possesso della parte medievale di Cordovado, andando a trasformare il borgo castellano e vestendolo di mille colori.
Le mura di Palazzo Piccolomini rivestite di rosso accompagnano il passante nel borgo, lo invitano a rallentare e a soffermarsi davanti ai vari palazzi, ad osservare i colori della suggestiva calle, e proseguendo lungo le mura, percorrendo la camminata è d’obbligo contemplare la maestosità ed i colori del platano secolare.

Ma la magia di questo periodo investe anche l’area del santuario della Madonna delle Grazie, dove abbiamo la possibilità di guardare gli alberi dei “Prati della Madonna” spogliarsi delle foglie ma anche di passeggiare in Parco Cecchini.
Qui in particolare possiamo osservare i colori delle maestose Sophore Joponiche ed ammirare, ora che sono sempre più liberi dalla vegetazione, i rami contorti della secolare Sophora Pendula.

Si può concludere questo percorso nella natura, con una passeggiata fino alla vicina “Fontana di Venchiaredo”, già in comune di Sesto al Reghena, ma a poche centinaia di metri dal Santuario e dai Prati della Madonna, con cui condivide la presenza nel romanzo “Le confessioni di un Italiano” di Ippolito Nievo.

Ma il periodo autunnale è quello che porta anche alla festa del patrono, Sant’Andrea, il 30 novembre ed il detto in friulano “Sant’Andrea, purcit ta la brea” ci porta al suo protagonista: il maiale.

A Cordovado, si può quindi trovare il classico friulano “brovada e muset”, cioè cotechino con delle rape fatte macerare, ma soprattutto il “lengal”, protagonista ogni estate dell’omonima Sagra presso la frazione di Suzzolins, che riporta sulle nostre tavole una tradizione popolare contadina molto antica: è la lingua del maiale insaccata con la carne di cotechino che, in passato veniva stagionata almeno per cinque mesi.
E per concludere, presso la locale caffetteria che ne ha brevettato la ricetta, si può degustare un altro prodotto tipico: il dolce “Spaccafumo”.

È un dolce artigianale fatto con fichi secchi, uvetta, noci, nocciole, mandorle, pinoli, arancini e miele e che porta il nome di un personaggio del romanzo di Ippolito Nievo:
“Lo Spaccafumo era un fornaio di Cordovado il quale, messosi in guerra aperta colle autorità circonvicine, dal prodigioso correre che faceva quando lo inseguivano, avea conquistato la gloria d’un tal soprannome” (dal cap. IV de “Le confessioni di un italiano”). A questo personaggio, “Don Chisciotte contrabbandiere” locale, è dedicata la sagoma equestre di ferro battuto ai piedi del campanile presso l’Antico Duomo di Sant’Andrea.

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Olio extravergine d’oliva, un percorso gustoso

Oggi vi parliamo di olii. Quelli italiani. Quelli extravergine, IGP, DOP. Quelli realizzati dalla passione!

E’ caccia all’olio. Se si sono fermate le richieste da parte della ristorazione e del mondo HO.RE.CA., è in controtendenza il mercato del consumo famigliare, con l’aumento del 9,5% degli acquisti delle famiglie che con l’emergenza Covid-19 sono tornate a fare scorte e a cucinare con i prodotti base della dieta mediterranea.

Non vi parleremo di oli premiati, perché l’olio buono è quello fatto con passione e amore per la terra.

Immergiamoci quindi nelle strade dell’olio. Percorsi dove la qualità dell’extravergine regna sovrana. Avrete l’occasione di degustare, almeno via rete, il nettare per eccellenza del Belpaese.

Si parte dalla Toscana. Sul podio delle sei regioni italiane più produttrici di olio con 430 frantoi attivi e una produzione annua di circa 250.000 quintali, pari a circa il 2.91% del totale della produzione nazionale.

La Toscana è una regione che sa farsi valere anche nelle annate più difficili. Il Frantoio è il cultivar che maggiormente la caratterizza. E’ un extravergine che si distingue per le sue note decise di carciofo, erbe aromatiche, cipresso, nuance di frutta secca e una bella sensazione balsamica. Un fruttato verde e persistente. L’Olivo Bianco, anch’esso nella top ten toscana, è un fruttato intenso verde, molto amaro e con una buona componente piccante. Il Moraiolo, rustico e poco imponente, il Leccino, di taglia media, con chioma espansa e fitta e il Pendolino, mediamente vigoroso, con dai rami lunghi.

La produzione di olio extravergine di oliva toscano vanta alcuni oli di eccellenza, a denominazione di origine protetta, come l’olio extravergine di oliva Chianti Classico DOP, l’olio extravergine di oliva Lucca DOP, l’olio extravergine di oliva Seggiano DOP, l’olio extravergine di oliva Terre di Siena DOP e l’olio extravergine di oliva Toscano IGP.

Le Marche – come diceva Leopardi – è una terra di mezzo “dove i venti freddi del Settentrione si rimescolano con quelli caldi del Meridione”. E secondo il poeta anche “gli ingegni sogliono essere maggiori e più svegliati e particolarmente più acuti”. Le zone di mezzo (o di confine) sono le più adatte per la coltivazione dell’ulivo. È l’ascolano la parte del territorio all’interno del quale si concentra la coltivazione degli ulivi, tanto che il 50% del patrimonio olivicolo regionale proviene da tale zona. Tutti conoscerete la ghiotta oliva ascolana… I cultivar principali sono l’Ascolana tenera, Carboncella, Rosciola dei Colli Esini e Piantone di Mogliano. Le 2 varietà aggiuntive, diffuse da più di un secolo nel territorio marchigiano, sono Leccino e Frantoio. C’è un Igp: l’olio extravergine d’oliva “Marche”, che presenta un fruttato apprezzabile per le note erbacee fresche e i sentori di mandorla e carciofo. L’olio extravergine di oliva di Cartoceto è con ogni probabilità l’olio più conosciuto della regione. Raggiola, Leccino e Frantoio sono le cultivar principali. Il risultato è un olio verde con riflessi giallo oro, profumi di mela acerba e mandorla verde, e un’acidità inferiore allo 0,5%.

Scendiamo al centro. Immergiamoci nell’itinerario dell’olio DOP Sabina. Qui l’olio è talmente importante da essere stato nobilitato con un museo ad esso dedicato. Lo troverete a Castelnuovo di Farfa. In questo periodo, passeggiando tra i campi, vi capiterà di vedere distese di teli verdi sul terreno. E’ il periodo della raccolta delle olive, almeno in questo spicchio d’Italia. Sempre qui, c’è l’ulivo più antico d’Europa, noto come il Gran Vecchio. L’albero ha circa 2.000 anni e un tronco di 7 metri di diametro. Per vederlo dovrete accedere a un terreno privato, nel borgo di Canneto Sabino, dove i proprietari permettono le visite.

Nel Lazio sono attivi oltre 300 frantoi con una produzione di olio pari a circa 20 mila tonnellate annuali. L’olio laziale rappresenta senza dubbio una vera eccellenza in un territorio in cui l’olivicoltura è caratterizzata da una elevata diversificazione varietale di specie autoctone, localizzate all’interno di estese aree vocate. Quattro le Dop riconosciute nel Lazio: si tratta dell’olio extravergine d’oliva “Canino”, “Sabina”, “Tuscia” e “Colline Pontine”.

Puglia, la capitale dell’oro verde. Scopriamo una delle strade dell’olio in Italia più amate: la via dell’extravergine di Castel Monte in Puglia. Questo percorso è lungo 150 chilometri e si snoda sotto il vessillo dell’olio di oliva DOP tra gli tra gli ulivi secolari delle terre a Nord di Bari e l’altopiano selvaggio della Murgia. In Puglia si trovano tante varietà di olive differenti. La Coratina senza ombra di dubbio è la cultivar simbolica della Puglia, presente soprattutto nel barese e nel foggiano. Peranzana tipica della zona nord-ovest della provincia di Foggia, presente soprattutto nei comuni di San Paolo Civitate, San Severo e Torremaggiore. tra le varietà di olive innovative presenti sul nostro territorio, figura l’Arbequina, cultivar nota soprattutto per il suo impiego all’interno di coltivazioni ad alta densità. L’ogliarola si distingue per il territorio (Salento, Gargano e terra di Bari) e per il gusto fruttato. È proprio questa tipologia di olive che dà vita ai maestosi ulivi secolari, simbolo della Puglia.

… ed ora a voi la scelta dell’olio da mettere su una calda bruschetta!

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L’autunno tra le Colline Moreniche, che spettacolo!

L’autunno aggiunge fascino anche al territorio delle Colline Moreniche a sud del Lago di Garda. Queste terre che ospitano in genere distese di vigneti e conche e rilievi verdeggianti, si tingono dei colori tipici di questa stagione, apprezzabili con passeggiate immersi nella natura a ridosso dei borghi, nei caratteristici centri storici o nelle vie ciclabili immerse nel Parco del Mincio.

Da non dimenticare per questa zona è la possibilità sempre valida di scoprire aspetti storici di rilevanza, dai siti risorgimentali, ai castelli, alle ville che rimandano alle atmosfere gonzaghesche.

Sempre affascinante è poi l’aspetto culinario: degustazioni e piatti della tradizione si tingono di arancione grazie all’avvento della zucca e i produttori restituiscono interessanti prodotti, come mieli, composte e mostarde realizzate con i frutti dell’estate, oltre all’assaggio del vino novello e dei salumi sapientemente realizzati dalla norcineria locale.

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Notaresco, da qui inizia il viaggio nella Valle del Vomano

Nella Valle del Vomano, attraversata una volta dall’antica Via Caecilia, si trovano numerose abbazie, centri religiosi di grande interesse storico, architettonico e artistico collegati da strade strette che si snodano tra uliveti e dolci colline, nella spettacolare campagna abruzzese dalla costa verso l’Appennino. Ma non solo, ci sono piccoli centri abitati di un’umanità meravigliosa, palazzi storici, archeologia e sapori. Inizia così un breve itinerario, che aiuterà a capire meglio come la storia di questa terra.

Mura spesse e finestre alte e strette. Siamo a Notaresco dove il medioevo risplende ancora in ogni violetto. Tra Roseto degli Abruzzi e Teramo a pochi chilometri dal mare, Notaresco è il luogo ideale in cui trascorrere un fine settimana fuoriporta dedicato alla cultura e alla cucina e al buon vino.

Benché inforchettare un gustoso piatto sia tra i principali traguardi del fine settimana, noi cominceremo dalla cultura, per farci venire un po’ di acquolina in bocca!

Iniziamo la nostra visita dalla Chiesa di San Clemente al Vomano, nella frazione di Guardia Vomano, caratterizzata dal ricco portale della facciata e dal fatto che al suo interno viene custodito il ciborio considerato tra i più antichi e imponenti di tutto l’Abruzzo.

Le origini di Notaresco risalgono al neolitico, lo racconta bene il Museo archeologico intitolato a “Giuseppe Romualdi” noto avvocato, fu anche giornalista e commediografo, che qui nacque. Il museo nasce nel palazzo che apparteneva alla famiglia Romualdi la quale donò l’edificio al Comune di Notaresco: l’intento era quello di conservare ed esporre i reperti archeologici della zona.
Degne di particolare nota sono le sezioni dedicate ai vetri, la sala con la ricostruzione di una cucina di epoca romana e una bella esposizione di lampade a olio.
Al primo piano sono conservati reperti del periodo italico (metalli e ceramica), i grafici della Villa romana di Grasciano (I sec. a. C.- II sec. d.C.), oggetti di uso comune, varie tipologie di ceramiche (aretina, a pareti sottili, da fuoco), intonaci, lucerne e ricostruzioni. Sono presenti anche carte del territorio.

Ciò che alimenta il museo archeologico è proprio il sito di Grasciano scoperto nel 1992 e i cui lavori di scavo hanno rivelato numerosi pezzi murari che vengono classificati come parte di una villa di epoca romana; questo insediamento è situato sul colle di Grasciano .
Le indagini effettuate circa la villa di Grasciano hanno evidenziato delle strutture rettangolari di diversa dimensione che sono state identificate come una piscina e una cisterna; ovviamente non mancano altri ambienti differenti e di diverso utilizzo, basti pensare che il sito archeologico è di circa 4000 metri quadri. In particolare proprio la piscina e la cisterna svuotate hanno rivelato la presenza di numerosi frammenti di diverso materiale che sistemati sono diventati dei veri e propri pezzi da museo osservabili nelle sale del “Romualdi”.

A pochi passi da Notaresco, non può mancare la visita al Palazzo Acquaviva dei Duchi d’Acquaviva, ora sede del Comune di Atri, un paese dalla posizione spettacolare, vista mare e monti, clima gradevole in estate, tanta storia e cibo buono.

Il Palazzo, costruito come fortezza militare, è stato successivamente ampliato nella parte laterale in laterizio nel 1500 e successivamente modificato nell’esterno nel 1700. Il cortile con le sue ampie arcate dalle ogive appena percettibili, impostate su robusti pilastri angolari, è un vero gioiello architettonico.
Intorno vi sono numerose iscrizioni di età romana e un sarcofago con il mito di Dionisio. L’interno, oggi, presenta numerosi saloni tra cui alcuni dipinti a tempera del 1800 dopo che erano andati distrutti gli affreschi precedenti, sia quelli rinascimentali De Litio che quelli successivi del 1700 del Farelli. Nella sala di rappresentanza vi è la raffigurazione della disfida di Barletta opera dell’artista atriano De Felice. I sotterranei, antiche piscine romane del II-III sec a.C. , utilizzate nel medioevo come prigioni e successivamente come sede della regia cavallerizza, conservano oltre a resti dell’intonaco romano anche un affresco del 1600 raffigurante la natività.

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Poggio Moiano e il suo oro verde da scoprire – Rieti

L’identità di un popolo si esprime anche attraverso la cucina tradizionale; nella cucina Poggiomoianese, semplice e genuina, un ruolo importante è svolto dal prezioso olio extra vergine, il famoso “oro verde dei Sabini”, il primo in Italia ad ottenere la denominazione DOC.

Già nella civiltà romana l’olivicoltura era una delle branche più sviluppate dell’agricoltura e l’olio d’oliva era uno dei prodotti più pregiati di Roma. Nulla dell’oliva veniva lasciato al caso, dalle varietà più adatte alla potatura, ai sistemi di raccolta, fino alle tecniche di frangitura: ogni cosa era descritta alla perfezione.

Plinio e Columella, per citare solo alcune fonti, censirono dieci varietà diverse di olivi, classificandone l’olio in cinque categorie: sulle tavole romane l’oliva non mancava mai! Tra gli spazi preferiti di coltivazione delle olive, ce n’era uno in particolare, fuori dalla città eterna. Catone “il Censore” recitava: «l’ulivo nasce plebeo e diventa nobile in Sabina», nel suo De agri cultura: si trattava della prima opera in prosa della storia della letteratura latina, che narrava dell’oro verde di Roma.

Lo stesso Marco Terenzio Varrone proponeva una serie di consigli per la coltivazione dell’olivo, redimendo un primo disciplinare di produzione relativo al territorio sabino. Strabone, geografo e filosofo greco trapiantato a Roma, già in tempi non sospetti si era accorto della ricchezza di quell’area, scrivendo che «tutto il suolo della Sabina» era «straordinariamente ricco di olivi». L’olio d’oliva prodotto in Sabina era, dunque, un vero e proprio vanto per gli antichi romani. Ma perché veniva chiamato oro verde? Come dicevano molti scrittori romani, l’olio di qualità era molto costoso e per questo l’olivo era considerato una pianta sacra. Basti pensare che, in una civiltà basata su una rigida struttura militare e il reclutamento obbligatorio, i cittadini che piantavano almeno uno iugero (circa 2.500 metri quadri) di ulivi venivano dispensati dalla leva.

La Sabina, nell’antica Roma, era dunque considerata un campo dei miracoli dall’oro verde. Oggi nei territori sabini, tra Roma e Rieti, si produce l’olio Sabina DOP, antichissimo olio extra vergine di oliva ottenuto da diverse varietà di olive, tra cui Carboncella, Leccino, Raja, Frantoio, Rosciola, Pendolino. Si tratta di un olio di colore giallo oro dai riflessi verdi, che proprio per questo ha mantenuto il nome di Oro Verde della Sabina; esso impreziosisce tutto ciò che accompagna, dalla semplice fetta di pane abbrustolito ai piatti più ricercati.

L’olio rappresenta un vero e proprio tesoro per Poggio Moiano ed è il suo prodotto più tipico e pregiato; nelle colline di Poggio Moiano si coltivano da sempre olive di prima qualità e nel frantoio della Cooperativa Olivicola dell’Alta Sabina esse vengono lavorate per ricavarne il pregiato olio extravergine. Gli uliveti che rendono celebre il territorio di Poggio Moiano si immergono in un ambiente sano e genuino: la dislocazione degli oliveti quanto mai felice, le caratteristiche geomorfologiche del terreno, l’adozione di metodi di coltivazione ecologica fanno dell’olio un alimento di altissimo valore dietologico, tra i migliori d’Italia; le sue peculiarità sono senza dubbio il bassissimo o quasi nullo grado di acidità, la densità media e il gusto fruttato.

Il presupposto indispensabile per avere olio d’oliva di qualità veramente pregiata è quello di estrarlo da olive sane, raccolte mature; nulla è più vero del detto “l’olio buono comincia ad essere fatto negli oliveti”. La stagione della raccolta inizia dal mese di novembre.
Per i Poggiomoianesi la raccolta delle olive è una vera e propria tradizione, nella quale si conciliano momenti di impegno e lavoro e momenti di condivisione e familiarità. Si tratta, insomma, di un rituale al quale nessun paesano rinuncia. Una volta stesi i teli e spogliate le piante dai loro frutti, vengono riempite le cassette di olive e trasportate nel frantoio, dove l’olio verrà estratto a freddo, in modo da mantenerne inalterate le caratteristiche e garantendo un olio pregiato.

Con l’olio extravergine di oliva sabino ogni piatto si caratterizza per la qualità e l’autenticità: semplicemente utilizzandolo a crudo per condire i piatti di carne e verdura l’olio esalterà i sapori dando alle ricette un tocco di bontà e genuinità. L’olio extravergine di oliva è fondamentale, inoltre, per una corretta dieta alimentare: se consumato nelle giuste dosi, ad esempio, esso aiuta a combattere il colesterolo cattivo e ha un’azione positiva nel metabolismo della digestione, nell’alimentazione dei bambini, nelle malattie del fegato, cardiocircolatorie e nell’arterioscelosi.

La Cooperativa Olivicola dell’Alta Sabina, cui fanno riferimento i produttori del luogo, da anni è impegnata nella ricerca di tecniche sempre più avanzate per la difesa e la valorizzazione dell’olio. Grazie all’azione della Cooperativa, dopo le gelate del 1985, si è riusciti a recuperare gli oliveti esistenti e ad implementarli, attraverso l’immissione di oltre 25.000 piante.

L’olio di oliva di Poggio Moiano, in passato, è stato premiato con la medaglia d’oro per il fruttato leggero al concorso regionale di selezione all’Ercole oleario ed è stato dichiarato olio d’oro da Olivenol di Monaco di Baviera, dell’autrice Rotraud Degner, che ha presentato alla gastronomia tedesca oltre 115 olii di oliva allo scopo di premiare con un olivo d’oro i migliori prodotti; tra questi è stato selezionato anche l’olio prodotto dalla Cooperativa dell’Alta Sabina di Poggio Moiano.

Per informazioni visitare la pagina Facebook “Cooperativa Olivicola dell’Alta Sabina” e contattare il numero 0765876057.
https://www.facebook.com/Cooperativa-Olivicola-dellAlta-Sabina-1662264654058413

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L’autunno a Compiano è per tutti: si parla di cultura, sport e cucina

Per chi ama arte, storia e antichità, Compiano è quello che serve: passeggiando nelle sue viuzze lastricate di ciottoli ci si trova catapultati indietro nel tempo, le antiche case e botteghe incorniciate di rosso e arancio calano i visitatori nell’atmosfera storica del borgo abbracciandoli col loro calore, le piazze si aprono su scorci suggestivi della valle per arrivare al maestoso Castello dove si possono visitare due interessantissimi musei e sentirsi come re e regine a corte!

Ma anche chi ama la buona cucina può essere soddisfatto! Nei vari agriturismi e ristoranti del territorio di Compiano si possono assaggiare i veri protagonisti dell’autunno valtarese: sua maestà il fungo porcino I.G.P., il tartufo nero e le dolcissime castagne, cucinati secondo la tradizione, ma anche rivisitati dai cuochi locali sotto le più diverse ricette!

Per chi non si accontenta solo di mangiare, questo è il momento giusto per avventurarsi nel bosco e andare in cerca delle prelibatezze sopracitate, sempre accompagnati da una guida, così da passare direttamente da una piacevole passeggiata alla tavola!

Volete muovervi di più? Perfetto, si può partire con la moutain bike (anche in versione e-bike), a piedi oppure a cavallo per delle escursioni più o meno difficili sui monti e le coste di Compiano, passando anche nella Oasi WWF dei Ghirardi, immergendosi nei colori del foliage, che in questo periodo tingono come una tavolozza, tutti i boschi della Val Taro, guadando piccoli ruscelli e scorgendo, perché no, tra gli animali selvatici anche qualche capriolo o daino!

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Santhià all’aria aperta. L’appuntamento è con il riso

È all’aperto. È pieno di bellezza. Vi esplode una natura che toglie il fiato. È affascinante. Ed è anche gustoso, se a portar via!

Siamo nel luogo giusto, nel momento gusto!

Siamo nel mare a quadretti di Santhià, un paesaggio fatto di tanti piccoli laghi delimitati da semplici argini, ma che, a uno sguardo più attento, rivela un sistema complesso e ingegnoso oltre che meticolosamente strutturato. Siamo nella risaia più grande d’Europa, qui dove un tempo Cavour fece realizzare con mattoni e pietra naturale, un complesso sistema che avrebbe permesso l’irrigazione dei terreni e che è, tutt’oggi, da considerare il “non plus ultra” dell’ingegneria idraulica italiana ed europea. Un progetto d’irrigazione colossale che pose le premesse per il futuro “triangolo d’oro del riso”. Dove oggi siamo noi. A Santhià.

Scarpe comode. Si parte alla scoperta delle risaie di quest’angolo del vercellese. Un percorso gradevole, per nulla faticoso e adatto a tutte le età e sopratutto immerso nella via Francigena. Potete camminare lentamente e respirare il profumo dell’aratura. Perché questo è il momento giusto, tra ottobre e novembre. Il terreno su cui nasce la pianta del riso viene arato. Sentirete l’odore della natura. È il profumo della terra rivoltata. È l’essenza del fresco. È un effluvio di vita, sana. Un tempo erano i buoi e le persone che con fatica e dedizione facevano questo lavoro. Oggi, con meno poesia, lo fanno le macchine.
Giganteschi trattori, entrano grossolanamente in questo quadro bucolico. Alzano la terra, la fanno respirare, le consentono di nutrirsi e di poter produrre quel chicco candido e gustoso che rende questa zona, un fiore all’occhiello dell’Europa intera, per produzione di riso.
E’ sempre qui, nel vercellese, a Santhià, che addirittura i giapponesi ne fanno incetta, di riso, per il loro sushi. Qualcosa vorrà dire.

Sono due i momenti più belli, quelli che caratterizzano il ciclo della vita del riso, a cui tutti voi potrete assistere. Approfittatene oggi, perchè il momento storico che stiamo vivendo, tutto può togliere, ma non l’aria aperta e non la natura. Questo faremo, una passeggiata tra la natura nell’aria aperta!

Amanti del birdwatching aguzzate lo sguardo perchè a Santhià si vive talmente bene, tanto da essere il rifugio dell’airone cinerino del cavaliere d’ Italia, degli ibis, di cicogne, del tarabuso, della pittima reale e tanti altri che si avvicenderanno davanti alla lente del vostro binocolo!

Se di natura ne avete abbastanza, il centro storico di Santhià, con i suoi vicoli, le sue chiese e il castello di Vettignè, sarà una valida alternativa per riposare le vostre gambe.

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Roccavaldina, un po’ di stile fiorentino a Messina

Siamo nella provincia di Messina, nel piccolo borgo di Roccavaldina, nota anche per “u pomadoru ruccaloru” ovvero il pomodoro a scocca, unico nel suo genere, se ci capitate a pranzo, una semplice pasta al sugo con questi gioielli, non ve la dovete far mancare!

Ma ciò che cattura l’attenzione di noi viaggiatori, amanti dei borghi e delle tradizioni è una particolarità, rara da trovare: l’Antica Farmacia.

Si tratta un’antica bottega farmaceutica, una spezieria del XVI secolo. La conoscono in tutto il mondo, e da tutto il mondo vengono per ammirarla.

Troverete un’infinità di pezzi e anche se della farmaceutica non ci capite nulla, questo luogo vi affascinerà. Non ve ne sono si simili in Italia. I pezzi furono acquistati da un probabile commerciante messinese, tale Cesaro Candia, il cui nome è dipinto su gran parte dei essi. Fu poi Don Gregorio Bottaro a donare parte di questo corredo alla Confraternita del SS. Sacramento di Rocca con l’onere per quest’ultima di dare gratuitamente le medicine ai poveri.

La collezione è composta da 238 vasi: anfore, albarelli grandi, medi e piccoli, fiasche e brocchette, su molti di essi sono dipinte scene bibliche mitologiche e storiche tratte da originali bozze degli affreschi di Raffaello nelle Logge Vaticane. Questi pezzi, perfettamente conservati costituiscono un importante contributo per uno studio sull’evoluzione dell’arte della ceramica.

Mancano sui vasi le descrizioni delle scene, ad eccezione di un albarello grande su cui è scritta la dizione “Como Giove si converse in toro e rapì Uropa”.

All’interno della Farmacia si trovano altri vasi oltre quelli dei Patanazzi, aggiunti successivamente, di varia fattura, e dei mortai, degli alambicchi, un bilancino, dei filtri e altro materiale d’epoca.

Anticamente tutte le farmacie erano dotate di contenitori in ceramica dove venivano conservati tutti i medicamenti in uso per le malattie conosciute.

C’è poi una scaffalatura di cui purtroppo non si hanno notizie.

La parte frontale e le scansie laterali alte sono originali dei primi anni del 1600, in base agli intarsi gli esperti la fanno risalire proprio all’epoca in cui i vasi furono portati a Rocca.

Il portale d’ingresso in pietra è originale, con la forma ad arco, il cosiddetto “arco di bottega”, col davanzale sporgente per l’esposizione delle mercanzie.

Il portone era di legno, diviso orizzontalmente in due parti, la parte inferiore rimaneva chiusa, aprivano solo la parte superiore per la consegna delle medicine agli acquirenti che restavano fuori a distanza dai farmacisti, in modo da evitare il rischio di contagio.

Dalla medicina alla religione. Prosegue il tour di Roccavaldina.

Visitiamo il Duomo, ovvero la chiesa madre dedicata a S.Nicola di Bari, si trova nel punto più alto del paese. Un panorama incredibile sulle isole Eolie e la baia di Milazzo.
Il Duomo ha una facciata rinascimentale, semplice ma fascinosa e un trionfo barocco al suo interno. Il tutto si fonde con lo stile tuscanico.
Molto particolari da vedere sono le colonne con capitelli corinzi, la Cappella di San Nicola nell’absidiola sinistra e il coro ligneo ubicato dietro l’altare maggiore.

C’è poi il Castello dei Roccavaldina. Oggi una struttura privata. Il castello è una maestosa costruzione nata inizialmente come struttura difensiva e successivamente ampliata e adibita a residenza principesca della nobile famiglia dei Principi Valdina. Arroccato sullo scoscendimento di una collina, ne fa uno splendido punto di osservazione del territorio della piana di Milazzo: il feudo dei Valdina. Il castello è il risultato della complessa fusione di elementi architettonici di stili diversi, mescolati tra loro ma nel contempo facilmente identificabili, tali da farne un’opera unica nel suo genere, in quanto l’unico castello di stile fiorentino della Sicilia. Dalla struttura più antica la costruzione prende il nome di castello, anche se forse questo termine non rende giustizia all’originale complessità dell’edificio.

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