Fabriano… passeggiando nella sua storia

Alcuni affermano che il vocabolo “Fabriano” tragga origine da “Faberius”, proprietario del fondo su cui si eresse la città stessa. Faberius divenne nel Medioevo “Fabriano”, anche perché era molto sviluppata in città l’attività dei fabbri. Anche lo stemma cittadino, infatti, sin dal XIII secolo, ha come emblema un fabbro che batte il ferro su un’incudine. Ma fu anche una città sommersa vicino al monte Fabriano. Secondo altre fonti il vocabolo deriva dalla fusione di due termini latini: Faber (Fabbro) e Ianus (Giano, il fiume che lo attraversa).

Gironzolando per Fabriano vi mostriamo alcune tappe!

Oratorio della carità 
Fu decorato negli anni 1587-1597 con un ciclo affrescato, raffigurante le Opere di misericordia spirituale e corporale e realizzato dal pittore manierista urbinate Filippo Bellini. Il portale gotico in pietra proviene dall’ex monastero di Sant’Antonio fuori le mura. Il suo interno venne restaurato e riaperto al pubblico dopo il sisma del 1997, previa liberazione dalle scaffalature dei documenti e libri dell’archivio comunale che ne occupavano tutto lo spazio interno

Palazzo del Podesta
Sorge nella centrale Piazza del comune, è un edificio pubblico tipicamente medievale con una sua peculiarità nella tipologia a ponte, in ricordo della colmata dell’antico fiume cittadino che scorreva sotto di esso, e dell’unificazione dei quattro quartieri cittadini. Eretto nel 1255, interamente in pietra bianca di Vallemontagnana, modificato più volte, è costituito di tre corpi di fabbrica, dei quali quello centrale presenta il caratteristico voltone ogivale di sottopasso della strada e le trifore. Sulla facciata uno stemma della nobile famiglia dei Bonarelli d’Ancona, scolpito in arenaria e ivi posto in memoria del conte Pietro Bonarelli, che fu podestà di Fabriano nel 1514-15. Al di sotto dell’arcone restano affreschi (XIII-XIV secolo) che rappresentano scene di guerrieri in battaglia e un’enigmatica ruota della fortuna mossa da una figura femminile.

Fontana Sturinalto 
Fu commissionata nel 1285 a Jacopo di Grondolo, che s’ispirò alla Fontana Maggiore di Perugia. Non a caso la fontana fabrianese, cosiddetta “Sturinalto”, denota una grande somiglianza con quella della fontana umbra decorata da Nicola e Giovanni Pisano. Inserita su una piazza bellissima

Loggiato di San Francesco 
Edificato nella metà del Quattrocento su progetto dell’architetto rinascimentale Bernardo Rossellino, giunto a Fabriano nel 1450 insieme a papa Niccolò V ed alla sua corte, che si rifugiò a Fabriano per sfuggire alla peste, il loggiato fu pensato per collegare l’imponente chiesa di San Francesco (edificata nel 1292 e demolita nel 1864) alla piazza del comune. Fu prolungato alla fine del Seicento, con l’aggiunta di sette arcate alle primitive dodici. Nel 1790 fu collegato al contiguo palazzo comunale. Fu aperto al pubblico godimento dal 1818.

Palazzo del podestà
Sorge nella centrale Piazza del comune, è un edificio pubblico tipicamente medievale con una sua peculiarità nella tipologia a ponte, in ricordo della colmata dell’antico fiume cittadino che scorreva sotto di esso, e dell’unificazione dei quattro quartieri cittadini. Eretto nel 1255, interamente in pietra bianca di Vallemontagnana, modificato più volte, è costituito di tre corpi di fabbrica, dei quali quello centrale presenta il caratteristico voltone ogivale di sottopasso della strada e le trifore. Sulla facciata uno stemma della nobile famiglia dei Bonarelli d’Ancona, scolpito in arenaria e ivi posto in memoria del conte Pietro Bonarelli, che fu podestà di Fabriano nel 1514-15. Al di sotto dell’arcone restano affreschi (XIII-XIV secolo) che rappresentano scene di guerrieri in battaglia e un’enigmatica ruota della fortuna mossa da una figura femminile.

Il Palio di San Giovanni Battista è la rievocazione storica del XIV secolo della Città di Fabriano

Il Palio è da sempre la manifestazione principale di Fabriano, rappresenta il momento in cui tutta la città si ritrova in piazza, nelle hostarie e nei vari punti di ritrovo per condividere un comune sentire e il piacere di stare insieme.

Questa è la notte di San Giovanni in cui la tradizione vuole che escano gli spiriti maligni e che quattro fabbri si sfidino su quattro forge accese. Battono sul metallo incandescente, alzano lingue di fuoco, vampe e scintille per vincere il Palio e scacciare le streghe riunite nei quadrivi.

Il quattro è il numero magico
La sfida del Maglio è il momento culminante, ha qualcosa di imponderabile e misterioso come i quattro elementi che servono al fabbro: Aria, Terra, Acqua, Fuoco. I quattro colori dei quartieri in lotta: Blu, Giallo, Verde, Rosso, le quattro stagioni dell’anno, i quattro venti principali, i quattro i punti cardinali.

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In viaggio nella Foresta fossile di Dunarobba

Il silenzio è la prima caratteristica di questo “viaggio”.
Il silenzio è necessario per entrare nella profondità mistica di questo luogo, dove semplici tronchi di legno scandiscono il tempo, riportandoci al passato, un passato davvero lontano, datato a tre milioni di anni fa. Siamo nella Foresta Fossile di Dunarobba, uno dei siti paleontologici più importanti al mondo dove passeggiare o fare trekking.

Vi troverete i resti dei circa cinquanta tronchi di gigantesche conifere che vissero nel corso del Pliocene. Questi tronchi costituiscono un’eccezionale e rara testimonianza della vegetazione che caratterizzava questo settore della penisola italiana, oggi Umbria, nell’arco di tempo compreso fra i 3 e i 2 milioni di anni fa.

La Foresta Fossile venne alla luce verso la fine degli anni ’70, all’interno di una cava di argilla destinata alla fabbricazione di mattoni per l’edilizia. Da allora la Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Umbria, negli anni successivi alla scoperta, ha iniziato un lungo lavoro di documentazione finalizzato allo studio, alla salvaguardia e alla conservazione del sito paleontologico.

Sarà emozionante vedere alberi “mummificati” e conservati per due milioni e mezzo di anni sotto uno strato di argilla. La particolarità dei reperti è che i fossili vegetali non sono pietrificati, ma conservano ancora il legno della pianta originaria. Il diametro dei tronchi fossili varia da 1 metro a 4 e le altezze possono arrivare fino a 8 metri. Tuttavia recenti sondaggi hanno dimostrato la presenza di lembi di legno fino a 25 metri di profondità rispetto all’attuale piano di scavo.

Per chi visita la foresta, non può perdere la Grotta Bella, una cavità naturale nei pressi del piccolo borgo di Santa Restituta, a circa 12 km da Avigliano Umbro ricca di stalattiti e stalagmiti. A partire dal Neolitico Inferiore fino all’ Età del Bronzo la grotta era utilizzata per insediamenti abitativi. Dalla fine del VI sec. A.C. l’utilizzo assume una finalità esclusivamente cultuale, testimoniata dal rinvenimento dei bronzetti schematici caratteristici della religiosità votiva delle antiche popolazioni umbre.

Presso il Museo Archeologico di Perugia è possibile ammirare questi ritrovamenti. Bronzetti e statuette, con le quali la gente si recava nella grotta, lasciandoli come ex-voto a Marte, Dio della guerra e ad altre divinità che proteggevano l’allevamento, l’agricoltura e anche le persone in guerra o ammalate.

Grazie allo scavo della terza trincea sono state portate alla luce monete di epoca romana.
Con i resti di ceramiche, ritrovate durante gli scavi, sono stati ricostruiti vasi bellissimi e di straordinario valore.

Da visitare anche il Castello di Sismano che sovrasta un piccolissimo borgo e buona parte dei colli circostanti. Ha sempre svolto un ruolo importante nelle guerre medievali. E’ privato, ma lo potete ammirare dall’esterno.

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Una Murgia ancestrale tra dinosauri, bauxite e preistoria

68.033 ettari di storia. Siamo nel Parco Nazionale dell’alta Murgia dove creste rocciose, doline, cavità carsiche, scarpate ripide, masserie in pietra, a volte fortificate per difendersi dall’attacco dei predoni raccontano la storia di un uomo lontano e di una natura oramai dimenticata. Una storia quasi mitologica fatta di dinosauri che percorrevano un antico mare e di uomini ancestrali che vivevano nelle numerose grotte che si insinuano nei costoni rocciosi.

Non mancano le testimonianze della dominazione normanno sveva, le cui tracce sono presenti in molti dei centri storici dei tredici comuni che danno vita a questo territorio e che trovano il loro apice nell’imponente Castel del Monte patrimonio dell’umanità dell’UNESCO e più importante castello del Sud dell’Italia. Si tratta di una fortezza del XIII secolo fatta costruire dall’imperatore del Sacro Romano Impero Federico II nell’altopiano delle Murge occidentali in Puglia, nell’attuale comune di Andria. Un luogo meraviglioso da scoprire nel vostro fine settimana dedicato alla Murgia insieme a Fuoriporta.

Iniziamo il nostro viaggio, passo dopo passo, alla scoperta del Parco Nazionale dell’Alta Murgia.

Le miniere di bauxite. Affascinanti e ipnotizzanti. Le loro pareti rosse, ancor più belle con il contrasto del verde della natura e l’azzurro del cielo, vi catapultano in un paesaggio fantastico fra rocce calcaree alte una cinquantina di metri, stagni e sfumature cromatiche che vanno dal rosa al rosso granata. Ed è magia.
Le cave si trovano a circa 10 km dalla città di Spinazzola.
Da Spinazzola prendere la SP 230 e proseguire fino alla SP 138, in direzione Andria. A circa 4 km dallo svincolo, imboccare la strada sterrata che si apre sul lato destro della carreggiata e proseguite fino alle cave che si trovano subito dopo il bosco.

Una sosta è d’obbligo nel piccolo Museo Erbario che attraverso sei pannelli illustra le caratteristiche della flora presente nei vari ambienti del Parco. Lo potete visitare da soli. Il museo è infatti stato pensato per una fruizione autonoma da parte dei visitatori.

E ora si arriva alla foresta artificiale Mercadante. Artificiale perché a causa dell’erosione il suolo divenne spoglio e povero, e non offrendo resistenza all’acqua, che fluiva senza ostacoli fino al fondovalle, non permetteva alla vegetazione di crescere. Sul suolo furono quindi messi a dimora numerosi alberi, per la maggior parte conifere, in particolar modo pino d’Aleppo, in quanto piante a rapido accrescimento e idonee a predisporre il suolo per le specie autoctone come le roverelle e i lecci. Nella foresta potrete fare lunghe passeggiate, pic nic e vedere scorrazzare numerosi animali. I percorsi sono ben tracciati e ideali anche per chi vuole fare prime esperienze nel mondo del trekking e delle escursioni. La Foresta Mercadante è un luogo simbolo per tutta la provincia di Bari e non solo, un’oasi naturale a 25 dal capoluogo.

Poco più in là… siamo un luogo catartico: la grotta Lamalunga, la cavità che ospitava l’uomo di Altamura, i cui resti furono scoperti nel 1993 da alcuni speleologi altamurani e baresi. Si tratta di un esemplare umano adulto, intrappolato nella grotta di Lamalunga in Altamura, rimasto inglobato nelle stalattiti e stalagmiti che gli sono cresciute intorno e che lo hanno conservato intatto. Un primo e unico frammento dello scheletro, estratto fisicamente nel 2009 da una scapola, ha consentito di raccogliere dati sul Dna, quantificare alcuni aspetti sulla morfologia e collocare cronologicamente l’Uomo di Altamura in un intervallo finale del Pleistocene Medio compreso tra 172 e 130mila anni. La grotta non è accessibile al pubblico ma a 500 m da questa è possibile raggiungere il centro visite Lamalunga dove poter avere tutte le informazioni sulla scoperta.

Di emozione in emozione, arriviamo nella Valle dei Dinosauri, nel cuore dell’entroterra barese, nelle campagne del celebre “Pulo”, dolina carsica profonda circa cento metri. Qui si trova uno dei più vasti giacimenti paleontologici, scoperto nel 1999 in località Cava Pontrelli, costituito da circa 30.000 orme di dinosauri risalenti a circa 70 milioni di anni fa.

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A spasso tra i mulini d’Italia, qui il tempo è fermo

Erano un luogo fondamentale per a vita delle campagne e dei borghi. Questo fino al secolo scorso. Sono i mulini, che tratteggiano la storia di tutta l’Italia. Oggi sono stati alcuni ristrutturati e resi delle attività ricettive, altri sono luoghi da ammirare, altri ancora purtroppo sono stati abbandonati.

Facciamo un giro tra i mulini dello Stivale.

Il Molino del Cantaro sorge a Campoliano Basso, in provincia di Rieti. Il suo nome deriva dal fatto che sorge lungo il Rio Cantaro, le cui acque sorgive alimentano le macine di pietra. Infatti ancora oggi vengono seguite le antiche tecniche di molitura, così da assicurare la genuinità dei prodotti di coltura biologica qui lavorati.
Nato nell’XI secolo e di proprietà della Cattedrale di Rieti, il Molino del Cantaro era uno dei primi edifici che si incontravano sul Rio Cantaro, in quanto si trova proprio all’altezza della sorgente Bulleca.

Da Cava Ispica, dove un antico mulino del Settecento, chiamato Cavallo d’ Ispica, restaurato e reso perfettamente funzionante, produce farina integrale ed è stato trasformato in museo della tradizione e della memoria al Mulino Du Spitali, dove si può assistere all’ antico processo della molitura. Sono i mulini della Sicilia.

Spostandoci verso le Marche troviamo l’antico Molino Patregnani che sorge all’interno del territorio di Corinaldo, in provincia di Ancona. Risale al Medioevo ed è dotato di quattro macine in pietra per la lavorazione dei cereali azionate dalle acque deviate del fiume Casano. Ora l’antico Molino Patregnani è stato adibito a museo e spazio didattico.

Il Mulino di Belpiano, nel comune di Borzonasca, è unico in Liguria e forse addirittura in Italia per la sua particolare forma verticale. È composto da due parti, quella più alta funge da “torre”. La struttura originale dell’edificio risale al XVIII secolo, e dopo 60 anni di inattività una parte del mulino è stata riattivata nel 2016.
Durante la stagione natalizia, il mulino è aperto ai visitatori che possono ammirare, oltre alla particolare struttura dell’antico edificio, anche un caratteristico presepe.

Su Mulinu Vetzu, un mulino ad acqua a ruota verticale, domina dall’alto di un bosco di lecci e regala al Olzai, piccolo borgo della Barbagia uno dei reperti di archeologia industriale più antichi d’Europa.
Era stato costruito intorno al 1850 da una facoltosa famiglia di proprietari terrieri ed è la testimonianza di un’agricoltura fiorente per la coltivazione dei cereali, grano e orzo.

Il mulino “Cornaleto” è uno dei mulini ad acqua più caratteristici e meglio conservati della Basilicata. Risale all’Ottocento e ha funzionato fino al 1960, quando fu abbandonato dal mugnaio, che abitava proprio nella casetta di fronte con la sua famiglia. Osservando il mulino dall’esterno salta all’occhio l’imponenza della torre in pietra alta circa 9 metri. La torre garantiva il funzionamento del mulino, favorendo la caduta dell’acqua sulla ruota idraulica.

Nella frazione di Ponte di Bovino, a Foggia, sulle rive del fiume Fortore, sorgono due mulini posti in successione, uno a monte e l’altro a valle. I Mulini quello a Valle e quello Vecchio sono collegati da un grande canale di adduzione dell’acqua. Le grandi macine in pietra venivano azionate da una ruota che traeva la sua energia dall’acqua. Oggi i due mulini sono stati ristrutturati dando vita ad un complesso che ha valenza culturale e didattica.

Sospesi tra i ponti in Val Tartano

2 ore e 30 minuti, con un dislivello di 400 metri, siamo pronti per il percorso dei Cinque Ponti in Val Tartano: Ponte nel Cielo, Ponte della Pèscia, Ponte della Corna, Ponte di Vicima, Ponte dil Sirt.

Si inizia dal Ponte nel Cielo. 234 metri di lunghezza, 140 metri di altezza e 1 metro di larghezza è il ponte che collega Campo e il Maggengo Frasnino.
Chiudete gli occhi e riapriteli in cima, avrete davanti a voi la sella di Campo Tartano, le imponenti vette e i ghiacciai delle Alpi Retiche, la verde vallata del Tartano, la diga di Colombera, il fiabesco maggengo Frasnino e l’apertura del fondovalle valtellinese che culmina nel lago di Como per tramonti indimenticabili.

Siamo in Valtellina, precisamente in Val Tartano, luogo ideale per chi ama le passeggiate e il trekking e non solo. Dal Ponte nel Cielo é possibile seguire un sentiero ad anello che si chiama “Sentiero dei Ponti” attraverso la Val Tartano. La durata del percorso é di circa 3 ore e 30 minuti, se ci si dedicata solo a questo ponte. Il percorso é adatto anche ai meno esperti.

Per chi soffre di vertigini, non c’è problema! La struttura è molto solida e ben costruita, le recinzioni e misure di sicurezza funzionanti sono molto rassicuranti. Dal ponte si vede il bosco sottostante e il ruscello. A metà strada si può sentire il movimento ondulante del ponte, ma anche questa è un’esperienza…

Proseguendo quindi il percorso dei Cinque Ponti, si raggiunge il Ponte in legno della Pèscia. Il passaggio è tra le baite, una – in particolare – è un esempio di costruzione lignea blockbau. Il tracciato giunge ad un altro incrocio: inizia sulla sinistra la discesa per la località Corna, o Barciòk (1170 m slm), dove si raggiunge l’omonimo ponte: Ponte della Corna, sospeso tra le rocce ed ancorato con funi in acciaio.

Da qui si arriva al tratto più suggestivo: il ponte di Vicima (1115 m slm) con la galleria, costruito nel 1933 e percorso sino al 1969, quando è stato realizzato il più moderno viadotto.

Il percorso, raggiunta la carrabile continua verso la contrada Cosaggio con la mulattiera che raggiunge la contrada Ronco ed il quinto ed ultimo ponte, detto dil Sirti.

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Parco Regionale del Partenio, emozioniamoci!

Alzate gli occhi, le vedete? Sono le vette di Montevergine, del Vallatrone, di Toppola grande e Ciesco Alto, svettano nel Parco Regionale del Partenio. Siamo in provicia di Avellino, dove il Golfo di Napoli diffonde i suoi profumi.

Un mantello ininterrotto, di verde e bellezza, costituito da castagneti e faggeti che ricoprono tutta l’area montana, consentendo un’alta biodiversità faunistica.

Numerose anche le specie di rettili, la più appariscente delle quali è il Ramarro, dalla tipica colorazione verde brillante. Altrettanto facili da osservare sono i Gechi, di colore grigio, che vivono in genere sulle pareti esterne e assolate degli edifici. Più difficili da osservare, ma molto interessanti, la Luscengola e l’Orbetello, due sauri che hanno evoluto un comportamento strisciante atrofizzando, o rinunciando del tutto agli arti. I serpenti sono presenti nel Parco con diverse specie, di cui una sola, la Vipera, potenzialmente pericolosa per l’uomo. Di grande pregio, ma anche bellezza, sono le due salamandre: la Salamandrina dagli occhiali, molto rara e di notevole interesse naturalistico, ma è notevole anche la presenza della Salamandra pezzata, presente nel parco con la sottospecie appenninica.

La pratica dell’avvistamento degli uccelli, il “Bird-watching” nel Parco Regionale del Partenio è molto affascinante grazie alla presenza di oltre 70 specie, distribuite nei vari ambienti.

Le Talpe, il Riccio, alcuni pipistrelli, la Volpe, la Faina, la Donnola e il Tasso, sono i mammiferi del parco insieme al Lupo.

Passeggiando avrete la possibilità di avvistare numerose rovine dei castelli antichi disseminati in tutto il territorio. Sono la testimonianza di un passato glorioso. Il Partenio è un luogo in cui si intrecciano e si fondono elementi culturali, artistici e folcloristici di assoluta eccellenza. Non c’è solo verde, c’è storia!

Il Parco è un luogo incantevole in cui si può godere di una natura incontaminata. Potrete passeggiare oppure andare in mountain bike grazie a strade ben tenute, aree picnic curate e realizzate in armonia con la natura.
Terra magica e quasi incontaminata con sorgenti di acqua freddissima e limpida. C’è un mondo da scoprire…

Arrivate a piedi fino al Santuario di Montevergine, il monte più alto della catena. Lungo la strada se ne sarete capaci potrete trovare le erbe aromatiche con cui i monaci producono rinomati liquori. Castagneti che donano anche funghi e tartufi. Pascoli. Il Santuario si raggiunge anche in funicolare da Mercogliano. Un luogo fresco in estate, ma ancor più caratteristico con la neve.

Mesagne: archeologia, tipicità e Boomdabash

Non c’è niente al mondo
Che vorrei di più di te
Di più di quel che adesso c’è già fra di noi
Nemmeno un milione
Non c’è niente al mondo che farei io senza te
Perché io non ti cambierei nemmeno per
Nemmeno per un milione

… le note aleggiano nell’aria, ci fanno volare nell’estate che attendiamo, ci fanno sognare, è reggae, è reggae salentino, è il reggae che da anima Mesagne, dove nascono i Boomdabash.

Mesagne è la cittadina brindisina il cui centro storico ricorda un cuore. Un cuore non solo nella forma, ma anche nella sostanza, per la centralità di Mesagne tra Adriatico e Ionio.

Da sempre al centro di importanti città commerciali e via di comunicazione per il dinamismo dei suoi abitanti che sin dal XVI secolo formularono un’idea di città che ancora dialoga con noi contemporanei, così descrive e disegna Mesagne Cataldo Antonio Mannarino, autore di un manoscritto dedicato alla città.

Qui il romaticismo non conosce limiti. Prendete la vostra bella e fatevi un giro, lo apprezzerà!

Partiamo da Porta Grande, che resta oggi la principale testimonianza della cinta muraria, con le sue torrette e i suoi camminamenti. È considerata il salotto della città.

S’imbocca poi sulla destra Via Castello per raggiungere il Castello Normanno Svevo, il monumento più rappresentativo di Mesagne che ospita il “Museo Ugo Granafei” con importanti reperti medievali, messapici e romani. Vi troverete l’importante collezione di vasellame dell’Età del Bronzo e ceramiche medievali.
Il percorso museale comprende anche una raccolta numismatica con monete greche provenienti dalle zecche locali di Taranto, Metaponto, Sibari e Crotone, e monete medievali. Una tomba a semicamera del 250 a.C. Il lapidarium con iscrizioni latine, lastre tombali e macine di età messapica.

Porta Grande, Porta Nuova, Porta Piccola  sono le 3 porte principali di ingresso e uscita dal centro storico.

Andiamo verso Piazza Orsini del Balzo e raggungiamo la Chiesa di Sant’Anna dalla facciata spettacolare.

Facciamo qualche foto alla caratteristica Via degli Azzolino nel cuore di Mesagne.

Da non perdere sicuramente è la Necropoli Vico Quercia con le tombe a cassa e a semicamera destinate a clan familiari di ceto elevato. Avevano stanzini esterni, nicchie nei muri coperte da lastroni, tutti questi elementi erano destinati ad ospitare i resti ossei dei defunti e il corredo delle antecedenti deposizioni.

Sempre per gli appassionati di archeologia, può essere visitato il nucleo di sepolcreti di epoca basso medievale, e delle fondamenta di quella che, probabilmente, era la Chiesa di Sant’Anna dei Greci, di epoca bizantina di rito Greco, nell’omonima piazza.

Mesagne è una cittadina molto giovane e ricca di vita notturna, su Piazza Matteotti troverete diversi locali dal bar storico vintage, a quelli più recenti e al primo locale notturno mesagnese il “22 Splendid Bar”.
Il 22 Splendid Bar lo scorso anno è stato preso in gestione da alcuni ragazzi mesagnesi, il socio più conosciuto è Angelo detto Biggie Bash, il cantante e voce dei Boomdabash.

Andando verso piazza Garibaldi, uscendo dal centro storico, c’è la Chiesa di Santa Maria di Betlhem, la cui facciata ricalca lo stile della Basilica di S. Croce a Lecce. Intorno al rosone della Basilica infatti vengono rappresentati in maniera grottesca sei volti, tra cui quelli di Cesare Penna, Gabriele Riccardi e Francesco Antonio Zimbalo. Anche sul bassorilievo che raffigura San Michele Arcangelo nella facciata della chiesa di Santa Maria in Betlhem, potrebbe scorgersi un profilo grottesco che potrebbe essere quello dell’incisore, probabilmente lo stesso di Santa Croce. Nelle nicchie laterali ci sono S.Celestino, S. Benedetto, S. Scolastica e S. Gertrude.

Sempre fuori dal centro storico c’è Il tempietto di San Lorenzo, un luogo FAI, la Cripta di San Michele nei sotterranei della Basilica Del Carmine alla quale si accede da una botola.

Raggiungete Porto Potì – ex stadio comunale, un’area verde attrezzata per fare sport open air, giochi d’acqua per bambini. Zona riqualificata grazie anche ai murales di Millo, che riporta dei detti della tradizione mesagnese.

Ed ora non vi resta che affondare la forchetta in qualche tipicità locale come i Carciofi Brindisini o la Pasta e fagiolini.

Tante altre info su Mesagne le trovate: www.instagram.com/visitmesagnecuordisalento/?hl=it

Aritzo, una bellezza in Barbagia dalle tinte noir

Ajo’ siamo in Barbagia, esattamente a Funtana Cungiada, frazione di Aritzo, a 1300 metri tra felci e ginepri, vicino alla chiesa di santa Maria della neve. Qui durante l’inverno nevica talmente tanto da riempire i canaloni lungo la strada. Un tempo, nel secolo scorso e quallo prima ancora, qui si formavano le neviere, pozzi profondi diversi metri su cui venivano costruiti dei muretti a secco e da cui d’estate veniva raccolta la neve in blocchi di ghiaccio. La neve, da queste parti era davvero preziosa, perché attraverso questi blocchi bianchi si preparava la Carappigna. Un sorbetto fatto con ghiaccio, limone e zucchero. Non è una granita, ma una crema. All’inizio del ‘600, gli spagnoli, che allora dominavano queste terre, diedero in concezione l’estrazione della neve alla famiglia nobile degli Arangino. Questi, da allora, ne detennero il monopolio. Raccoglievano la neve, la mettevano nelle fosse che allora si chiamavano le neviere. Le ricoprivano con la paglia e pestavano il tutto. La neve si ghiacciava e d’estate veniva utilizzata per fare la Carappigna.

Degli Arangino, ad Aritzo resta un particolare edificio neogotico su Corso Umberto I, risalente al 1917 in stile neogotico fatto costruire dal cavalier Vincenzo Arangino. Aveva tanto di torre e mura merlate. Ad Aritzo tutti lo chiamavano Il castello. Il cavaliere era uno dei più ricchi proprietari terrieri della Sardegna, forse il più ricco, talmente tanto che si dice trascorresse la domenica a contare i soldi ricavati durante la settimana. Era tanto conosciuto, quanto poco amato. Morì insieme a suo figlio nel 1950 in un agguato che pose fine alla loro famiglia.

Nel centro del paese si trovano particolari case antiche, che hanno costruite in scisto e abbellite da balconi in legno. Affascinanti! Da non perdere tra gli edifici storici c’è anche Casa Devilla.

Al centro si erge la parrocchiale di San Michele Arcangelo, la cui parte più antica risale all’anno mille. Il monumento naturale Texile, roccia ‘dolomitica’ a forma di fungo, è notevolmente affascinante.

Le seicentesche carceri spagnole, di massima sicurezza fino a metà XX secolo – dove furono detenuti anche ufficiali francesi di Napoleone – caratterizzate da un sottopassaggio detto sa Bovida. Anche questa una tappa da non mancare nella vista a questo grazioso centro della Barbagia.

Ficarolo, dove il Po illumina la vita

Ficarolo, dove il Po illumina la vita

Undici pregiate statue in stucco, che sembrano quasi dominare dall’alto la chiesa e i visitatori, manufatti restaurati e attribuibili alla mano di Alessandro Turchi, scultore ferrarese. Siamo nella Chiesa Arcipretale di S. Antonino Martire di Ficarolo, un piccolo comune veneto, ricco di perle. Salite sul campanile pendente, un panorama bellissimo sul Po con tramonto da favola e la particolarissima chiesa arcipetrale a pianta ovale, saranno il suo bigliettino da visita! Dalla sommità è impressionante il panorama che si può godere, la vista si perde tra i campi fino a scorgere in lontananza persino le torri di Ferrara.

Il Grande Fiume, il Po, scandisce la vita di questo borgo, da secoli. Si insinua in due strette curve chiamate “Curva dello Zuccherifico” e “Curva di Tontola”. Tra queste due svolte opposte che formano l’ansa in cui sorge Ficarolo, scorre il ponte che unisce il Veneto all’Emilia Romagna. Lungo la riva del fiume sono ormeggiati i caratteristici imbarcaderi, affascinanti da ammirare.

Il Po al tramonto e nei periodi di piena è uno dei luoghi più romantici in cui vi sia capitato di stare. Molte persone corrono, pedalano o semplicemente passeggiano lungo la strada arginale, attirate dalle particolari brezze e dalla vista rilassante. È qui che si pesca lo storione, che da queste parti, viene sapientemente cucinato con spaghetti o bigoli.

Il ponte sul Po di Ficarolo che collega Veneto ed Emilia, è percorso dalla Romea Strata un percorso che ricalca in parte il tracciato di un’antica strada medievale, che collegava Venezia a Roma (da cui il nome) e che aveva funzione commerciale, oltre a costituire una via di transito per i pellegrini cristiani diretti alla città eterna e per questo detti romei.

Il 19 giugno 2019, l’UNESCO ha proclamato il tratto mediano del Po Riserva MaB. Questa nuova area include 85 comuni in tre regioni: Lombardia, Emilia Romagna e Veneto. Il tratto ficarolese del Grande Fiume vede così riconosciuta a livello mondiale l’unicità della biosfera e dell’ecosistema nel comune rivierasco. Il Po è il fiume più lungo con la più alta portata d’acqua in Italia e uno dei più grandi in Europa. La diversità culturale è molto alta nella Riserva della Biosfera, la sua istituzione si aggiunge a due Riserve della Biosfera create di recente lungo il fiume Po, il Delta del Po (2015) e la Collina Po (2016).

Un tocco dell’eleganza del 1500 è data dalla Villa Giglioli ispirata all’architettura militare estense. L’edificio è servito da esempio per altre ville più recenti costruite nei secoli nei paesi vicini, come quelle settecentesche di Calto e Stienta ed altre nella vicina Bondeno e dintorni. Stucchi, dipinti a grottesche, lapidi marmoree affisse sulla facciata, non è un caso che numerosi siano stati i passaggi illustri in questo luogo, tra questi la Regina Cristina di Svezia, che vi sostò nel 1600.

Ficarolo ti attende.

Pietra Cappa, il monolite più alto d’Europa

Il monolite più alto d’Europa è in Calabria, da dove guarda fiero il mare Jonio in tutto il suo fascino misterioso. Di origine antichissima, Pietra Cappa sorge all’interno del parco nazionale dell’Aspromonte al di sopra del borgo paese di Natile superiore, occupando a circa 4 ettari di terreno e svettando in altezza per oltre 140 metri. Questo luogo dalla natura incontaminata – tristemente noto in passato per i sequestri di persona operati dalle ‘ndrine – è anche circondato da tante leggende. Alcune legate alla lotta tra il bene e il male, altre sull’origine del nome (per molti derivante da una traduzione come cono rovesciato), e un’altra legata addirittura a Gesù. Qui, infatti, il Messia si sarebbe recato in compagnia dei discepoli, durante le sue predicazioni, chiedendo a ognuno di essi di raccogliere dei massi per penitenza. Pietro, per non affaticarsi troppo, raccolse un solo ciottolo e, quando Gesù trasformò i grossi minerali raccolti in fumanti pagnotte, capì la lezione e lasciò lì quel piccolo sasso a ricordo del proprio errore. Sfiorandolo poi con un dito, lo fece lievitare fino a fargli assumere le dimensioni attuali. Quel che è certo è il fascino assoluto del luogo: circondato da una fitta vegetazione di eriche, lentisco, mirto, corbezzolo, castagno, lecci, cespugli di menta e di origano, capaci di sprigionare profumi di carattere selvatico non intaccato ancora dalla mano dell’uomo.