I briganti lucani in mostra al Museo di Rionero in Vulture

Rappresenta uno dei periodi più travagliati nella storia recente delle terre Lucane, a causa di un fenomeno che affonda le sue radici alla fine del 1700: anni caratterizzati da innumerevoli atti di brigantaggio che turbarono la sicurezza delle campagne del Vulture. In questo tratto della provincia di Potenza, si sono tramandate oralmente per tanti anni le imprese del famigerato Angiolillo (Angelo del Duca) e dei fratelli Bufaletto (Pasquale e Vito Giordano) e Maccapane (Tommaso Grosso); ma è solo dopo l’unità d’Italia che si sviluppò quel brigantaggio a risonanza nazionale che ancora oggi tutti conosciamo, con le gesta di Carmine Crocco e la sua banda di briganti: e proprio da questi avvenimenti parte il viaggio proposto dal Museo virtuale sul brigantaggio di Rionero in Vulture, la prima struttura cittadina destinata a museo e mostra permanente. Uno spazio – allestito all’interno del complesso dell’Ex Grancia-Ex Carcere Borbonico, recuperato e restaurato dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici di Potenza, in accordo con il Comune di Rionero in Vulture, con finanziamenti del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo e della Regione Basilicata – che rappresenta per gli abitanti del luogo e per i turisti l’occasione di approfondire un periodo storico di grande importanza e di innegabile fascino. Lo spazio si avvale di nuove tecnologie (touch scren, video, audio-guide), è diviso in sezioni e si sviluppa su due livelli. Al piano terra, nella sala d’ingresso coperta con volta a crociera, trovano spazio la reception e una piccola biblioteca di volumi sul brigantaggio; a destra, nell’ex cella dei detenuti, la saletta proiezioni-convegno. Al primo piano, invece, il percorso museale comprende la Sala Briganti (ex cella per detenuti ammalati), la
Sala Brigantesse (ex cella per detenuti donne) e la Sala Crocco (ex cella per detenuti di piccoli reati).

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 Marsciano racconta la sua storia con il Museo del laterizio

La città del laterizio non poteva che ospitare un Museo dedicato a questa arte antica che affonda le sue radici nella notte dei secoli.  Il Museo dinamico del laterizio e delle terrecotte di Marsciano non è solo uno spazio espositivo, quanto piuttosto un viaggio alla scoperta di meravigliosi oggetti fabbricati con materie prime povere: la terra e l’acqua cotte con il fuoco. Un’attività che in questo tratto della provincia di Perugia si pratica da sempre: il laterizio rappresenta una sorta di filo rosso della storia cittadina, non solo di quella urbanistica ed edilizia, ma anche di quella dei rapporti commerciali ed economici, delle famiglie imprenditoriali, della stratificazione sociale.

A fare il resto è la splendida location che ospita il museo, Palazzo Pietromarchi, una residenza nobiliare costruita nel Trecento dalla famiglia dei conti Bulgarelli di Marsciano. Grazie a un finanziamento del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, il Comune di Marsciano lo ha completamente ristrutturato: nei suoi locali ha sede il Museo e si tengono una serie di iniziative e attività culturali che fanno del Palazzo il fulcro dell’offerta culturale di tutto il territorio. Il Museo, infatti, fa dei laterizi e delle terrecotte il centro di una rete di relazioni che lo configurano come un vero e proprio istituto culturale, capace di promuovere iniziative scientifiche sul tema delle produzioni fittili, di diffonderne l’uso, di definirne l’evoluzione tecnica, collocandola tra tradizione e innovazione, di costruire intorno una diffusa attività didattica ed esperienze di marketing territoriale.

Nel Palazzo è inoltre esposta una Madonna in trono con Bambino con gli angeli, San Silvestro e San Rocco di ambito del Pinturicchio, databile intorno al 1500. Completa l’offerta artistica una selezione delle opere dello scultore marscianese Antonio Ranocchia (1915-1989), mentre il biglietto acquistato a Palazzo Pietromarchi è valido anche per la visita all’Antenna Museale di Spina.

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Alla scoperta del Museo Villa Croce di Genova

Oltre 5.000 opere custodite all’interno di una realtà innovativa e in continuo work in progress, che esplora differenti discipline artistiche. Questo e molto altro è il Museo d’arte contemporanea Villa Croce di Genova, ospitato all’interno di uno splendido edificio neoclassico all’interno di un parco che sovrasta il lungomare nella zona fieristica della città.  Donato al Comune dalla famiglia Croce nel 1951, ospita opere di arte astratta italiana e straniera che vanno dal 1939 al 1980, grafica italiana del secondo ’900 e arte genovese e ligure dalla seconda metà del ’900; conserva inoltre l’importante collezione d’arte astratta Maria Cernuschi Ghiringhelli, con oltre duecento opere di alcuni tra i più importanti artisti italiani. Al suo interno sono conservati capolavori di artisti del calibro di Licini, Reggiani, Radice e Fontana e lavori più contemporanei di Adrian Paci, Marta dell’Angelo e Ben Vautier. Al piano terra si trovano i servizi di accoglienza al pubblico (reception, bookshop, sala conferenze e biblioteca specializzata), mentre il primo piano è dedicato alle esposizioni temporanee; il secondo piano ha invece funzioni miste di esposizione delle collezioni e mostre temporanee. Il Museo svolge infatti una programmazione annuale di mostre temporanee –  rivolta soprattutto alla ricerca contemporanea in senso stretto, senza disdegnare incursioni nei territori limitrofi della musica, del cinema, del teatro, della letteratura – a cui si affiancano da un lato le mostre storiche, dedicate a personaggi, movimenti, situazioni, che hanno profondamente segnato l’evoluzione della ricerca artistica, e dall’altro progetti rivolti alla promozione della ricerca artistica degli artisti emergenti. All’interno del museo è in funzione anche una biblioteca specializzata aperta al pubblico con oltre 25.000 pubblicazioni tra libri, cataloghi di mostre e riviste.

 

La flora dei Monti Ernici in mostra al Museo di Veroli

Una panoramica sulla ricca varietà della flora dei Monti Ernici e non solo, che conta più di 1.200 specie di piante tra cui bellissime orchidee selvatiche. E’ quanto propone il Museo delle Erbe di Veroli, che vide la luce nel 1987 quando un appassionato gruppo di ricercatori iniziò a raccogliere piante sui monti che circondano la bella cittadina d’arte in provincia di Frosinone. Ospitato nel Palazzo Morganti che prospetta su Piazza Mazzoli, il museo è organizzato in diverse sale all’interno delle quali le piante esposte sono divise secondo gli habitat che si incontrano sui monti del territorio circostante mano a mano che l’altitudine aumenta; alcune sono piante officinali e di esse si spiegano e si descrivono le proprietà curative. I campioni di erbe autoctone sono corredati dall’esatta determinazione (famiglia, genere, specie), secondo il sistema di Linneo (sec. XVIII). Accanto a questo sistema, però, esiste anche l’uso del nome popolare, interessante per comprendere le tradizioni, l’uso e le caratteristiche della pianta; le tradizioni popolari legate alle piante nel loro insieme costituiscono un bagaglio culturale importante, perché ormai rappresentano testimonianze di un antico passato, quando le piante costituivano ampie risorse sia per l’economia familiare sia per quella artigianale. Il collegamento con l’uso medicinale delle piante non è casuale, dal momento che i Monti Ernici sono ricchi di piante medicinali ed in questo campo vantano un’antica tradizione. Non a caso, tra le sale del Museo ve ne è una in cui, all’interno di vetrine si conserva un’interessante collezione di oggetti usati un tempo in erboristeria e nelle antiche farmacie come eleganti albarelli, ampolle di vetro e piccole bilance.

La campagna garibaldina per la liberazione di Roma in mostra a Mentana

Garibaldi ne uscì sconfitto, ma un avvenimento tanto importante non poteva essere dimenticato. Per questo motivo si decise, nel lontano 1905, di dare vita a Mentana al Museo Nazionale della Campagna dell’Agro Romano per la liberazione di Roma. Opera dell’Architetto Giulio De Angelis, con le decorazioni sulle facciate anteriore e posteriore realizzate dallo scultore Scardovi, il Museo nacque con l’obiettivo di raccogliere tutti i cimeli e le donazioni offerti dai familiari dei garibaldini, molti dei quali sono sepolti nell’Ara Ossario attigua. Condotta dai volontari di Giuseppe Garibaldi con lo scopo di conquistare Roma, la campagna militare fu combattuta nel 1867 tra il Viterbese, Nerola, Montelibretti, Monte San Giovanni Campano, Monterotondo e Subiaco; mesi e mesi di duri scontri che si conclusero il 3 novembre con la battaglia di Mentana, che sancì la vittoria dell’Esercito pontificio coadiuvato da un battaglione francese. E così, varcando la soglia del Museo, è possibile ammirare documenti, armi, divise, foto e cimeli legati alla Campagna del 1867; ma non mancano le testimonianze di altri periodi della storia garibaldina, dalla presenza di Garibaldi in America, alla Repubblica Romana del 1848-1849, alla Campagna dei Mille in Sicilia, al 1866 con la Terza Guerra d’Indipendenza, a Digione nel 1870-71 ed, infine, alla Campagna di Grecia guidata da Ricciotti Garibaldi. Cimeli spesso unici che suscitano una grande emozione nei visitatori come la vetrina della Carboneria, la cravatta di Giuseppe Mazzini, gli autografi di Garibaldi e dei figli oltre a quello del genero Stefano Canzio, le foto autentiche di Giuseppe, Menotti e Ricciotti Garibaldi ed altri personaggi del Risorgimento. Grande spazio è dato ovviamente anche alle armi d’epoca: sono presenti nel museo fucili Remington-roll/block, Chassepots e i più semplici ad avancarica, un buon esempio degli armamenti dell’epoca sia per quanto riguarda i garibaldini, sia per le truppe pontificie e quelle francesi. Il materiale è ordinato in sezioni con ampie spiegazioni grafiche fornite da esperti per permettere a studenti e visitatori di approfondire questo particolare periodo storico.

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