Pierosara, il borgo che prende il nome da due giovani innamorati

In principio si chiamava Castel Petroso, per la natura rocciosa del luogo in cui sorgeva, in un punto panoramico che dominava tutta l’alta valle dell’Esino. Poi si decise di dedicare questo borgo delle Marche all’amore sfortunato fra Sara, una bella fanciulla del posto, e Piero, suo promesso sposo e concittadino. Oggi a Pierosara (Ancona), che sorge nel cuore del Parco della Gola Rossa, si possono percorrere le strette vie del castello e godere della splendida vista che, dall’alto del colle, apre lo sguardo a squarci di rara bellezza; sono ancora ben conservate le due cinta murarie, con le loro porte, e la superba torre, che aveva la duplice funzione di avvistamento e di difesa. La leggenda narra che a contrastare l’amore tra i due giovani fu il feudatario del Castello di Rotorscio, il conte Ravellone, che s’innamorò perdutamente della fanciulla e decise di rapirla. Una notte s’introdusse di nascosto nella Rocca e riuscì nel suo intento di portare via Sara con sé, ma una volta scoperto il rapimento i cittadini della Rocca chiusero le porte di accesso al castello e scatenarono una feroce battaglia contro i seguaci del conte. Costretto alla resa, il conte Ravellone uccise Sara che teneva fra le braccia e, una volta raggiunto da Piero, colpì violentemente il giovane con una scure. Piero, ferito mortalmente, spirò abbracciando per l’ultima volta la sua amata.

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Candelara, l’arte tessile in mostra al Museo PAC

Candelara, grazioso borgo in provincia di Pesaro e Urbino, custodisce un Museo davvero partitolare: il “PAC Museo Arte Tessile, ricamo, taglio e cucito”, allestito al piano terra della sede del sodalizio “Pie Artigiane Cristiane”. Questo istituto di suore laiche nacque per insegnare un mestiere alle giovani delle parrocchie di Candelara e Novilara, scongiurando loro di doversi spostare in città per trovare un lavoro; le ragazze potevano scegliere tre percorsi formativi: imparare l’arte della tessitura, del ricamo o del taglio e cucito. La Pro Loco di Candelara, dal 2012, ha iniziato uno studio metodico di questa esperienza; nel dicembre del 2014 è riuscita a riaprire al pubblico i locali dell’ex-laboratorio di tessitura di Candelara, che, nonostante i 20 anni di chiusura, era rimasto intatto. Nella sezione dell’arte tessile tutto è come un tempo: nella sala sono esposti sei telai per la lavorazione delle coperte e dei tappeti in lana e anche un telaio antico per la lavorazione dei filati di canapa, cotone, lino e lana, che era tipica del laboratorio di Novilara. Un piccolo angolo del Museo è poi   dedicato all’eclettica professoressa di calligrafia e benefattrice Egizia Bazzicaluppi, che è stata l’anima creativa dell’opera: sono suoi i disegni decorativi per i manufatti prodotti. Il Museo si completa con una selezione di foto storiche della vita lavorativa e sociale delle ragazze ed una postazione multimediale dove è possibile vedere un video che racconta la storia del laboratorio ricostruita dal giovane regista Adriano Razzi; non manca poi un archivio digitale dei disegni e immagini delle ragazze che hanno fatto la storia di questo “Pio Sodalizio”.

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Un milione di conchiglie in mostra al Museo di Cupra Marittima

Nel suo genere, è il più grande spazio espositivo al Mondo. Il Museo Malacologico Piceno di Cupra Marittima – paese marchigiano affacciato sull’Adriatico in provincia di Ascoli Piceno –  conserva oltre nove milioni di esemplari, un milione dei quali esposti. Lo spazio prese vita nel 1977 per esporre al pubblico questa incredibile collezione di conchiglie di Tiziano e Vincenzo Cossignani, trovando nel 1988 la sua collocazione definitiva in via Adriatica Nord, 240.

Fra le collezioni che possono ammirare i visitatori, le più importanti sono quelle dedicate alla madreperla, alla malacopaleontologia, alle piastrelle tematiche in ceramica, ai coralli, alle madrepore, agli squali e all’etnologia; il Museo conserva inoltre maschere e oggetti d’uso provenienti da tutto il mondo.

La costruzione, una struttura prefabbricata pesante di 3.000 metri quadri di superficie utile, oltre all’area espositiva contiene una sala convegni per 200 persone, una sala didattica per 80 studenti, una sala proiezioni con 50 posti, una biblioteca, un laboratorio per la tipizzazione delle conchiglie e la fotografia, un negozio e pareti attrezzate per la pinacoteca e la piastrelloteca malacologica.

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La domus romana Tifernum Mataurense di Sant’Angelo in Vado

Un gioiello dell’Antica Roma nel cuore della provincia di Pesaro e Urbino. Sant’Angelo in Vado, nota in tutte le Marche per i suoi deliziosi tartufi, conserva anche i resti della città romana di Tifernum Mataurense: si tratta del più importante ritrovamento archeologico degli ultimi 50 anni in questo tratto della regione, nell’alta valle del Metauro.

Nell’area oggetto di scavo, ampia circa 1.000 metri quadrati, sono emersi i resti di una grande domus gentilizia eretta verso la fine del I sec. d.C., impreziosita da un ricco complesso di mosaici figurati; i pavimenti, ottimamente conservati, esibiscono soggetti vari, che mostrano l’inserimento dell’antica città nella circolazione di cartoni e maestranze specializzate, e la presenza in essa di una committenza colta e raffinata. In quello che è il vestibolo campeggia “il trionfo di Nettuno”, che impugna il tridente, sul carro trainato da due ippocampi, accompagnato dalla sposa Anfitrite, mentre al di sotto nuotano i delfini; segue, nel probabile tablinium, un busto di Dioniso con la corona di foglie di vite, in un tondo centrale incorniciato da una raggiera di motivi prospettici, ed eleganti figurine femminili agli angoli.

Nelle parte mediana della domus si apre un atrio-peristilio con mosaici geometrici, con basi modanate di colonne che sostenevano l’impluvium, con relativo pozzo al centro, intorno, variamente articolati, si dispongono almeno tre vani di rappresentanza. Una grande sala presenta una complessa policromia di motivi geometrici e vegetali, con un emblema esagonale centrale con la testa della Medusa irta di serpentelli. In un’altra, che si distingue per le grandi dimensioni, compare una ricchissima composizione policroma di tondi figurati con figure simboliche, animali reali e fantastici ed altri motivi, e riquadro centrale con scena di animali marini in lotta tra loro (polpo, gamberone, murena); su un lato, una fascia rettangolare bicroma esibisce una scena di caccia, con un battitore che indossa i caratteristici abiti (corta tunica e gambali in pelle), e due cani che incalzano rispettivamente un capro selvatico ed un cinghiale. Altri due vani, infine, presentano complessi e raffinati motivi geometrici, anche policromi, con inserti figurati di vario soggetto.

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La Gola del Furlo, gioiello storico-naturalistico di Fermignano

Qui storia e natura si fondono in un mix irresistibile. In questo tratto della provincia di Pesaro e Urbino passò l’imperatore romano Onorio nel 404, dopo la vittoria sui Visigoti di Alarico, per recarsi in trionfo nell’Urbe; e sempre qui, nel 2011, è stata istituita una Riserva Naturale Statale, un serbatoio naturale da proteggere e valorizzare. La Gola del Furlo sorge lungo l’antica strada consolare Flaminia: qui si apre la galleria del Furlo, il “forellino” nel sasso della montagna. In principio un pertugio angusto, preistorico, aperto scheggia a scheggia, fatta aprire dal console Flaminio nel 217 a.C. ma forse scavata già in precedenza; poi dall’anno 76 d.C., a lato di questo forulus, prese vita la galleria romana, lunga quasi quaranta metri, scavata nel cuore della roccia per volere dell’Imperatore Vespasiano nel punto più stretto della gola. Adiacente alla Galleria del Furlo sorge la piccola chiesa di Santa Maria delle Grazie, eretta alla fine del ‘400 e visitabile con ingresso gratuito nei mesi di luglio e agosto. Tutta la Riserva è un vero e proprio paradiso, attraversato dal fiume Candigliano che si insinua tra le imponenti pareti rocciose della Gola, dove la suggestione del paesaggio si unisce a una prodigiosa ricchezza naturalistica che vanta esemplari di flora e fauna davvero singolari.

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The legend tells us that its name should be called the marshy area (called "moja") near the river Esino in which it stood.

Moie (Ancona) e la sua insigne Abbazia

La leggenda narra che debba il suo nome alla zona paludosa (detta “moja”) vicino al corso del fiume Esino nella quale sorgeva. E’ l’Abbazia romanica di Santa Maria delle Moie – nella frazione del Comune di Maiolati Spontini, in provincia di Ancona e nella media valle del fiume Esino – fondata all’inizio dell’XI Secolo dalla famiglia Attoni-Alberoni-Gozoni come monastero privato. La chiesa è composta da pietre squadrate di arenaria giallastra e all’interno è sorretta da quattro pilastri e articolata in tre navate, divise in tre campate. A oriente tutte le navate terminano con un’abside semicircolare: da questo lato le absidi, che si differenziano per altezza e profondità, evidenziano la forma basilicale della chiesa. Due sono invece le absidi che sporgono verso l’esterno nel lato nord, decorate, come il cornicione, con gli archetti pensili in travertino bianco, in parte sostenuti da coppie di lesene semicilindriche coronate da piccoli capitelli senza decorazione. Prima di entrare in chiesa è posto un atrio, di pianta quadrata e coperto a crociera, fiancheggiato da due ambienti dalla pianta analoga, il sinistro dei quali accoglie una scala a chiocciola. Il portale presenta una strombatura a colonne gradinate ed è decorato con intrecci di foglie e fiori. Gli elementi più interessanti della chiesa di Santa Maria sono le absidi e soprattutto la pianta che, basata sui quattro pilastri interni isolati, ricorda non tanto modelli bizantini quanto gli edifici triconchi paleocristiani e a pianta quadrata a croce greca iscritta altomedievali. Le caratteristiche dell’alzato di Santa Maria delle Moie, a navata centrale a volte a botte acuta di poco più elevata delle laterali, e la facciata a doppia torre hanno importanti precedenti nelle Marche: per quanto riguarda la tipologia il riferimento principale è la chiesa abbaziale di Santa Maria di Portonovo di Ancona. La chiesa è dedicata alla natività di Maria e un quadro con questo soggetto ornava l’altare maggiore. Del monastero, invece, rimangono solo due ambienti: uno rettangolare con volta a botte collegato ad una stanza sotterranea da una scala; l’altro, comunicante con il primo e accessibile anche dal cortile, a pianta quadrilatera e con volte a crociera.

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Il centro storico di Arcevia, piccolo gioiello in provincia di Ancona

La visita di Arcevia può iniziare dalla poderosa cinta muraria (Sec. XIII-XVI), percorribile in più punti, di cui rimangono alcuni torrioni circolari, due torrioni poligonali, e quattro delle cinque porte originarie. Nei pressi della Porta del Sasso si trova la chiesa di S. Francesco di Paola (1728-’30), capolavoro barocco dell’architetto locale Arcangelo Vici; risalendo si raggiunge la più importante via cittadina, Corso Mazzini, denominato nel ‘500 “strada principale”, dove si affacciano gli edifici più importanti della città. All’inizio, muovendosi da est verso ovest, si incontra sulla destra il Palazzo della Duchessa (della prima metà Sec. XVII), così detto perché fu residenza estiva di Livia della Rovere; di fronte si affaccia l’abside e il fianco del monumento religioso più importante della città: la Collegiata di San Medardo. Usciti dalla chiesa si raggiunge a destra via Ramazzani fino a incontrare vicolo Fiorenzuola; da qui si scende sino a via Angelo Rocca, dove si erge la chiesa di S. Maria del Soccorso, costruita nel secolo XVI dai Padri Agostiniani, dove sono conservate diverse opere di elevato valore artistico. Ritornando indietro in Corso Mazzini, e proseguendo in direzione della piazza centrale, si scorgono sulla sinistra la splendida facciata in cotto del Palazzo Anselmi (Sec. XV-XIX) e subito dopo il Complesso di S. Francesco, attestato dalla fine del XIII secolo, quando i francescani decisero di edificare un loro convento all’interno del centro storico. Continuando si giunge alla Piazza Garibaldi, cuore del centro storico, dove prospetta il Palazzo Comunale, tra i più antichi della regione (attestato dal 1259); proseguendo, sulla destra, ecco Palazzo Mannelli poi Pianetti, splendida costruzione tardo rinascimentale, tra le più belle della provincia. Pochi metri più in là, dall’altra parte della strada, sorge il Palazzo dei Priori (Sec. XIV), con all’interno una sala voltata dell’epoca e, annesso, il Teatro comunale Misa (sec XVII; rifatto tra il 1840 e il 1845); sullo stesso lato del corso si trovano infine la chiesa di S. Agata e la chiesa di S. Giovanni Battista.

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Più di 100mila rarità custodite nel Museo dell’Etichetta

Storica, artistica, geografica. Sono le sezioni che animano il Museo Internazionale dell’Etichetta del Vino di Cupramontana (Ancona), ospitato al primo piano del settecentesco palazzo Leoni, intorno alle mura del paese. Inaugurato nel 1987, è uno spazio unico a livello internazionale che raccoglie più di 100mila etichette di bottiglie di vino provenienti da tutto il mondo, ordinate secondo percorsi tematici. Tra le particolarità spiccano la serie con gli animali, con le automobili, con gli stemmi araldici e tutta quella dedicata al Verdicchio, la perla per eccellenza del territorio. La sezione contemporanea conta oltre sessantamila etichette, esposte per provenienza geografica e per tematiche; quella storica, riguarda invece etichette risalenti al periodo a cavallo tra “Otto e Novecento”; quella artistica raccoglie infine oltre quattrocento opere eseguite da artisti di chiara fama. Ogni anno il museo indice due manifestazioni: il premio nazionale “Etichetta d’oro”, da assegnare alle ditte partecipanti per la migliore etichetta in uso abituale, e “Vinimmagine” che è una rassegna grafica di idee e proposte per un’etichetta. E’ attivo inoltre il laboratorio didattico “Pubblicitari nati”.

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L’Eremo dei Frati Bianchi, mille anni di storie e leggende

Un luogo dal fascino magico con alle spalle almeno 1000 anni di storia. E’ l’Eremo dei Frati Bianchi di Cupramontana (Ancona), fondato nel XI secolo da San Romualdo, che rappresenta una delle testimonianze più importanti de insediamento religioso alle origini del Cristianesimo nelle Marche e in Europa. Qui infatti,    gli eremiti prima e i frati poi, vivevano in grotte scavate nel tufo ancora visibili. Negli anni questo luogo è stato fonte di ispirazione per scrittori e poeti, come Luigi Bartolini, C.Corradi e F.Bonci, e ha ospitato un gran numero di personalità di spicco nella via eremitica fra cui i beati Giovanni Maris, Matteo Sabbatini, il beato Paolo Giustiniani, Ludovico e Raffaele Tenaglia, i beati Antonio da Recanati, il beato Girolamo da Sessa (medico del Papa Leone X), Giustiniano da Bergamo ed altri eremiti in odore di santità. L’Eremo che oggi è possibile ammirare è frutto di una lunga ristrutturazione iniziata nel 2000, che si è concentrata non solo sull’edificato ma anche sul bosco protetto, che avvolge il monastero in un caldo abbraccio: appena si giunge nel giardino antistante il monastero, dopo aver percorso circa un chilometro in una piccola antica via, delimitata dal fosso del corvo in una cornice di alberi secolari, si ha davvero l’impressione di essere in “un altro mondo”, in un silenzio assoluto interrotto solo dai rumori della natura circostante. La ristrutturazione della parte centrale avanzata è giunta a conclusione, ed è stata completata anche la parte avanzata dell’ala lunga e la parte corrispondente al piano terra. Sono state rese fruibili le antiche grotte con un meraviglioso restauro degli affreschi e anche il chiostro è stato riportato all’antico splendore.

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Arcevia, le Marche e il territorio dei dieci castelli

Splendidi centri abitati murati di impianto tre-quattrocentesco, che hanno conservato le loro peculiarità tipologiche fino ad oggi: è un vero e proprio percorso all’indietro nel tempo quello che si può compiere partendo da Arcevia, l’antica Rocca Contrada in provincia di Ancona, e proseguendo nel territorio fino alla fortezza di Nidastore, ai confini con la provincia di Pesaro. Partendo da Arcevia, seconda tappa del viaggio è il Castello di Avacelli, attestato dal 1248, che venne fondato da Rocca Contrada su di una collina al confine con il territorio di Serra S. Quirico. La visita prosegue al Castello di Castiglioni, che si erge ai confini con il territorio di Serra de’Conti: attestato dal 1289 come castellare, fu probabilmente fondato dopo l’abbandono del castello di Fossaceca che si trovava nei pressi. E sempre in direzione di Serra de’ Conti vale davvero la pena visitare il Castello di Piticchio, uno dei più suggestivi e meglio conservati dell’arceviese, che sorge su un poggio a circa sette chilometri da Arcevia. Nel Castello di Montale, invece, è ancora possibile ammirare il camminamento di ronda e la torre di guardia dell’antica fortificazione è da notare, riutilizzata e riproposta come campanile della chiesa di S. Silvestro, riedificata dopo il 1830. Davvero imperdibile è invece una visita al Castello di Loretello, che sorge su un poggio a 300 metri d’altezza a circa 15 km da Arcevia; tra i castelli del territorio rimasti è quello più antico: nominato per la prima volta nel 1072, edificato insieme alla chiesa di S. Andrea dai monaci di Fonte Avellana, divenne possesso di Rocca Contrada nella seconda metà del ‘200. A breve distanza da Loretello, sorge invece il piccolo Castello di S. Pietro, pressoché invariato nel suo impianto urbanistico quattrocentesco, che però conserva poche tracce delle strutture murarie originarie.  Il Castello di Palazzo è invece uno dei più caratteristici di tutto il territorio: si tratta di un centro murato interessante che presenta una struttura urbanistica singolare sviluppata lungo le linee di livello delle pendici del Monte Caudino, dotato di possenti tratti di mura in pietra e cotto e di una bella porta d’accesso quattrocentesca. Quello geograficamente più a ovest, infine, è il Castello di Caudino, nei pressi del quale fu combattuta una memorabile battaglia tra le forze Guelfe e Ghibelline per il possesso del territorio.

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