Museo della mente_Fuoriporta

Le memorie del manicomio in mostra al Museo della Mente

Cinque secoli di storia che partono dall’antico “Hospitale de’poveri forestieri et pazzi dell’Alma Città di Roma” e terminano nel 1999 con la definitiva chiusura dell’Ospedale Santa Maria della Pietà: il Museo Laboratorio della Mente, inaugurato nel 2000, propone un itinerario narrativo che immerge i visitatori all’interno delle memorie del manicomio, per una lettura dell’alterità, delle sue forme e dei suoi linguaggi, per combattere lo stigma e promuovere la salute mentale. Non solo un pezzo di storia delle cure mentali, quindi, ma anche una descrizione della vita quotidiana dei pazienti psichiatrici prima della Legge Basaglia.

L’originale percorso di visita  – coadiuvato dall’Archivio storico-audivisivo e dalla Biblioteca Cencelli del Santa Maria della Pietà – è articolato come cartografia storica delle prassi istituzionali e delle pratiche anti-istituzionali. Ovvero come un doppio e continuo processo dialettico di decostruzione della geografia delle costrizioni spaziali, fisiche, psicologiche, sociali e di ricostruzione della soggettività: un’esperienza soggettiva che si genera nell’attraversamento degli spazi manicomiali e nell’apparire inatteso delle storie rievocate. Insignito del “Marchio di Qualità” dalla Regione Lazio e dal premio ICOM Italia quale “Museo dell’anno per l’innovazione e l’attrattività nei rapporti con il pubblico”, il Museo Laboratorio della Mente vanta la collaborazione di istituti scolastici, universitari e di ricerca, servizi sanitari, associazioni socio-culturali e di musei nazionali ed internazionali.

COME ARRIVARE:

il Museo Laboratorio della Mente è situato nel Padiglione 6 DEL Comprensorio Santa Maria della Pietà – ASL Roma E, Piazza S. Maria della Pietà n. 5 – Roma

Bus ATAC linee: 46-49-546-907-911-913-990-991

Metropolitana Linea A: Fermata Stazione Valle Aurelia + Ferrovia FM3, direzione Viterbo, Fermata Stazione Monte Mario.

Dal capolinea della Stazione Monte Mario parte orgni 20min la linea 914, una navetta che trasnsita nel complesso del Santa Maria della Pietà con fermata Padiglione 6 davanti all’ingresso del  Museo Lboratorio della Mente.

Da Paganico Sabino alle Gole dell’Obito_Fuoriporta

Da Paganico Sabino alle Gole dell’Obito

Da Paganico Sabino, uno dei paesi più antichi della Valle del Turano, fino alle suggestive Gole dell’Obito, passando attraverso castagneti secolari di rara bellezza e piccoli “pezzi” di storia che il bosco conserva da tanti Secoli. E’ una passeggiata storica, naturalistica e gastronomica allo stesso tempo quella che si può affrontare partendo dal borgo in provincia di Rieti, e in particolare dalla Chiesa dell’Annunziata. Il percorso segue un antichissimo sentiero che un tempo univa Paganico agli altri paesi del territorio come Ascrea, Collegiove e Marcetelli: si passa prima per la Vecchia Mola, poi per la sorgente “Fonte della Signora” e infine si attraversa il Ponte Romano all’interno del Bosco dell’Obito. Qui, incassate nell’omonima Valle, si possono ammirare le splendide Gole e, su una parete impervia, quello che da queste parti è noto come “U Niu e l’Aquila”, dove fino agli anni ’50 si sono avute tracce dello splendido rapace. Tutto il percorso si snoda all’interno della Riserva Naturale Monte Navegna e Monte Cervia, area protetta istituita nel 1988 tra i bacini artificiali del Salto e del Turano, collegati fra loro attraverso una galleria sotterranea: i visitatori possono ammirare vari appezzamenti di castagneti da frutto di grandi dimensioni e di straordinaria bellezza per l’armonia della forma del fusto e della chioma, e comprendere quanto fosse forte il legame tra le popolazioni della Valle del Turano e le castagne, che per tanti lunghi inverni hanno preso il posto della pasta e del pane nella dieta di intere generazioni di contadini.

 

Subiaco_Fuoriporta

Dai Borgia ai Monasteri Benedettini, un viaggio alla scoperta delle perle di Subiaco

Da Nerone alla famiglia Borgia, dal Fogazzaro a San Benedetto, che qui scrisse la sua Regola: Subiaco e il suo territorio sono stati nei secoli teatro di avvenimenti fondamentali per la storia non solo dell’Italia, ma dell’intera Europa. Un passato così importante non poteva che lasciare tracce indelebili in una cittadina che può essere annoverata tra le perle del Lazio. Un percorso alla scoperta di Subiaco non può che partire della Rocca Abbaziale che fu dimora dei Barberini, dei Colonna e di Lucrezia Borgia, costruita tra il 1073 ed il 1077 dall’abate di S. Scolastica Giovanni V allo scopo di instaurare sul castello di Subiaco il dominio monastico; la Rocca, munita di fortificazioni di una possente torre e di carceri, fu arricchita di stanze ed appartamenti e di una piccola chiesa dedicata a S. Tommaso apostolo. Ma gli interventi più significativi si devono ai Borgia: la torre, corredata di merlature e feritoie, baluardi e carceri, fu l’espressione-sintesi del programma politico della potente famiglia, che eresse in onore di S. Benedetto, a tutela dei monaci, dei castelli abbaziali e dei confini dello stato pontificio. In tal senso parla un’epigrafe, incassata tuttora nella parte occidentale della torre.

Una passeggiata nel centro storico di Subiaco deve poi necessariamente toccare, la trecentesca chiesa di San Francesco e quelle neoclassiche di Sant’Andrea e di Santa Maria della Valle senza dimenticare la piazzetta di Pietra Sprecata, che si apre sotto l’orologio della Rocca Abbaziale, con motivi architettonici medioevali e un piccolo arco gotico sulla sinistra. Un rudimentale pilastro in pietra cardellino è sovrastato da un’edicola che custodisce un delicato affresco della Madonna della Pietà, assai venerato contornato da alcuni palazzetti antichi in pietra locale con mura irregolari e bifore romaniche. In uno di questi casamenti dimorò il primo cardinale commendatario, Giovanni Torquemada, inviato da Callisto III a Subiaco nel 1456. A lui si deve il primo Statuto di Subiaco.

Nel territorio di Subiaco meritano poi una visita il pittoresco laghetto di San Benedetto, alimentato dalle acque dell’Aniene che fuoriesce dalle rocce e precipita in una scrosciante cascata, prende il nome dal Monastero di San Benedetto che si erge, in tutta la sua magnificenza, sulla verticale dello specchio d’acqua. Di grande impatto è anche il Monastero del Sacro Speco, eretto nella curvatura di una alta parete di roccia e sorretto da nove alte arcate, con il suggestivo labirinto interno fatto di ambienti di vita quotidiana, piccole chiese e cappelle scavate nella roccia.

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Fabrica di Roma_Via Amerina_ Fuoriporta

Da Fabrica di Roma fino a Nepi, a piedi lungo l’antica via Amerina

Qui si sono intrecciate storie della Roma Antica, dei Falisci e delle popolazioni etrusche; qui, passeggiando sugli antichi blocchi di peperino che ne caratterizzano la pavimentazione, è ancora possibile immaginare il rumore del carri con le loro ruote cerchiate in ferro e il vociare degli uomini che per tanti secoli l’hanno attraversata. E’ la via Amerina, antichissima strada consolare (fu costruita tra il 241 e il 240 a.C. dopo la vittoria nella guerra romano-falisca) che passa proprio accanto a Fabrica di Roma (Viterbo): un itinerario turistico – da compiere rigorosamente a piedi – di grande impatto storico-religioso, poiché essa rappresentava già agli albori dell’Impero romano una via molto trafficata che collegava gran parte del territorio falisco. La via prese in nome da una delle città a cui conduceva: Ameria, l’odierna Amelia, in Umbria; la via Amerina metteva infatti in comunicazione la campagna romana a nord di Roma con l’Umbria, passando per il territorio falisco e giungendo ad Ameria, per poi allungarsi anche a Todi, a Perugia e infine ricongiungersi a Chiusi con la via Cassia.

Come riportato anche nella Tavola Peutingeriana (copia medievale del XII secolo di un originale cartina stradale in pergamena romana, lunga quasi 7 metri, che rappresenta la rete stradale romana), la via Amerina iniziava distaccandosi dalla Cassia all’altezza della stazione di posta Statio ad Vacanas o ad Baccanas (odierna Valle del Baccano) passando per Nepe (odierna Nepi) e Falerii Novi prima di giungere ad Ameria. La via Amerina ripercorre in questo territorio un’antica tagliata etrusca. Lungo i lati di questa tagliata è possibile ammirare tombe di diverso tipo (arcosoli, colombari, camere e nicchie) che accolgono sepolture ad incinerazione e a inumazione, a testimonianza della funzione della via Amerina nei secoli, capace di assorbire e mantenere le memorie storiche dai Falisci all’età medievale. La pavimentazione stradale, detta basolato, è realizzata con blocchi di peperino, delimitata da due file di blocchetti (dette crepidini) che fungevano da paracarro e marcavano l’inizio del marciapiede.

E così, senza tralasciare una visita a Falerii Novi – suggestivo sito archeologico di epoca romana dove si può visitare la Porta di Giove e la Chiesa di Santa Maria in Faleri, si può iniziare un lungo percorso a piedi molto suggestivo che porta direttamente a Nepi.

Una sorta di viaggio all’indietro nel tempo, se si considera che in epoca altomedievale che la via Amerina divenne importantissima: questa, infatti, poneva in comunicazione l’Esarcato di Ravenna con Roma, percorrendo da nord a sud quella sottile striscia di territori bizantini schiacciata tra il Regno dei Longobardi a ovest e il Ducato longobardo di Spoleto a est, detta “corridoio bizantino”. Per difendere questo territorio i Bizantini fortificarono la via, costruendo strutture difensive, ereditate poi dalla Chiesa, che le mantenne e che favorì, a sua volta, la fondazione di monasteri e di luoghi destinati all’accoglienza dei viandanti e dei pellegrini in cammino per Roma. Dalla fine del Medioevo, mutato il panorama politico e persa in gran parte la sua importanza, la Via Amerina tornò ad avere un ruolo secondario del tutto simile a quello ricoperto nell’Antichità: iniziò così la sua progressiva decadenza, che portò alla perdita della sua unità strutturale e alla scomparsa del suo tracciato in molti tratti del percorso.

 

museo-pleistocene_Fuoriporta

La Roma di 200mila anni fa in mostra al Museo Pleistocenico di Casal de’ Pazzi

Tutto partì da una zanna d’elefante rinvenuta nel 1981 durante i lavori di urbanizzazione della zona. Siamo a Casal de’ Pazzi, nella periferia di Roma. Qual ritrovamento diede il via a un’ampia indagine un’indagine archeologica su un’area di oltre 1.200 mq che portò alla luce il tratto di un antico alveo fluviale. E così nel 2015 è nato il Museo Pleistocenico, l’ottavo polo museale gratuito della Capitale. Un’occasione per i visitatori per immergersi nella Città Eterna di 200.000 anni fa, in un paesaggio preistorico fatto di vulcani, uomini cacciatori ed elefanti; e per scoprire al contempo quella straordinaria serie di depositi che un tempo costellavano la bassa valle dell’Aniene prima di essere distrutti dall’inesorabile avanzare della città; nel giacimento, infatti, vennero scoperti più di 2000 fossili animali come l’elefante antico, l’uro, l’ippopotamo e il rinoceronte, ma anche un frammento di cranio e oltre 1.500 manufatti in selce che testimoniano la contemporanea presenza di uomini. L’itinerario prende il via con l’osservazione del letto del fiume dall’alto di una passerella, quindi l’alveo si riempie di acque virtuali e un filmato ricostruisce il paesaggio pleistocenico con il fiume, le piante, gli animali e una rappresentazione 3D dell’elefante antico. Nella sala espositiva, poi, è possibile ammirare alcuni dei reperti rinvenuti nel giacimento ed utilizzare la “Pleistostation”, un touch screen con questionari, giochi, ipertesti e filmati. L’area esterna al museo, infine, ripropone un giardino pleistocenico.

Subiaco_Fuoriporta

A passeggio nel territorio di Subiaco: quattro itinerari tra storia e natura

Dalla Monna dell’Orso, alle Vedute, fino alla cima del Monte Autore

Partendo da Monte Livata, superato il piazzale di Campo dell’Osso si prosegue in auto per la Monna dell’Orso fin dove termina la strada asfaltata. Qui si lascia la macchina e si percorre una larga carrareccia tra faggi e pascoli. Il percorso è ben segnato e termina sul panoramico piazzale delle Vedute di Monte Autore che si affaccia sulla Valle del Simbrivio e sui Monti Ernici. A sinistra del piazzale c’è un piccolo sentiero della lunghezza di circa 500m in mezzo alla faggeta, che conduce sulla vetta di Monte Autore a 1855 metri. Questa è la cima più panoramica dei Simbruini, dalla quale è possibile vedere, con il cielo limpido, i principali gruppi abruzzesi (Gran Sasso, Velino-Sirente, Maiella). La passeggiata ha una lunghezza di 5,6 km fra andata e ritorno e le stagioni migliori sono primavera, estate e autunno; d’inverno bisogna essere adeguatamente attrezzati.

Dal Ponte di San Francesco fino a Piazza Sant’Andrea con la sua basilica

Partendo dal centro visita in Largo Sodoma, si raggiunge il ponte medievale di San Francesco. La costruzione del ponte è legata a un episodio bellico verificatosi nel 1356 tra Sublacensi e Tiburtini. Attraversato il ponte si gira a sinistra e si procede per Via della Pila costeggiando il fiume Aniene. Il percorso conduce sino al ponte di Sant’Antonio, attraverso il quale si accede all’area degli opifici, dove si trovavano un tempo le antiche botteghe artigiane. Arrivati in Via degli Opifici, si prosegue sino ad attraversare un archetto medioevale, per poi arrivare a Piazza del Campo. Da qui si gira a sinistra e si risale per Via Cavour, dov’è possibile fare una sosta nei numerosi caffè o nelle diverse gelaterie artigianali. Risalendo si arriva sino a piazza Sant’Andrea, dove si trova l’omonima basilica, fatta costruire nel 1776 per volere di Pio VI. Da piazza Sant’Andrea, prendendo Via Cadorna, si può tornare al centro visita, punto di partenza dell’itinerario. La passeggiata ha una lunghezza di 2 km fra andata e ritorno e si può effettuare in ogni periodo dell’anno.

La Villa di Nerone e i Monasteri di San Benedetto e di Santa Scolastica

L’itinerario parte dalla scalinata accanto all’area archeologica della Villa di Nerone (costruita 54-55 d.C), prima tappa del percorso. Nella prima parte del tragitto, attraversando l’imponente lecceta, è possibile ammirare due piccole cappelle, la prima, quella di San Clemente, prende il nome dal primo monastero fondato da San Benedetto di cui sono visibili i resti all’interno della stessa area della villa neroniana. Continuando lungo la scalinata si arriva al Monastero di Santa Scolastica, dov’è possibile effettuare visite guidate. Terminata la visita, è possibile riprendere l’itinerario uscendo dall’ingresso di Santa Scolastica, girando a destra e continuando sino a che si incontrerà una scalinata, lungo le quali è possibile ammirare la piccola cappella di Santa Crocella (XII sec.), luogo di grande importanza per il percorso spirituale di San Benedetto, poiché qui ricevette l’abito monastico. Proseguendo, attraversata la strada, si accede ultima parte del percorso, che conduce al Monastero di San Benedetto, ultima tappa dell’itinerario. La passeggiata ha una lunghezza di 2.6 km fra andata e ritorno e si può effettuare in ogni periodo dell’anno.

 

La Villa di Nerone e il laghetto di San Benedetto

Prendendo la via dei Monasteri si raggiunge l’area archeologica della Villa di Nerone (costruita 54-55 d.C), di fronte alla quale è possibile posteggiare. Proseguendo per circa 400 metri si giunge ad uno slargo delimitato a sinistra da una parete rocciosa. Da qui si scende a destra lungo un sentiero che giunge fino al fiume, si attraversa un ponte di legno e, una volta sull’altra sponda, si prosegue sul sentiero tenendo la sinistra per circa 100 metri. La meta del percorso è il Laghetto di San Benedetto, che prende il nome dall’omonimo monastero. La passeggiata

Presepe Greccio

Sulle orme di San Francesco al Santuario del Presepe di Greccio

Lì dove San Francesco diede vita al primo presepe della storia, sorge uno dei monumenti più importanti della storia del francescanesimo: il Santuario del Presepe. Una maestosa costruzione che si erge a 2 km dal borgo in provincia di Rieti, arroccato sulla roccia di un costone boscoso in una posizione che lascia senza fiato. Dopo aver percorso una lunga scalinata si arriva alla chiesina di San Luca, cuore e centro del luogo santo. Nella grotta in cui fu realizzato l’evento infatti, fu costruita una cappella e sul masso che servì da mangiatoia, un piccolo altare. Sul fondo della cappella, sopra l’altare, si ammira un affresco del 1400 di scuola Giottesca attribuito al Maestro di Narni del 1409 che rappresenta, a destra, la Natività di Betlemme e, a sinistra, il Presepe di Greccio.
Percorrendo poi uno stretto corridoio, si arriva ai luoghi abitati dal Santo e dai primi frati: il Refettorio, dove si vedono ancora un piccolo lavatoio, una parte del primitivo pavimento e un caminetto restaurato. Vicino all’apertura che porta al primitivo dormitorio due affreschi del XVI° sec. Attraverso il lungo corridoio dove si affacciano le cellette in cui dormivano i frati, si arriva in quella dove sulla nuda roccia, dormiva il Santo. Tornando indietro e avviandosi per salire al piano superiore, si incontra la minuscola cantina di San Francesco e il pulpito di San Bernardino da Siena posto davanti all’antro dove un tempo venivano seppelliti i frati.
Per una stretta scala, si giunge nel Dormitorio detto di San Bonaventura, del XIII°sec. costruito sopra i primitivi abitacoli. Le cellette, quindici per l’esattezza, sono disposte lungo un corridoio e nella prima attualmente aperta, secondo la tradizione avrebbero dimorato San Berardino da Siena, San Bonaventura da Bagnoregio, ministro dell’ordine (1257-1274), San Leonardo da Porto Maurizio. Si incontra quindi un coro del XVII° secolo che conserva un leggio con un antico corale, un crocifisso ligneo del XVIII secolo; due piccoli quadri in rame del secolo scorso e un’immagine dell’addolorata del XVII secolo della scuola del Sassoferrato.
Attraverso il coro, si entra nella prima chiesa dedicata a San Francesco dopo la sua canonizzazione avvenuta nel 1228, a soli due anni dalla morte. Sopra gli stalli, le originali attrezzature per il servizio corale, consistenti in due aste di legno girevoli per sostenere il libro e la lanterna. Nella cappella laterale a fianco della piccola chiesa si conserva in copia moderna un ritratto di San Francesco sofferente che si asciuga gli occhi, commissionato da Jacopa dei Settesoli qualche tempo prima della morte del Santo. L’originale è andato perduto, mentre la copia attuale risale al XIV secolo. San Francesco è colto nell’atto di asciugarsi gli occhi a ragione della grave infezione agli occhi che lo affliggeva.
Esterno al santuario si trova la cella solitaria di San Francesco e la grotta dove visse per 32 anni, il Beato Giovanni da Parma, settimo ministro generale dell’ordine. Nel piazzale adagiata con un fianco alla roccia troviamo la chiesa moderna costruita agli inizi degli anni sessanta e dedicata a San Francesco e alla Vergine Immacolata. All’interno, due presepi: uno ligneo ed uno in terracotta e nel ballatoio sopraelevato una mostra permanente di presepi.

Sorgente d'acqua - Foto non indicativa della località

Paganico Sabino – L’itinerario fra le sorgenti

Il versante sud-occidentale del Cervia è ricco di piccole fonti e sorgenti, quasi tutte ubicate in prossimità o a ridosso del sentiero. Un percorso antichissimo ricongiunge la sorgenti “Acqua Corona”, “Fonte Palombo” e “Fonte Caragno”. Da Paganico Sabino si imbocca un sentiero panoramico che dalla località “San Giorgio” (Via Monte Cervia) si snoda in direzione sud. A poche decine di metri dall’abitato, alla biforcazione del sentiero si prosegue a destra (sulla sinistra si va verso le grotte). Sul sentiero, a destra, prima di giungere all’Acqua Corona si trova un masso dove la leggenda dice che vi siano le impronte di mani e ginocchia di San Berardino. L’acqua della sorgente di Fonte Palombo, in particolare, è conosciuta da tempo immemorabile e da sempre ritenuta “leggera”, diuretica e, secondo tante testimonianze, in grado di abbassare la pressione arteriosa.

 

monte cervia

Paganico Sabino – Salire sul Monte Cervia

La Riserva Naturale del Monte Navegna e Monte Cervia rappresenta uno dei gioielli naturalistici che caratterizzano il territorio di Paganico Sabino. Per chi volesse passeggiare fino a raggiungere la vetta del Monte Cervia, dal paese partono tre antichi sentieri. Il primo è chiamato “I scaluni” ed è il più diretto, perché si inerpica lungo la parete rocciosa del monte che affaccia a nord-ovest e sovrasta il paese. Il secondo, “Jovetu”, è il più lungo perché segue la vecchia strada comunale che unisce Paganico, Ascrea, Marcetelli e Collegiove, percorre le gole dell’Ovito e si inerpica verso i castagneti risalendo la montagna nel versante nord. Il più agevole si chiama invece “Lobbera”, che risale la montagna inerpicandosi nel versante sud-est. Il primo tratto dell’originario sentiero è ostruito e sostituito dalla recente strada sterrata Monte Cervia che lo raggiunge di nuovo in località “Lobbera”. Qualunque sentiero si scelga di percorrere, una volta giunti sulla vetta del Monte Cervia, a 1438 metri di altezza, non si potrà restare indifferenti di fronte a un panorama mozzafiato a 360 gradi dal quale si possono scorgere il Terminillo, il Gran Sasso, il Velino e tutto il territorio circostante.

 

lago turano

Paganico Sabino – Lungo le sponde del Lago del Turano

Realizzato tra il 1936 ed il 1939 sbarrando con una diga il corso del fiume Turano, il Lago del Turano è uno splendido bacino artificiale con un perimetro di 35km ed è collegato la Lago del Salto attraverso una galleria. In questo modo, i due bacini sono vasi comunicanti ed alimentano la Centrale elettrica di Cotilia. Il territorio di Paganico Sabino è tagliato in due proprio dal fiume Turano e dal lago omonimo, le cui rive sono costeggiate da due strade: la Provinciale Turanense ed una via sterrata. Passeggiare intorno al lago, percorrendo la sterrata che costeggia la riva sinistra e che è accessibile dalla S.P. Turanense attraverso il Ponte di Paganico, riserva scorci panoramici e paesaggistici di grande bellezza. Il tracciato è quasi esclusivamente pianeggiante e adatto anche a passeggiate in bicicletta. A destra del Ponte di Paganico si raggiungono le località “Marcassiccia” e “Campo di Grotte” dove sono situati comodi sbocchi verso il lago.