Brisighella, a passeggio lungo la via degli Asini

E’ nota per essere la città slow e la città dell’olio e del vino dell’Emilia-Romagna. Sospesa nella valle del Lamone, a metà strada tra Firenze e Ravenna, in realtà Brisighella è molto di più: è allo stesso tempo un borgo medievale e termale, ricca di tradizioni, sapori e bellezze architettoniche. Qui le atmosfere tipiche si respirano tra le viuzze acciottolate, tra i lunghi tratti di cinta muraria che difendono ancora oggi la città e le scale scolpite in gesso. La strada principale è la via degli Asini, dove un tempo trovavano riposo gli animali degli abitanti del borgo: davvero imperdibile è una passeggiata all’ora del tramonto lungo questa strada sopraelevata, che riceve luce dalle finestre ad arco che la costeggiano, rendendo il contesto davvero speciale. A caratterizzare il profilo del borgo sono tre pinnacoli rocciosi, i famosi tre colli, su cui poggiano la rocca manfrediana (secolo XIV), il santuario del Monticino (secolo XVIII), la torre detta dell’Orologio (secolo XIX). Qui tutto crea un insieme di sensazioni e di esperienze uniche che suscitano ricordi ancestrali, lontani e vicini.

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Il borgo di Grazzano Visconti, la città utopica del Duca

Una città utopica e ideale da scoprire in ogni suo angolo. E’ il borgo di Grazzano Visconti, uno dei gioielli della provincia di Piacenza, nato dal sogno di Giuseppe Visconti di Modrone (1879- 1941). Interamente disegnato dal Duca con l’aiuto dell’architetto Campanini, il borgo si sviluppa a ferro di cavallo intorno al castello. Il Duca lo ha progettato in modo che i suoi abitanti avessero tutte le comodità e i vantaggi dell’epoca moderna e al tempo stesso vi potessero studiare e lavorare per esprimere la propria creatività attraverso le arti e l’artigianato, come avveniva nel periodo medioevale. Per questo, oltre alle abitazioni, nel borgo di Grazzano Visconti si trovano molti edifici dedicati a insegnare agli abitanti tutti gli strumenti utili a vivere una vita serena e dignitosa: l’asilo per i bambini, la scuola di formazione professionale artigianale per giovani e adulti, il teatro, l’Istituzione Guseppe Visconti dove i dirigenti della Carlo Erba, una delle più avanzate case farmaceutiche dell’epoca, dovevano tenere lezioni gratuite di igiene e di tecniche agricole all’avanguardia. Da qui sono partite anche molte attività benefiche sostenute dal Duca, come le spedizioni che dovevano aiutare a debellare la malaria.

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Il borgo di Montetiffi e le sue teglie famose in tutta la Romagna

A pochi chilometri da Sogliano al Rubicone, paese della provincia di Forlì-Cesena noto per la produzione del prelibato formaggio di fossa, sorge un piccolo borgo poco conosciuto ma tutto da scoprire: Montetiffi. Documentato a partire dall’XI Secolo, appartenne all’Abbazia benedettina di Montetiffi – ristrutturata e visitabile – che ancora oggi si erge isolata su uno sperone di roccia a dominare gli spazi circostanti. Oltre al caratteristico centro storico di impianto medievale e all’Abbazia, Montetiffi custodisce un’arte antica: quella della produzione delle teglie in terracotta su cui cuocere la piadina romagnola: qui i segreti della creazione di una teglia sono stati per secoli gelosamente tramandati di padre in figlio e   famiglie intere hanno trovato sostentamento da questa attività. Ancora oggi è possibile visitare un laboratorio artigianale che ancora produce i caratteristici “testi” dal bordo rialzato nel pieno rispetto del tradizionale mestiere del tegliaio: i turisti che dal mare vogliono risalire le valli, le scolaresche, oppure semplici curiosi, telefonando per un incontro, possono assistere a tutte le fasi che portano alla creazione delle teglie.

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La Rocca dei Terzi, vanto del borgo parmense di Sissa

Questo tratto della bassa parmense è caratterizzato da una storia millenaria, tra momenti di gloria, battaglie e tumultuosi avvenimenti. Una testimonianza viva ancora oggi è la Rocca dei Terzi, che prende il nome da un’importantissima famiglia del territorio: i Terzi, che nel 1329 divennero “Signori” di Sissa, fecero costruire una castello a difesa dei loro possedimenti, che resistette agli assalti dei Rossi, all’inizio del quattrocento, ma non allo smantellamento (1424) voluto dalla Repubblica di Venezia in seguito al suo intervento a sostegno dei Terzi. La rocca subì un saccheggio nel 1551 durante nuovi scontri fra Rossi e Terzi, che videro la prevalenza ancora una volta di questi ultimi, destinati a governare su Sissa fino al 1758. Gran parte dell’aspetto attuale della rocca è frutto di una ristrutturazione settecentesca che ha collegato l’antico torrione-mastio cinquecentesco con i corpi residenziali laterali facendogli assumere l’aspetto di un palazzo signorile. All’interno si trovano vaste aule settecentesche con volte a vela e a crociera (una delle quali, con l’affresco del Giorno che scaccia la notte di Sebastiano Galeotti) funge da sala consiliare. Al primo piano si trova l’atrio con un Ganimede rapito sul soffitto, mentre in una stanza è custodito un orologio di grande valore, in ferro forgiato a due treni, restaurato e perfettamente funzionante.

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Scoprire Faenza tra ceramiche e delizie gastronomiche

“Maiolica”, ancora oggi, in molte zone del Mondo si chiama “faiance”. Basta questo per comprendere lo strettissimo legame che intercorre tra Faenza, una delle perle della Romagna, e questa antica tradizione artigianale che affonda le sue radici nel XII Secolo; oggi la cittadina in provincia di Ravenna è una rinomata meta turistica non solo per le botteghe dei ceramisti, ma anche per le sue delizie gastronomiche da assaggiare nei ristoranti e nelle enoteche del centro storico.

Un viaggio alla scoperta di Faenza non può che partire dal MIC – Museo Internazionale delle Ceramiche, uno spazio tematico di primo ordine e un’eccellenza mondiale nel suo genere: vero e proprio simbolo della città, riesce a stupire anche i visitatori meno preparati sul tema, grazie alle sue opere davvero uniche. Di grande impatto visivo ed emozionale è poi Palazzo Milzetti (nella foto) con le sue sale affrescate, i suoi arredi opulenti, le stanze private finemente decorate, il maestoso salone ottagonale e gli splendidi stucchi della sala da ballo. Per gli amanti degli spazi verdi, merita poi una visita Parco Bucci con i suoi cigni, conigli, tartarughe, papere e pavoni, che qui vivono liberi e che sono talmente abituati alla presenza dell’uomo da farsi sfiorare e accarezzare, per la gioia soprattutto dei bambini.

Il tutto senza dimenticare le perle della cucina locale. Il territorio di Faenza è infatti ricco di prodotti di alta qualità come la pesca di Romagna e la nettarina IGP, mentre i vini a marchio DOC vanno dal Sangiovese, al Trebbiano, dal Pagadebit alla famosa Cagnina dolce, all’apprezzato Albana DOCG nelle versioni secco e passito.

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L’Orto dei frutti dimenticati di Pennabilli

“Un museo dei sapori utile a farci toccare il passato”. Così Tonino Guerra, che ne fu l’ideatore, raccontò l’idea alla base dell’Orto dei frutti dimenticati, realizzato a Pennabilli (Rimini) nel 1990. Un angolo di paradiso che sorge nel cuore del centro storico del suggestivo paese, su un terreno che era abbandonato da molti anni, un tempo orto del convento dei frati missionari.

Qui è possibile ammirare una raccolta di alberi da frutto appartenenti alla flora spontanea delle campagne appenniniche, presenti nei vecchi orti delle case contadine ma che oggi, non essendo più coltivati, vanno scomparendo: svariate specie di mele, pere selvatiche, bacche e frutti di bosco che la moderna agricoltura ha allontanato quasi anche dalla memoria. Tra i più insoliti: l’Azzeruolo (piccole bacche rosse o gialle con grossi semi e poca polpa dal sapore di mela), la pera Cotogna, la Corniola (una sorta di ciliegia allungata), il Giuggiolo (che produce delle “olive” dolciastre), l’Uva Spina, la Ciliegia Cuccarina, il Biricoccolo (susina blu con la buccia vellutata come quella dell’albicocca).

Ma non solo. L’Orto ospita anche altre chicche come la “Meridiana dell’incontro”, che permette di “incontrare” l’immagine di Federico Fellini e Giulietta Masina quando, nel pomeriggio, l’ombra di due colombi in bronzo diventa quella dei profili dei due personaggi;  la “Meridiana umana” in cui il visitatore si deve sostituire allo “gnomone” (l’asticella degli orologi solari), posizionandosi al centro del grande quadrante orizzontale per vedere indicata con la sua ombra l’ora solare; la “Porta delle lumache”, chiusa nella facciata di una cappella costruita con le pietre di chiese scomparse della Valmarecchia; e ancora il “Bosco incantato”, un labirinto dell’anima formato da steli in pietra serena scolpite con i simboli della pigna e della ghianda, dove puoi perdere la memoria e ricordare solo il giorno più bello della tua vita, al centro del quale, una lumaca in bronzo invita alla lentezza e alla riflessione.

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Talamello e i suoi gioielli d’arte, natura e gastronomia

Uno scrigno nel cuore della Valmarecchia che custodisce dei veri e propri gioielli artistici e naturalistici. E’ Talamello (Rimini), considerata anche la “capitale” italiana di una delizia come il formaggio di fossa. Una visita non può che partire dal seicentesco Santuario di San Lorenzo, che sorge proprio nella piazza principale del borgo: qui è conservato un prezioso crocifisso dipinto, attribuito per un lungo periodo a Giotto ma fatto risalire successivamente ad un suo allievo, Giovanni da Rimini. Ancora più nota è la Cella della Madonna (detta del cimitero), risalente al 1437: si tratta di una cappella votiva voluta dal vescovo Giovanni Seclani nel 1437 e completamente affrescata da uno dei più famosi pittori di quel periodo, Antonio Alberti; nella parete di fondo sono dipinte scene della Annunciazione e della Madonna in Trono. Nelle volte a crociera sono dipinti i quattro Evangelisti e negli angoli compaiono i Dottori della Chiesa: in pochi metri quadrati è insomma racchiusa gran parte della storia della Chiesa universale, in uno straordinario documento visivo, concepito e realizzato a cavallo fra la fine dell’arte gotica e l’inizio della pittura rinascimentale. Terza tappa del viaggio non può che essere il Museo – Pinacoteca Gualtieri “Lo splendore del reale”, che riunisce più di 40 opere donate al Comune tra il 2000 e il 2005 da Fernando Gualtieri, artista di fama internazionale di origini talamellesi, apprezzato, oltre che in Europa ed America, anche in Cina e Giappone.

Per i più curiosi è anche possibile visitare, previa reperibilità dei proprietari, le fosse del formaggio di fossa “L’Ambra di Talamello”: alcune sono visibili anche all’interno del ristorante “La locanda dell’Ambra”, in piazza Garibaldi. Ma in questo tratto della provincia di Rimini anche gli amanti del verde e delle gite all’aria aperta possono trovare gradite sorprese a partire dal Monte Pincio, ricoperto da una pineta e da un castagneto centenario: numerosi sentieri si inerpicano per le pendici del monte, offrendo scorci panoramici di grande suggestione che spaziano dalle cime più alte dell’Appennino Marchigiano e Tosco-Romagnolo al mare Adriatico. Merita una visita anche il Giardino Roccioso, un parco che sorge in località Borgnano, lungo la “Marecchiese” realizzato attraverso il recupero di un’area di cava.

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La Pieve Santa Maria Assunta, gioiello del Montefeltro

E’ il più antico monumento religioso di San Leo e dell’intero territorio del Montefeltro. E’ la Pieve di Santa Maria Assunta, una sorta di nave di pietra incagliata su uno scoglio, ancorata per sempre alla roccia che la sorregge e di cui si compone. L’edificio – che rappresenta la prima testimonianza materiale della Cristianizzazione di questa zona dell’entroterra riminese –  è posto infatti a cavallo di una protuberanza rocciosa del masso leontino cosicché, sia a levante che a ponente, c’è spazio per due ambienti sottostanti le navate: la cripta o confessionale ed il cosiddetto “Sacello di San Leone”; qui è conservato il fronte di un sarcofago, con la raffigurazione mistica di due pavoni che si abbeveravano: insieme al rilievo murato nella parete sud della chiesa, quest’opera costruisce la più antica testimonianza scultorea dell’edificio. La chiesa è innalzata su una pianta basilicale; vi si accede attraverso due portali praticati nei muri di fianco, ambedue ad arco a sesto pieno, mentre l’interno, ad impianto longitudinale, è scandito dalle arcate a pieno centro, impostate su sostegni alterni che dividono le tre navate. Il Presbiterio, rialzato sulla cripta, accoglie nell’incavo dell’abside centrale il bellissimo ciborio datato 882, che un’iscrizione recita dedicato dal Duca Orso alla Vergine. Ancora oggi, insomma, la Pieve resta uno dei monumenti medioevali più affascinanti dell’Italia centrale: insieme all’adiacente Duomo ed alla Torre campanaria crea l’effetto di un piccolo campo dei miracoli pisano.

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Isola Ariano Polesine

L’isola di Ariano nel Polesine, dove il Po si separa in due tronconi

Una meraviglia naturalistica da ammirare in bicicletta, lungo più di 60 chilometri di strada asfaltata molto poco frequentata dalle auto. E’ l’isola di Ariano nel Polesine, tratto della provincia di Rovigo legata da sempre a doppio filo al più grande fiume italiano. Qui infatti il Po si separa in due tronconi a Santa Maria in Punta: nel mezzo l’isola di Ariano che si allarga in una vasta campagna bonificata, quindi i due rami principali si riavvicinano fin quasi a toccarsi a Ca’ Vendramin, nei pressi del ponte che attraversa il Po di Gnocca e conduce a Porto Tolle. Si tratta della parte più interna del vasto cuneo del Delta, territorio che non esisteva nell’antichità, frutto di bonifiche, canali artificiali e arginature ad opera soprattutto della Serenissima. Qui è possibile percorrere integralmente gli argini del Po di Venezia e del Po di Goro, intorno all’anello dell’isola fluviale di Ariano nel Polesine; oltre ad Ariano, è possibile ammirare gli altri abitati principali come Taglio di Po, Corbola, Santa Maria in Punta e Rivà. Ma sono molto interessanti anche le antiche cascine abbandonate, a partire da quella di Ca’ Vendramin: a poca distanza è possibile visitare anche il Museo delle Bonifiche, ben visibile lungo la strada principale per Porto Tolle, caratteristico per l’alta ciminiera. I percorsi alternativi permettono, servendosi di vecchie vie su antiche dune costiere utilizzate sin dal tempo dei romani e nel medioevo, di giungere nuovamente sui Po di Goro a S. Basilio importante sito archeologico con una belle mostra di recenti ritrovamenti, o a Rivà immediatamente di fronte all’antico Castello di Mesola posta sul lato ferrarese del Po di Goro.

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La Rocca Estense di San Martino in Rio

Distrutta da Federico Barbarossa nel 1167, fu ricostruita con torri poderose e passò ai Roberti di Reggio Emilia. Verso il 1420 passò sotto il dominio degli Estensi, dal 1501 a un ramo marchionale degli Este e, dalla seconda metà del XVIII secolo, ai Rango d’Aragona. C’è una lunga e affascinante storia dietro alla Rocca Estense di San Martino in Rio (Reggio Emilia), visitabile ogni domenica mattina. La sua struttura a pianta quadrangolare conserva intatta una torre angolare quadrata, con merlatura ghibellina. Al pianterreno ospita il Museo dell’Agricoltura e del Mondo Rurale, con la sala che conserva tracce di decorazioni nel soffitto (sec. XV) che raffigurano le imprese degli Estensi; sempre al piano terra merita una visita la Cappella di San Giovanni, costruita nel 1395, che conserva ancora le fasce di cotto del portale, l’abside e l’altare originale in marmo di Verona con stemma in arenaria dei Roberti da Tripoli ed un pregevole San Martino, sempre in arenaria. Al piano nobile, invece, il grande atrio ha una parte di soffitto originale decorato nel seicento. Dall’atrio si accede ai grandi saloni dell’ala ovest, ridipinti agli inizi del sec. XVII, per trasformare in residenza signorile l’antica rocca. Da qui si passa alla Sala del Teatro, che era usata proprio per questo scopo dalla metà del XIX secolo fino agli anni trenta, quindi all’appartamento dei Marchesi di San Martino: qui le pareti e le volte sono state ridecorate per volontà dell’ultimo marchese, Don Paolo d’Aragona, con sfondi e paesaggi lacustri.

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