Pierosara, il borgo che prende il nome da due giovani innamorati

In principio si chiamava Castel Petroso, per la natura rocciosa del luogo in cui sorgeva, in un punto panoramico che dominava tutta l’alta valle dell’Esino. Poi si decise di dedicare questo borgo delle Marche all’amore sfortunato fra Sara, una bella fanciulla del posto, e Piero, suo promesso sposo e concittadino. Oggi a Pierosara (Ancona), che sorge nel cuore del Parco della Gola Rossa, si possono percorrere le strette vie del castello e godere della splendida vista che, dall’alto del colle, apre lo sguardo a squarci di rara bellezza; sono ancora ben conservate le due cinta murarie, con le loro porte, e la superba torre, che aveva la duplice funzione di avvistamento e di difesa. La leggenda narra che a contrastare l’amore tra i due giovani fu il feudatario del Castello di Rotorscio, il conte Ravellone, che s’innamorò perdutamente della fanciulla e decise di rapirla. Una notte s’introdusse di nascosto nella Rocca e riuscì nel suo intento di portare via Sara con sé, ma una volta scoperto il rapimento i cittadini della Rocca chiusero le porte di accesso al castello e scatenarono una feroce battaglia contro i seguaci del conte. Costretto alla resa, il conte Ravellone uccise Sara che teneva fra le braccia e, una volta raggiunto da Piero, colpì violentemente il giovane con una scure. Piero, ferito mortalmente, spirò abbracciando per l’ultima volta la sua amata.

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The legend tells us that its name should be called the marshy area (called "moja") near the river Esino in which it stood.

Moie (Ancona) e la sua insigne Abbazia

La leggenda narra che debba il suo nome alla zona paludosa (detta “moja”) vicino al corso del fiume Esino nella quale sorgeva. E’ l’Abbazia romanica di Santa Maria delle Moie – nella frazione del Comune di Maiolati Spontini, in provincia di Ancona e nella media valle del fiume Esino – fondata all’inizio dell’XI Secolo dalla famiglia Attoni-Alberoni-Gozoni come monastero privato. La chiesa è composta da pietre squadrate di arenaria giallastra e all’interno è sorretta da quattro pilastri e articolata in tre navate, divise in tre campate. A oriente tutte le navate terminano con un’abside semicircolare: da questo lato le absidi, che si differenziano per altezza e profondità, evidenziano la forma basilicale della chiesa. Due sono invece le absidi che sporgono verso l’esterno nel lato nord, decorate, come il cornicione, con gli archetti pensili in travertino bianco, in parte sostenuti da coppie di lesene semicilindriche coronate da piccoli capitelli senza decorazione. Prima di entrare in chiesa è posto un atrio, di pianta quadrata e coperto a crociera, fiancheggiato da due ambienti dalla pianta analoga, il sinistro dei quali accoglie una scala a chiocciola. Il portale presenta una strombatura a colonne gradinate ed è decorato con intrecci di foglie e fiori. Gli elementi più interessanti della chiesa di Santa Maria sono le absidi e soprattutto la pianta che, basata sui quattro pilastri interni isolati, ricorda non tanto modelli bizantini quanto gli edifici triconchi paleocristiani e a pianta quadrata a croce greca iscritta altomedievali. Le caratteristiche dell’alzato di Santa Maria delle Moie, a navata centrale a volte a botte acuta di poco più elevata delle laterali, e la facciata a doppia torre hanno importanti precedenti nelle Marche: per quanto riguarda la tipologia il riferimento principale è la chiesa abbaziale di Santa Maria di Portonovo di Ancona. La chiesa è dedicata alla natività di Maria e un quadro con questo soggetto ornava l’altare maggiore. Del monastero, invece, rimangono solo due ambienti: uno rettangolare con volta a botte collegato ad una stanza sotterranea da una scala; l’altro, comunicante con il primo e accessibile anche dal cortile, a pianta quadrilatera e con volte a crociera.

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Il centro storico di Arcevia, piccolo gioiello in provincia di Ancona

La visita di Arcevia può iniziare dalla poderosa cinta muraria (Sec. XIII-XVI), percorribile in più punti, di cui rimangono alcuni torrioni circolari, due torrioni poligonali, e quattro delle cinque porte originarie. Nei pressi della Porta del Sasso si trova la chiesa di S. Francesco di Paola (1728-’30), capolavoro barocco dell’architetto locale Arcangelo Vici; risalendo si raggiunge la più importante via cittadina, Corso Mazzini, denominato nel ‘500 “strada principale”, dove si affacciano gli edifici più importanti della città. All’inizio, muovendosi da est verso ovest, si incontra sulla destra il Palazzo della Duchessa (della prima metà Sec. XVII), così detto perché fu residenza estiva di Livia della Rovere; di fronte si affaccia l’abside e il fianco del monumento religioso più importante della città: la Collegiata di San Medardo. Usciti dalla chiesa si raggiunge a destra via Ramazzani fino a incontrare vicolo Fiorenzuola; da qui si scende sino a via Angelo Rocca, dove si erge la chiesa di S. Maria del Soccorso, costruita nel secolo XVI dai Padri Agostiniani, dove sono conservate diverse opere di elevato valore artistico. Ritornando indietro in Corso Mazzini, e proseguendo in direzione della piazza centrale, si scorgono sulla sinistra la splendida facciata in cotto del Palazzo Anselmi (Sec. XV-XIX) e subito dopo il Complesso di S. Francesco, attestato dalla fine del XIII secolo, quando i francescani decisero di edificare un loro convento all’interno del centro storico. Continuando si giunge alla Piazza Garibaldi, cuore del centro storico, dove prospetta il Palazzo Comunale, tra i più antichi della regione (attestato dal 1259); proseguendo, sulla destra, ecco Palazzo Mannelli poi Pianetti, splendida costruzione tardo rinascimentale, tra le più belle della provincia. Pochi metri più in là, dall’altra parte della strada, sorge il Palazzo dei Priori (Sec. XIV), con all’interno una sala voltata dell’epoca e, annesso, il Teatro comunale Misa (sec XVII; rifatto tra il 1840 e il 1845); sullo stesso lato del corso si trovano infine la chiesa di S. Agata e la chiesa di S. Giovanni Battista.

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Più di 100mila rarità custodite nel Museo dell’Etichetta

Storica, artistica, geografica. Sono le sezioni che animano il Museo Internazionale dell’Etichetta del Vino di Cupramontana (Ancona), ospitato al primo piano del settecentesco palazzo Leoni, intorno alle mura del paese. Inaugurato nel 1987, è uno spazio unico a livello internazionale che raccoglie più di 100mila etichette di bottiglie di vino provenienti da tutto il mondo, ordinate secondo percorsi tematici. Tra le particolarità spiccano la serie con gli animali, con le automobili, con gli stemmi araldici e tutta quella dedicata al Verdicchio, la perla per eccellenza del territorio. La sezione contemporanea conta oltre sessantamila etichette, esposte per provenienza geografica e per tematiche; quella storica, riguarda invece etichette risalenti al periodo a cavallo tra “Otto e Novecento”; quella artistica raccoglie infine oltre quattrocento opere eseguite da artisti di chiara fama. Ogni anno il museo indice due manifestazioni: il premio nazionale “Etichetta d’oro”, da assegnare alle ditte partecipanti per la migliore etichetta in uso abituale, e “Vinimmagine” che è una rassegna grafica di idee e proposte per un’etichetta. E’ attivo inoltre il laboratorio didattico “Pubblicitari nati”.

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L’Eremo dei Frati Bianchi, mille anni di storie e leggende

Un luogo dal fascino magico con alle spalle almeno 1000 anni di storia. E’ l’Eremo dei Frati Bianchi di Cupramontana (Ancona), fondato nel XI secolo da San Romualdo, che rappresenta una delle testimonianze più importanti de insediamento religioso alle origini del Cristianesimo nelle Marche e in Europa. Qui infatti,    gli eremiti prima e i frati poi, vivevano in grotte scavate nel tufo ancora visibili. Negli anni questo luogo è stato fonte di ispirazione per scrittori e poeti, come Luigi Bartolini, C.Corradi e F.Bonci, e ha ospitato un gran numero di personalità di spicco nella via eremitica fra cui i beati Giovanni Maris, Matteo Sabbatini, il beato Paolo Giustiniani, Ludovico e Raffaele Tenaglia, i beati Antonio da Recanati, il beato Girolamo da Sessa (medico del Papa Leone X), Giustiniano da Bergamo ed altri eremiti in odore di santità. L’Eremo che oggi è possibile ammirare è frutto di una lunga ristrutturazione iniziata nel 2000, che si è concentrata non solo sull’edificato ma anche sul bosco protetto, che avvolge il monastero in un caldo abbraccio: appena si giunge nel giardino antistante il monastero, dopo aver percorso circa un chilometro in una piccola antica via, delimitata dal fosso del corvo in una cornice di alberi secolari, si ha davvero l’impressione di essere in “un altro mondo”, in un silenzio assoluto interrotto solo dai rumori della natura circostante. La ristrutturazione della parte centrale avanzata è giunta a conclusione, ed è stata completata anche la parte avanzata dell’ala lunga e la parte corrispondente al piano terra. Sono state rese fruibili le antiche grotte con un meraviglioso restauro degli affreschi e anche il chiostro è stato riportato all’antico splendore.

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Arcevia, le Marche e il territorio dei dieci castelli

Splendidi centri abitati murati di impianto tre-quattrocentesco, che hanno conservato le loro peculiarità tipologiche fino ad oggi: è un vero e proprio percorso all’indietro nel tempo quello che si può compiere partendo da Arcevia, l’antica Rocca Contrada in provincia di Ancona, e proseguendo nel territorio fino alla fortezza di Nidastore, ai confini con la provincia di Pesaro. Partendo da Arcevia, seconda tappa del viaggio è il Castello di Avacelli, attestato dal 1248, che venne fondato da Rocca Contrada su di una collina al confine con il territorio di Serra S. Quirico. La visita prosegue al Castello di Castiglioni, che si erge ai confini con il territorio di Serra de’Conti: attestato dal 1289 come castellare, fu probabilmente fondato dopo l’abbandono del castello di Fossaceca che si trovava nei pressi. E sempre in direzione di Serra de’ Conti vale davvero la pena visitare il Castello di Piticchio, uno dei più suggestivi e meglio conservati dell’arceviese, che sorge su un poggio a circa sette chilometri da Arcevia. Nel Castello di Montale, invece, è ancora possibile ammirare il camminamento di ronda e la torre di guardia dell’antica fortificazione è da notare, riutilizzata e riproposta come campanile della chiesa di S. Silvestro, riedificata dopo il 1830. Davvero imperdibile è invece una visita al Castello di Loretello, che sorge su un poggio a 300 metri d’altezza a circa 15 km da Arcevia; tra i castelli del territorio rimasti è quello più antico: nominato per la prima volta nel 1072, edificato insieme alla chiesa di S. Andrea dai monaci di Fonte Avellana, divenne possesso di Rocca Contrada nella seconda metà del ‘200. A breve distanza da Loretello, sorge invece il piccolo Castello di S. Pietro, pressoché invariato nel suo impianto urbanistico quattrocentesco, che però conserva poche tracce delle strutture murarie originarie.  Il Castello di Palazzo è invece uno dei più caratteristici di tutto il territorio: si tratta di un centro murato interessante che presenta una struttura urbanistica singolare sviluppata lungo le linee di livello delle pendici del Monte Caudino, dotato di possenti tratti di mura in pietra e cotto e di una bella porta d’accesso quattrocentesca. Quello geograficamente più a ovest, infine, è il Castello di Caudino, nei pressi del quale fu combattuta una memorabile battaglia tra le forze Guelfe e Ghibelline per il possesso del territorio.

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La storia del pianoforte e dei grandi compositori

… a Fabriano un viaggio nel tempo con le visite-concerto

Dai primi del Settecento fino al Novecento, un viaggio all’indietro nel tempo alla scoperta dell’evoluzione del pianoforte e, al contempo, dei grandi compositori che su questo strumenti hanno scritto alcune delle più importanti pagine della musica. Sorto nel 2012 all’interno Complesso Monumentale di San Benedetto, il Museo del Pianoforte Storico e del Suono di Fabriano rappresenta un unicum europeo nel suo genere grazie all’esposizione “sceneggiata” dei 18 pianoforti storici.

E così, visitando la città nota in tutto il mondo per le sue cartiere, è possibile imbattersi anche in questa innovativa struttura che propine ai visitatori delle interessanti visite-concerto guidate: non un semplice tour fra pezzi dal fascino unico, ma soprattutto un incontro ravvicinato con i vari Bach, Mozart, Beethoven, Chopin, Ravel e Debussy attraverso gli strumenti originali sui quali hanno composto i loro brani più famosi; melodie meravigliose da ascoltare nella loro originale sonorità, grazie alle esecuzioni di un pianista concertista che guida il percorso permettendo ai visitatori di vivere emozioni e suggestioni assolutamente inedite; a fare da sfondo al tutto, le immagini che rimandano ad ambientazioni, arredi, scene, costumi e atmosfere del tempo, dalla fine del Barocco segnata dal tramonto del clavicembalo fino agli inizi del Ventesimo Secolo.

Visitando lo spazio museale, si potrà scoprire che fu l’italiano Bartolomeo Cristofori a inventare, tra il 1698 e il 1700, il primo “Gravicembalo col Forte e col Piano”; oppure che Ludwig Van Beethoven non dedicò ad Elisa la sua famosa “Für Elisema” bensì a Teresa Malfatti, nipote del suo medico di famiglia, di cui era perdutamente innamorato!

I teatri storici delle Marche

Pesaro, Urbino, Fano, Jesi, Fabriano, Ancona, Macerata, Matelica, Fermo, Ascoli Piceno: tutte le principali città delle Marche hanno il loro teatro storico. Nel 1868 nella regione si contavano ben 113 teatri, edificati nella maggior parte dei casi fra il 1700 e la prima metà del 1800. Oggi queste meravigliose strutture sono state riportate a nuova luce e rappresento autentici gioielli architettonici, giunti fino a noi a testimoniare il grado di civiltà e di autonomia urbana dei Comuni marchigiani. Non a caso in questo territorio sono nati Giovan Battista Pergolesi (a Jesi), Gaspare Spontini (a Maiolati) e Giocchino Rossini (a Pesaro).
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Museo Arti Monastiche

Serra de’ Conti, alla scoperta del Museo delle Arti Monastiche

La storia di Serra de’ Conti, grazioso paese della provincia di Ancona, è legata a doppio filo al convento di clausura di Santa Maria Maddalena, chiuso cinque anni fa. Le monache che lo hanno abitato per tanti secoli hanno sempre intrattenuto rapporti molto diretti con gli abitanti del luogo: preparavano medicinali, cucinavano per chi non poteva permettersi di mangiare e, all’occorrenza, si trasformavano in baby sitter per accudire i figli dei serrani.

Ecco perché qui è nato il Museo della Arti Monastiche, una struttura unica nel suo genere che “racconta” oltre cinque secoli di vita claustrale, attraverso gli oggetti della vita quotidiana e delle attività manuali – dalla colorazione degli abiti al cucito – oltre, naturalmente, alla vita spirituale delle monache.
Con il suo splendido giardino panoramico sulle circostanti colline e il Chiostro di San Francesco, il Museo delle Arti Monastiche invita i visitatori a trasformarsi in spettatori attivi e a calarsi nei panni di diversi personaggi protagonisti di un percorso teatrale audioguidato. Attraverso il racconto di piccoli avvenimenti quotidiani, si ripercorrono le tappe fondamentali della storia del monastero, in un periodo compreso tra il secolo XVI ed il secolo XX. Il museo è presentato attraverso un percorso teatrale in cui le voci registrate di alcune attrici accompagnano il visitatore, per una conoscenza approfondita e consapevole della realtà spesso insondabile della clausura.

La spezieria è uno degli Offici previsti dall’ordinamento del monastero; le monache che vi erano addette preparavano medicamenti e ricette erboriste. Le grotte sotterranee, che sottostanno non solo al monastero ma a tutto il complesso urbano, erano invece il luogo ideale per riporre cibi da conservare. E se il laboratorio tessile soddisfaceva le esigenze interne della comunità sia delle suore che della liturgia attraverso la preparazione di parati sacri, l’attività della tintura avveniva immergendo i materiali in grandi “caldari” insieme alle terre colorate.

Il Monte Conero e i vigneti di Montepulciano

Viaggiare lungo la costa del Mar Adriatico ed imbattersi in una “perla” unica nel lunghissimo tratto che va da Trieste al Gargano: il Monte Conero: 572 metri a picco sul mare, coperto da una ricchissima e varia flora di ambiente marino. Il Parco Regionale istituito nel 1987, con le sue cave dismesse, è una sorta di libro aperto sulla storia geologica della zona e sull’intera successione stratigrafica dell’Appennino umbro-marchigiano e vanta numerose peculiarità botaniche come l’euforbia arborescente, la violaciocca e il finocchio selvatico. Terminata l’escursione sul Conero, vale davvero la pena scendere verso l’entroterra e imbattersi nei vigneti di Montepulciano che danno origine all’ottimo Rosso Conero. Si tratta di un grande vino che nasce nei vigneti di appena sette comuni della provincia di Ancona – Ancona, Camerino, Numana, Offagna, Sirolo, Castelfidardo e Osimo – che ha preso il nome proprio dal promontorio a picco sull’Adriatico.
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