Il 17 gennaio, a Tossicia, l’inverno ha una sola possibilità: arrendersi al fuoco, alla musica e alla voglia di stare insieme. In Piazza Sant’Antonio torna puntuale una delle tradizioni più sentite del paese, quella dedicata a Sant’Antonio Abate, santo con un curriculum niente male: protettore degli animali, del fuoco e, in generale, di tutto ciò che scalda corpo e anima quando le giornate sono corte e l’aria pizzica il naso.
Qui il falò non è solo legna che brucia, ma un vero e proprio pretesto sociale. Ci si ritrova, si chiacchiera, si ride, si ascolta musica e, nel frattempo, si rinnova un rito antico quanto il bisogno umano di stare in cerchio davanti a una fiamma. Perché il falò, a Tossicia come in tante parti d’Italia, è memoria collettiva: un gesto che arriva da lontano, da riti pagani di rinascita, da leggende, da storie raccontate dai nonni con la stessa serietà con cui si raccontano le cose importanti.
Sant’Antonio Abate, del resto, non è uno qualunque. È il santo del fuoco che cura il “fuoco”, quello di Sant’Antonio, ed è anche colui che in molte regioni d’Italia dà simbolicamente il via al Carnevale. Insomma, accende i falò e, spesso, anche la festa. A Tossicia lo si celebra nel suo giorno, senza scorciatoie, con una festa popolare che sa di comunità vera, di mani tese e di voci che si sovrappongono mentre le fiamme fanno il loro spettacolo.
Il territorio fa il resto. Tossicia, incastonata tra i paesaggi del Gran Sasso, è uno di quei luoghi dove le tradizioni non sono un souvenir, ma una cosa viva, che resiste al tempo e alle mode. Qui il fuoco non serve solo a scaldarsi, ma a ricordare chi si è e da dove si viene, magari con un sorriso ironico e una battuta lanciata tra una scintilla e l’altra.
Il 17 gennaio, quindi, non è solo una data sul calendario. È un invito a rallentare, a guardare il fuoco che danza, a sentirsi parte di qualcosa che va oltre l’evento stesso. Perché a Tossicia Sant’Antonio non si festeggia: si vive. E, alla fine, ci si scalda dentro, che è sempre la cosa più difficile.
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