Olive, olio e raccolta. Valentina l’amore per la terra

Il volto femminile delle olive è quello di Valentina che sul territorio tra Carpineto Romano e Maenza porta avanti al tradizione si famiglia: la raccolta delle olive insieme e a suo fratello Emanuele, così come gli è stato insegnato dal papà Enzo.

La grande raccolta…
Alla fine degli anni 60 mio nonno Stefano Macali divise il suo terreno ai suoi 4 figli maschi di cui uno venne donato a mio padre Macali Enzo. Mio padre sposo’ mia madre nel 1977 e successivamente al matrimonio siamo nati io e mio fratello Emanuele. Da quando ero piccola ricordo che nel mese di novembre iniziava la grande raccolta dell’olive. All’epoca veniva fatta a mano, infatti mio padre quando tornava a casa la sera era molto stanco perchè alternava la raccolta con il lavoro, ma ciò’ non pesava più di tanto perchè la raccolta delle dell’olive era molto importante, necessaria anche per il fabbisogno familiare. E per papà la famiglia era tutto! Da piccolini andavamo anche noi, ma la raccolta era gestita dagli adulti e noi giocavamo con i nostri cugini perché anche i miei zii erano sul campo a lavorare. Sono stati momenti bellissimi nella mia infanzia. Con il passare degli anni io e mio fratello abbiamo iniziato a far parte  della raccolta inseme a nostro padre. Purtroppo nel 2011 papà è venuto a mancare, quindi io e mio fratello abbiamo preso in mano tutta la proprietà e la gestione della raccolta e della produzione dell’olive.

Il territorio…
Il mio terreno si trova nella Valle Para, sul territorio di Carpineto Romano ma vicino a Maenza nella zona di Latina. Questa è un’area molto calda, una caratteristica che influisce anche sulle nostre olive. Il mio terreno è ben curato, la potatura viene effettuata a zone alterne tutti gli anni mantenendo una media altezza delle piante. Questa è un’attività che cura ancora oggi Roberto, un amico di mio padre, al quale fu proprio papà ad insegnare l’arte della potatura. La raccolta di solito inizia fine ottobre primi di novembre, dipende dalla stagione. Se iniziano le grandinate si rischia di perdere il prodotto. Abbiamo all’incirca 500 piante d’ulivo. Negli ultimi anni la produzione si è abbassata di molto a causa di un insetto che non ha permesso alla pianta di dare il frutto. Il nostro terreno è uno dei migliori nella zona. Dà sempre un’ottima oliva con un’alta quantità di olio.

La raccolta…
Per la raccolta è il momento catartico! Inizia alle 8.30 della mattino siamo sul terreno fino alle 16.30. Poi fa buio e non si può stare. La raccolta giornaliera viene messa in cassette. Le olive vengono separate dalle foglie e dopo circa due giorni sono portate al frantoio per la molitura. E qui c’è il grande quesito… Quanti litri si sono prodotti per quintale di olive? Tutti siamo presi da questo dato… tutti incrociamo le dita affinché la produzione sia migliore dell’anno precedente… ma la natura è la natura… è lei che decide! Il nostro olio ha un basso valore di acidità quindi molto delicato ed è buonissimo. Ci sono cresciuta sul campo insieme a mio fratello e a mio padre, il mio desiderio è che anche i miei figli possano portare avanti la tradizione di famiglia, di generazione in generazione.

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Api un mondo perfetto raccontato da Giacomo

Siamo sempre alla ricerca delle bontà…. L’Alveare è una di queste. Incentrata sull’agricoltura in generale ma che punta soprattutto allo sviluppo dell’apicoltura. E’ una nuova attività nata nel 2020 dopo qualche anno di pratica ed esperienza sul campo a livello hobbistico. Così, c’è la racconta Giacomo Accardo, ideatore, curatore e “cervello in fuga” rientrato!

Come nasce “l’Alveare”
Tutto parte da mio padre e dalla sua passione per le api, da piccolo infatti mi appassionava vedergli indossare la tuta e andare nell’apiario, mi ha sempre colpito soprattutto la delicatezza che lui utilizzava in questo lavoro.
Per quanto possa sembrare tutto semplice, ci sono tante cose da imparare da questo “mondo perfetto”.
Qualche anno fa, un po’ come tutti i giovani del sud, sono stato costretto a lasciare la mia terra per cercare lavoro fuori e così ho lasciato tutto e sono partito. Ma più passavano i mesi e più sentivo che quello non era il mio posto.
Dopo un anno ho deciso di tornare a Calatafimi Segesta, nel mio tranquillo paesino, immerso nella natura e di investire tutto su questa attività. Ho riacceso la passione di mio padre e grazie al suo aiuto e alla sua esperienza abbiamo iniziato questa avventura partendo da una sola arnia fino ad arrivare attualmente a più di 50 alveari.
Il nostro obiettivo è stato fin da subito quello di ingrandirci, ogni anno, sempre di più.
C’è una citazione di Albert Einstein, a cui noi pensiamo sempre… è un po’ il nostro motto.
“Se l’ape scomparisse dalla faccia della terra, all’uomo non resterebbero che quattro anni di vita” e il nostro compito è quindi contribuire a salvaguardare questa specie fondamentale per la nostra esistenza!

Quali sono le caratteristiche del vostro miele?
Al momento produciamo quattro varietà di miele:
Il miele di zagara d’arancio con proprietà antiossidante e antinfiammatorio. Il Miele di Sulla che ha un effetto depurativo e disintossicante. Poi c’è il Miele di millefiori, ottimo per chi deve energizzare e depurare l’organismo. È caratterizzato dalla funzione stimolante e regolatrice. E infine il Miele di eucalipto, che viene utilizzato principalmente contro la tosse e le malattie tipiche dell’apparato respiratorio come il raffreddore, oltre che in generale per i malesseri dovuti a stati di infiammazione.

Il tuo sogno?
Finalmente abbiamo raggiunto un altro obiettivo! Era quello di aprire un punto vendita nel nostro paese, a Calatafimi Segesta. Ora l’abbiamo! Qui troverete sia il miele che una linea di cosmetica realizzata con prodotti derivati dall’Alveare. Tutto naturale al 100%
Ho 27 anni, il mio sogno da piccolo era quello di continuare il lavoro di mio padre con le api. Sogno esaudito! Ci trovate in Corso Garibaldi n 21 Calatafimi-Segesta

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Ulivi, viti e meloni, la vita di Bartolo in contrada Burrumia

Bartolo, all’anagrafe Bartolomeo. Laureato in Scienze Politiche. Per lungo tempo fuori casa, tra Roma e l’Abruzzo. Rientra nel 1996 nella sua Trapani, in Contrada Burrumia e qui resta, coltivando meloni gialli, vigna e uliveti. Tra l’amore per la terra, una cultura universitaria e il piglio imprenditoriale mette in piedi anche l’Agriturismo Piana di Borromeo. Da un papà agronomo e nonni agricoltori, l’amore per la terra non poteva di certo saltare una generazione! Il nonno paterno Bartolomeo, da cui lui prende il nome, era un gabbelloto, chiamavano così coloro che utilizzavano per la coltivazione terreni propri e terreni in affitto. La gabella era infatti il canone d’affitto. Il nonno materno Lorenzo emigrò a Toronto, in Canadà, come la chiama Bartolo, tornò in Sicilia da adulto con i fratelli e acquistò a Trapani 350 ettari di terreno. Buon sangue non mente!

Coltivazioni, potature, la bellezza e la difficoltà della vita di campagna

Io sono un agricoltore. Fiero e appassionato del mio quotidiano, faticoso ma ricco di emozioni. Oggi le cose sono cambiate. Lo erano già prima della pandemia, ma oggi lo sono ancor di più e in peggio. Il lavoro è sceso. La commercializzazione dei prodotti italiani è stata soppiantata da quelli stranieri. La mia produzione è andata con il tempo diminuendo. Oggi il costo di una giornata per la potatura delle olive è altissimo. Si parla di un costo tra gli 80 e i 100 euro. Così ho valutato l’idea di farlo anche io. Di diventare potatore. Non solo per il mio terreno. Ma per tutti coloro che ne avessero bisogno. D’altronde è il mio lavoro e sono un professionista. Conosco le piante. So bene come amarle e come trattarle. C’è poi un altro aspetto qui in Sicilia, i terreni hanno una coltivazione mista tra ulivi e viti. Io ho imparato a trattare entrambe le piante.

Raccontacele

Ho cinquecento ulivi. La Biancolilla, una delle varietà più antiche tra quelle attualmente esistenti negli uliveti italiani. È un cultivar autoctono siciliano. È molto apprezzata per la propria grande produttività e per la sua rusticità. Essa deve il proprio nome al fatto che durante la fase di maturazione la drupe, ovvero il chicco, passa dal tipico colore verde del frutto acerbo a una tonalità di rosso tendente al violaceo. Gli olivi Biancolilla sono delle specie autofertili, cioè non necessitano di impollinazione da parte di altre cultivar e per questo motivo vengono spesso utilizzati come impollinatori per la Nocellara del Belice che è invece autosterile. Ho poi la Cerasuola un cultivar con vocazione esclusivamente olearia e, grazie all’ottimo rapporto tra polpa e nocciolo, la resa è piuttosto alta in quanto può raggiungere anche quote del 20%. Biancolilla e Cerasuola sono le cultivar base dell’olio extravergine delle Valli Trapanesi Dop. Un olio speciale, di un colore verde intenso con decisi riflessi giallo dorati. Si caratterizza per l’odore fruttato di media intensità. Oltre a essere dotato di ricchi sentori di pomodoro e note balsamiche, ha un gusto fruttato caratterizzato da erbe officinali.

Cosa contraddistinguere il tuo olio?

Noi facciamo un olio in cui l’amaro e il piccante sono equilibrati e ben distribuiti. È totalmente diverso dall’olio toscano. Raccogliamo molto precocemente le olive, proprio perchè così abbiamo il frutto migliore. Già a metà ottobre siamo sui campi con teli e pettini elettrici. Facciamo delle moliture frequenti, obbligatoriamente entro le quarantotto ore. Le olive non si devono surriscaldare! La resa è in genere del 12%.

E le altre coltivazioni?

Ho anche la vigna, ma le uve che produco le conferisco alla cantina sociale. Le mie uve, sono quelle tipiche del territorio: nero tavola, grillo e zibibbo.
Viti e ulivo non sono i soli frutti della terra che caratterizzano la mia giornata, ci sono anche i meloni gialli. Li produco per la grande distribuzione, purtroppo ora la produzione è scesa…

Arriviamo alla domanda principale dell’intervista, come funziona la potatura dalle tue parti?

Paese che vai, potatura che trovi! Tenuto “aperto” il centro della pianta, si eliminano i rami che salgono verticalmente, detti in dialetto “mascolini”, ovvero i maschi che non producono frutto. Si privilegiano, nella crescita, i rami superiori come fossero una corona. Si tengono tutti alla stessa altezza, non molto lunghi e non molto bassi. Ciò che è importante è che la pianta vegeti e rigeneri le parti tenere creando nuove fronde. Perché altrimenti la pianta tende a rinsecchirsi.
Le frasche tagliate non vengono bruciate ma sono riutilizzate dai forni. Per noi è proprio una tradizione quella di riutilizzare le frasche, tanto che ci sono delle macchine che ci fanno delle piccole balle che vengono poi vendute ai panifici. Un pane cotto con le frasche degli ulivi ha un sapore pazzesco, la differenza si nota!

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Potare le olive in Val di Chiana, la storia di Patrizia

Chi lo ha detto che la potatura è una roba per soli uomini, Patrizia, da Civitella in Val di Chiana, attrezzi alla mano, occhio attento, pota e pota, con passione e decisione da oramai qualche anno. Gli ulivi in Italia sono una tradizione, fanno parte della cultura contadina, e vengono tramandati di padre in figlio e di generazione in generazione. Patrizia, invece, che viene dal mare, ha sempre abitato nella zona di Cecina, si è trasferita quassù in collina solo recentemente. L’arte della potatura l’ha imparata dopo i cinquant’anni.

Dalla città alla collina…

È andata così… abbiamo preso una casa in campagna, in mezza collina, siamo a 400 metri. Dapprima in affitto, poi l’abbiamo acquistata. I proprietari, quando eravamo ancora affittuari venivano a tagliare l’erba, a fare le olive e a potarle, insomma tutti quei lavori di manutenzione necessari per un terreno e le piante. È stato allora che ho iniziato a interessarmi. Per me era tutto nuovo. Mi incuriosiva guardare e imparare. Perchè è il sale della vita imparare sempre qualcosa di nuovo. Qualche anno fa abbiamo acquistato la casa e i proprietari, gli ex proprietari, ovviamente non venivano più a manutenere il terreno e così mi sono dovuta attrezzare io. Per i primi due anni ho chiamato un operaio. Un signore toscano che lavora anche il suo terreno. Il primo anno, me le ha “capitozzate”, mi è preso un colpo, ma ero ancora troppo inesperta per dire la mia e ho lasciato correre. Il secondo anno l’ho richiamai, pregandolo di essere più “dolce” con il taglio. Ma la mano pesante c’era sempre. È arrivato l’inverno. È arrivata la gelata e le piante non hanno resistito. Un po’ come da noi… le mamme, da piccini non ci facevano mai tagliare i capelli durante l’inverno, perchè ci si raffredda. Per le piante è la stessa cosa.

Hai fatto da sola?

Essere autodidatti con le piante, non è la cosa migliore, ho deciso così di fare un corso per la potatura. Una parte era teorica, in aula. Mi hanno insegnato un po’ di tutto: la concimazione, l’irrigazione… le basi per diventare dei bravi contadini. Poi ci hanno portato sul campo. E questa era ovviamente la parte più interessante!
Mi hanno insegnato la tecnica del Vaso Policonico.
Che è quella che io adotto oramai da sempre, perchè è la tecnica che maggiormente rispetta la fisiologia della pianta quindi un equilibrio vegeto-produttivo. Inoltre dopo la prima potatura, che in genere è la più difficile, fatta con questa tecnica, tutte quelle che seguiranno negli anni successivi, saranno molto più facili!

Come avviene la potatura a Vaso Policonico?

La pianta a vaso policonico è formata dal tronco principale dal quale partono 3-4 branche principali inclinate dai 30 ai 45 gradi equidistanti dall’asse e non deve superare i 2,5 metri di altezza per ovvi motivi: utilizzo di attrezzature telescopiche, potatura da terra (abbandono assoluto della scala), facilità di gestione (compresa la raccolta). Ogni branca principale deve avere una conclusione, o prolungamento, naturale ovverosia deve avere una “punta” o “cima” per espletare le sue funzioni, la cima, che è chiamata tiralinfa, è nella parte esterna dell’albero. All’interno l’olivo deve essere vuoto! C’è un detto popolare che rende bene l’idea:
“ci dovrebbe passare una rondine al volo nel mezzo dell’albero”.
È importante che l’olivo abbia la luce internamente e in ogni sua parte.

Comunque tanta fatica… soddisfatta?

Mi diverto tanto. Mi piace più potare che raccogliere le olive. Mi rilassa tantissimo.
Ho in tutto 150 piante, ma ormai sono diventata talmente veloce che posso andare a lavorare anche su altri terreni. Prima avevo molte più piante, ma con la gelata ne sono morte molte. Sto riallevando i polloni, vedremo…
Comunque, se dovessi tirare un bilancio… mi piace troppo stare qui. Quando mi trasferii i miei amici mi dicevano, ma come farai senza il mare… qui c’è la pace rispondevo. Vedo la vita con occhi diversi, rispetto agli anni passati. Per me entrare dentro un olivo e potarlo è una cosa meravigliosa, io con l’ulivo ci parlo.
Ho fatto tante cose nella mia vita: la cassiera, ho avuto un’edicola, la promoter, ma lavorare con le piante e con gli ulivi in particolare, è tutt’altra cosa… è un’emozione! Forse è una cosa ancestrale… è vero che io sono cresciuta al mare e non avevo la cultura dell’olio fatto in casa, ma una parte di me è legata a mio nonno che era un fattore e girava tutte le terre con il Principe Ginori. Avviava le aziende agricole per il principe. La “terra” l’ho sempre avuta casa….

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Giovanna e Salvatore, una storia d’amore e farina

Ha tutto un inizio…
Ho le mani in pasta fin da quando sono bambina. I miei nonni materni Angelo e Maria mi hanno donato questa arte! E io me la tengo stretta, è la mia eredità più preziosa. Impastare è creare. Impastare è fare arte. Impastare per me è anche creare sapore.
Ricordo che fin da piccolina mio nonno mi mise il grembiulino, ancora non arrivavo nemmeno al tavolo della cucina e per riuscire a lavorare o a vendere il pane, lui costruì una pedana apposta per me. Mi piaceva, eccome, salirci sopra!

Da Marsala a Calatafimi Segesta, un percorso d’amore e pane
Ho lavorato da sola fino al 2008, quando ho conosciuto il mio amore Salvatore, che poi è diventato mio marito. Anche lui è di Calatafimi. Anche lui è innamorato di questo mestiere. Per pochi mesi ha lavorato nell’attività della mia famiglia e poi nel 2009, insieme abbiamo aperto il nostro panificio che inizialmente si è trovato a Marsala. In un piccolo vicolo, di questa graziosa cittadina, avevamo aperto un forno a pietra, abbiamo messo un tavolo e poi un’impastatrice. Lì è nato il nostro pane rigorosamente a lievitazione naturale, ovvero con lievito madre.
Tante notti insonni. Io e Salvatore, da soli facevamo il pane la notte e di giorno lo vendevamo. Sembra quasi una fiaba, e così è stato. Era una fiaba d’amore, perchè lì il nostro amore è divenuto ogni giorno più forte ed è stata una fiaba, perchè lì abbiamo amato sempre più il nostro lavoro!
Siamo stati a Marsala un anno, tra alti e bassi, ma poi è arrivato il primo figlio, siamo voluti tornare a casa. A Calatafimi Segesta. Abbiamo aperto l’Antica Casa del Pane l’11 gennaio del 2012. Che è stato poi l’anno in cui fu fatta l’ultima festa del Santissimo Crocifisso, ci tengo a dirlo perchè è la festa più sentita dalla cittadina. Per un mese intero, antecedente alla festa abbiamo fatto migliaia di Cuccidati, un pane tipico del luogo, donato al popolo dal ceto dei massari durante i festeggiamenti.

La parte dolce del nostro lavoro
I nostri dolci invece racchiudono tutto quello che di genuino e casereccio ci possa essere. Utilizziamo tutti prodotti freschi e rigorosamente locali, anche le ricette sono antiche come i Cuddureddi, dolci natalizi con i fichi secchi. È una ricetta tramandata da mia suocera! Poi c’è la Sfince di San Giuseppe anche questa molto antica. La frutta Martorana e le Mufolette.
Ciò che caratterizza davvero il nostro forno è la creatività di mio marito che ogni giorno ne pensa una e le mie origini palermitane, che in cucina donano sempre quel pizzico di pepe in più!

L’altra metà della mela
… e se è vero che dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna, è vero anche il contrario. Dietro Giovanna, anzi, di fianco a Giovanna, c’è Salvatore suo marito, nel cui sangue scorrono chili e chili di farina. È il pane di Salvatore che nobilita le tavole da queste parti. Dietro ogni notte a panificare, dietro ogni fetta di quel filone c’è una storia, fatta di Giovanna e Salvatore.

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Dall’Australia a Carpineto Romano un viaggio al sapore di castagna

Siamo a Carpineto Romano provincia di Roma, paese incuneato al centro dei Monti Lepini, un polmone verde incredibile dove si vive un’ambiente unico, questo è il parere di Ernesto… e non solo!

Cosa ha di particolare il suo territorio?
Definirlo unico non rende l’idea. Il suo verde, le sue montagne, la sua aria, per me sono tanto, sono irrinunciabili! Non sono nato qui, anche se le mie origini sono di queste zone, ci sono venuto ad abitare da piccolo… e ho sempre pensato che chi ha vissuto questi luoghi prima di me, abbia fatto uno sforzo incredibile per mantenerli intatti. Ritengo sia davvero molto importante salvaguardare Carpineto e tutta la natura qui intorno, perché è unica per la sua bellezza. È stato grazie alle generazioni passate che hanno lavorato con costanza e passione, se è arrivato a noi oggi questo gioiello paesaggistico!
Passeggiando tra i boschi, assaporando il profumo delle piante, ammirando il passaggio, capirete quanto sia stato imponente il lavoro fatto, che poi si traduce fondamentalmente in un grande rispetto da parte dell’uomo verso la natura! Non bastano le parole per raccontarla, questa natura sfavillante, mi rendo conto, la si deve vedere, la si deve percepire, la si deve introitare.

Dove sei nato, da dove “torni”?
Io sono nato in Australia, a Melbourne, la mia famiglia era emigrata lì. Avevo cinque anni quando sono tornato, di quei luoghi ricordo poco. Mamma lavorava in fabbrica e papà in una società ferroviaria. Fu mia madre a voler lasciare l’Australia. Decidono sempre le donne… si sa.
Rientrati in Italia, a Carpineto Romano, si sono fin da subito, impegnati nella tradizionale raccolta delle castagne, che caratterizza il territorio. Papà riprese la sua attività di artigiano bottaio, faceva le botti in legno. Mamma pensava alla famiglia.

E tu cosa volevi fare…
Io ho dovuto accettare il cambiamento familiare. Forse avrei preferito un futuro diverso, con i “se e con i ma” non si fa la storia… Ho capito l’importanza della castagna e di tutto il mondo che ruota intorno ad essa. Sono un curioso per natura. Di tutto. Mi colpivano molto le persone che passeggiavano nei castagneti e con stupore si guardavano intorno. Mi affascinavano i loro discorsi.
Ho percepito molto presto che la mia strada era tra queste terre, dedita alle castagne!
Dopo la scuola, infatti, correvo subito al castagneto dove i miei genitori erano intenti al raccolto, e percorrendo il sentiero sentivo un piacere incredibile nel raggiungerli e aiutarli. Quando loro mi vedevano arrivare sentivo dire… “eccolo”… e mia mamma aggiungeva sempre “non passare sopra le castagne!”…era bellissimo vederle sul terreno, erano un tappeto. Mi ammaliava il loro color marrone, intenso e vivace. La castagna è viva. Bisogna solo comprenderlo.

Se le volessimo acquistare le tue castagne… dove le troviamo?
Dovete mettervi in fila… sono molto richieste. Fate uno squillo e vi risponderò 3889466214

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Calatafimi Segesta_Fuoriporta

Calatafimi Segesta, si gusta nell’olio di Carlo Senia

Abbiamo incontrato Antonino che a Calatafimi Segesta porta avanti la tradizione di famiglia, insieme ai suoi cugini. Una grande famiglia siciliana unita dalla passione per l’olio extravergine di oliva!

All’origine ci sono sempre i nonni…
Siamo quattro cugini con passione per l’oliva ed l’olio extravergine di oliva. La nostra attività nasce con nonno Leonardo nel 1968, questa è infatti la terza generazione di frantoiani. Il nonno possedeva una trebbia da fermo, già nel 1950 e commercializzava grano nelle varie provincie Trapani. Nel 1968, con i suoi 4 figli maschi, realizza il primo frantoio a presse all’interno del paese di Calatafimi Segesta. Con il passare degli anni e la troppa affluenza di persone di tutta la provincia di Trapani che si recavano a molire le olive, e con l’avvento di nuove normative statali, la mia famiglia decide di costruire un grosso fabbricato dislocato a dieci minuti da Segesta sotto le mura del Castello Eufemio per trasferire lì tutto il lavoro. Hanno dato una grossa svecchiata ai macchinari industrial, puntando alla modernità più spinta.

Dai nonni ai padri, la tradizione va avanti…
Nel 1968 il nonno Leonardo, iniziò con la produzione dell’olio di oliva mediante frantoio a presse. Nonno dall’alto della sua esperienza, ha sempre saputo che saremmo stati noi nipoti a portare avanti l’azienda di famiglia. Se il nonno ci ha dato come si vuol dire la sua benedizione, nostro padre Carlo, che a gennaio di questo anno purtroppo è venuto a mancare, nel 1998, riammoderna ancora i macchinari, sostituendo il decanter sempre con marchio italiano ‘Vitone Eco’, il primo in Sicilia V6. Ci ha insegnato i segreti del mestiere e le tecniche da usare.
E’ grazie a lui che oggi produciamo un olio extravergine di oliva di qualità, che arriva nella maggior parte delle abitazioni della provincia e non solo. Viene spedito a Milano,Torino, Firenze, Udine, Padova, Germania ecc ecc.

Il cultivar, fa la differenza
L’oliva che produciamo è la “nocellara” che ci consente di avete uno degli oli con più polifenoli di colore verde che esiste, riflessi giallo-oro e ha un profumo di oliva appena frantumata a cui non mancano sentori di erba di sapore fruttato appena lievemente amaro e piccante.

Il retrogusto?
E’ uno viaggio dei sensi tra mandorla, carciofo e pomodoro.

La vostra attività?
Facciamo prevalentemente un lavoro conto terzi, ma puntiamo già per il 2021 a creare un marchio e far conoscere così nostro extravergine. Abbiamo avviato un progetto che prevede un processo di selezione delle olive da utilizzare per la realizzazione dei nostri prodotti. Tutto è incentrato su un’analisi della qualità e delle caratteristiche di ognuna. Il territorio trapanese, da cui nascono le nostre olive, è ottimale grazie al clima mite e ampiamente favorevole a questa tipologia di coltivazione. La maturazione dell’oliva avviene attorno al mese di ottobre, “processo di invaiatura”. Per la nostra famiglia i migliori olii si ottengono dalle olive che partecipano a questo processo, consapevoli del fatto che è il momento in cui si ha la resa più bassa, ovviamente.
L’oliva viene raccolta a mano “brucatura”, che è indiscutibilmente il metodo migliore e anche il più costoso. Entro e non oltre le 24 ore, le olive dopo essere state lavate vengono molite a freddo nel nostro frantoio di famiglia e una volta ottenuta la pasta, essa viene “gramolata” per un determinato periodo di tempo che si aggira attorno ai 40-60 minuti circa, in modo da favorire la separazione delle molecole di acqua, da quelle dell’olio che si erano emulsionate durante la frangitura. Il nostro occhio esperto di frantoiano, saprà dirci quando la pasta è pronta, cioè quando iniziano ad affiorare sulla superficie delle goccioline di olio che, unendosi tra di loro, diventano ad un certo punto, visibili anche ad occhio nudo.

E poi…
Una volta che la pasta è pronta, viene fatta passare dentro una centrifuga ad asse orizzontale, il “decanter” , che sulla base dei diversi pesi specifici, separa le parti solide, cioè la sansa, da quelle liquide, cioè acqua e olio. Originariamente con il nonno Leonardo utilizzavamo il metodo antico, dove la pasta veniva inserita dentro dei contenitori a forma di disco, realizzati con fibre vegetali o sintetiche le cosiddette “coffe”. Il tutto poi veniva sottoposto ad elevate pressioni, in modo da fare fuoriuscire l’olio. Con il passare degli anni, le parti meccaniche del frantoio hanno iniziato a logorarsi e, trovando difficoltà nel trovare pezzi di ricambio, abbiamo creato un impianto di oleificio più all’avanguardia. L’ultima fase del processo sono i “separatori” che hanno il compito di separare totalmente l’acqua dall’olio. Infine l’olio viene posto nelle “GIARRE” di terracotta a riposare, successivamente l’olio sarà imbottigliato e pronto alla vendita.

Ricordi…
Fin da piccoli abbiamo vissuto la realtà di una vita legata alla natura e alla gestione dell’attività di famiglia. Per tale motivo abbiamo deciso di rimanere a Calatafimi-Segesta, dove gestiamo la nostra attività. Il lavoro non mancava e da sempre abbiamo dato una mano alla gestione dell’attività volendo così imparare il mestiere e cercando di imparare soprattutto dai singoli gesti di nostro nonno e nostro padre Carlo. Sono fiero di sottolineare “molto più” mio papà Carlo è stato lui la mente di tutta questa azienda! È stato un bravo combattente, per il lavoro che ha fatto e per la sua brutta malattia. Ha combattuto per 6 anni e ne uscito vincente perchè, nonostante oggi non c’è più, tutti lo ricordiamo come un vincitore! Mi manca tanto, ma so che un giorno lo rivedrò!

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Tagliariso, mondine, agricoltura 4.0 Paolo Dellarole racconta Santhià

Paolo Dellarole, coltiva il suo riso fin da quando era bambino. La terra fa parte dei suoi affetti più cari. Ma non c’è solo quella. Un’intervista lunga e interessante, dove, tratteggiando la vita di un uomo si racconta la storia di una terra e della risiculutura.

Da cosa nasce tutto?
La coltivazione della terra fa parte della storia della mia famiglia, sia dalla parte materna che paterna. Le nostre origini sono contadine. I miei nonni erano piccoli proprietari terrieri, sono divenuti poi affittuari e conduttori di altri terreni per la coltivazione.
Come tutte le famiglie di quei tempi, nel primo dopoguerra, erano molto numerose perché il lavoro nei campi richiedeva manodopera e a volte la superficie coltivata era troppo poca per consentire a tutti di avere un reddito e fu così che da Buronzo, mio nonno Medardo, classe 1903 e nonna Maria classe 1907 con i figli Carlo e la moglie Liliana (i miei genitori), i miei zii e le cugine, si trasferirono tutti a Santhià per condurre in affitto le cascine Nuova ed Ivo in località Pragilardo. Diciamo che da qui nasce tutto.
Solo Candido, lo zio primogenito, fu l’unico ad andare all’università. A quei tempi era difficile consentire a tutti i figli un’istruzione. Divenne professore di lettere, latino e greco.

Quanti anni avevi quando hai iniziato a lavorare?
Fin da piccolo ho vissuto la realtà di una vita legata alla natura e agli animali. A quei tempi molte aziende del territorio di Santhià allevavano anche il bestiame per la produzione di latte o carne. Anche noi avevamo infatti una stalla da latte che ci sosteneva insieme alla coltivazione dei campi di riso.
Il lavoro non mancava e quindi dall’età di 14 anni, quando tornavo da scuola, davo già una mano in azienda.
Volevo imparare il mestiere dell’agricoltore, anche se, come diceva mio nonno, bisogna “saper fare di conto”. Iniziai quindi ragioneria.
Finiti gli studi superiori, nel 1986 partii per la leva militare che allora era obbligatoria, lo racconto solo per ricordare che in quella circostanza ai militari, figli di agricoltori, veniva data la “licenza agricola” che consentiva di tornare a casa per 10 giorni in occasione delle semine e altrettanti giorni per il periodo dei raccolti, per aiutare la famiglia.
Finito il servizio militare, capii che volevo essere un agricoltore e in particolare un risicoltore.

Cosa significa essere un risicoltore?
In quegli anni mi avvicinai al mondo dell’associazionismo agricolo in particolare della Coltivatori Diretti, iscrivendomi al loro movimento giovanile ed entrando a far parte dell’associazione risicoltori piemontesi che si occupa di commercializzazione e stoccaggio del risone.
Grazie a queste due organizzazioni ho potuto crescere sia per la formazione professionale seguendo corsi organizzati su argomenti che spaziavano dall’informatica alla evoluzione della tecnica di coltivazione ma anche come esperienze di vita e culturali. Importanti sono stati i viaggi studio, dedicati al riso ovviamente, in Brasile, Uruguay e Argentina. Camargue in Francia. La Spagna nella zona di Siviglia. Ognuna di esse aveva tecniche diverse per la coltivazione e stoccaggio del risone.

In cosa si caratterizza la vostra realtà imprenditoriale?
Nel corso del tempo ci siamo specializzati nella produzione di riso da seme per alcune ditte sementiere e nella coltivazione di riso per il mercato nazionale ed europeo. Oggi il 50% della nostra superficie aziendale è destinata alla coltivazione di riso per il sushi, che negli ultimi anni è diventato un mercato in crescita.

Il riso non è stata la sua unica passione…
Nel corso degli  anni, proseguendo ho sempre dato ampio spazio la mia attività sindacale. Ho partecipato a quasi tutte le manifestazioni di protesta organizzate da Coldiretti. Sono stato in varie occasioni e nel tempo a Bruxelles, Strasburgo, Roma, Torino, Bologna , Brennero, Frejus, ecc. ecc ritenendo importante essere parte attiva verso le istituzioni nazionali ed europee per la rivendicazione di diritti o regole a difesa, o utili per l’agricoltura in generale. Per il vero cibo Made in Italy o per migliorare la competitività e il reddito delle aziende agricole e degli agricoltori.
Oggi dal 2011 ricopro la carica di presidente provinciale di Coldiretti Vercelli Biella, cosa non facile da conciliare con il lavoro in azienda, ma che svolgo volentieri per i principi in cui credo.
Ma la mia passione più grande c’è stata nel 1998, quando è nata mia figlia Gaia che oggi frequenta la facoltà di ingegneria biomedica a Torino, ma con mia grande soddisfazione vuole essere costantemente aggiornata su come vanno le cose in azienda, quindi il richiamo delle radici agricole è ben vivo in lei.

Da ieri a oggi cosa è cambiato nella coltivazione?
Da quando mio nonno coltivava i terreni è cambiato praticamente tutto se partiamo dal primo dopoguerra, l’Italia era distrutta e nelle campagne vi era molta povertà anche per la difficoltà e il rischio economico che comportava coltivare i terreni con l’uso di manodopera principalmente familiare e del bestiame. I terreni si aravano con i cavalli o con i buoi. L’Unità di misura, ancora oggi in uso fra agricoltori nel vercellese, è la “giornata piemontese” che corrisponde a “metri quadri 3810”, che rappresenta la superficie che un uomo, con una coppia di buoi  riusciva ad arare in una giornata di lavoro.
Quindi ancora oggi si sente dire “quante giornate coltivi tu”?
Oggi inoltre è possibile assicurare le coltivazioni dalle calamità atmosferiche, che seppur costoso, consente di mettersi al riparo dal rischio economico di perdere il raccolto.
Sviluppandosi la risicoltura è cresciuta molto anche l’industria ad essa  collegata, mentre ai tempi di mio nonno il consumo del riso in Italia era legato ai territori di produzione o serviva come base delle razioni militari, per fare un esempio. Oggi la risicoltura italiana fornisce, grazie all’industria risiera, che si è radicata sul mercato europeo più del 50% del fabbisogno di tutta Europa e con i suoi 218.000 ettari va a piazzarsi al primo posto tra i paesi produttori di riso in Europa e il Piemonte. E’ il territorio con la maggior superficie coltivata in Europa più di 110.000 ettari.

Quindi dai tempi di mio nonno tutto veniva svolto manualmente dalla lavorazione dei terreni alla semina che avveniva, cosa che molti non conoscono, con i campi già allagati. Si procedeva a piedi nudi nel fango con una cesta colma di seme di riso al braccio. A spaglio nell’acqua, si gettavano i semi, oppure si facevano dei vivai di piantine di riso seminate fitte fitte per poi prelevarle ad una certa epoca di sviluppo e legate in  piccoli mazzi, per andarle a trapiantare, una ad una, nei campi allagati. Quest’ultimo lavoro, come la monda delle infestanti, veniva svolto dalle “mondine” che tutti conosciamo per il noto film “Riso amaro” girato proprio nei territori piemontesi.
Quindi tantissima manodopera.
Le cascine in quegli anni erano delle vere e proprie comunità. Le più grandi, come Vettigne con il suo castello che si trova nel territorio di Santhiè erano addirittura considerate frazioni del comune per quanta gente ci abitava. Erano autosufficienti. Ci si produceva il pane, si allevavano animali da cortile per sfamare le famiglie e i lavoratori stagionali e come a Vettigne vi erano la chiesa, il cimitero e i dormitori per le mondine.
Anche il taglio e la raccolta del riso venivano fatti a mano dai così detti “tagliariso”.

Dal taglio del riso alla vendita?
Si formavano dei covoni, che trasportati con dei carretti nelle cascine,  venivano battuti a mano o con le prime trebbiatrici fisse, per separare la paglia dal risone, che veniva poi messo a essiccare sulle aie, al caldo del sole e dell’aria. Cosa che però comportava un costante rimescolamento del prodotto sempre eseguito a mano.
Successivamente veniva insaccato e trasportato nei magazzini caricandosi i sacchi sulle spalle.
Alla vendita del raccolto si faceva l’operazione contraria dai magazzini si trasportavano i sacchi, sempre a spalle, sui carretti trainati dai cavalli per portarli alle riserie.
Tutta la fatica e le condizioni di lavoro spiegano come, con l’avvento del crescente sviluppo industriale dell’Italia, anche dai nostri territori vi sia stato un esodo dalle campagne.
Chi è rimasto, come mio padre e la mia famiglia hanno però assistito ad un radicale e costante cambiamento del modo di lavorare nei campi. L’arrivo della meccanizzazione sempre più evoluta e della chimica hanno fatto si che le condizioni di lavoro migliorassero sempre più, riducendo parte della fatica e dei rischi, consentendo alle aziende di crescere e prosperare.

Agricoltura 4.0…
Io che proseguo in questa attività sto assistendo al passaggio, in quella che viene chiamata agricoltura 4.0, che in risicoltura viene adottata in maniera sempre crescente.
Consiste nell’applicare a macchine e attrezzature utilizzate, tecnologie satellitari e computerizzate che consentono una gestione sempre più precisa ed economica delle stesse.
Oggi grazie a queste tecnologie si possono mappare i terreni. In pratica con delle immagini satellitari e dei software appositi si analizza il vigore fogliare delle colture  in campo e da lì si individuano aree più fertili e meno fertili.
Si possono analizzare le colture e intervenire con ciò che necessitano sia a livello di fertilizzazione che diserbo in maniera molto mirata, metro quadro per metro quadro, riducendo l’uso sia di fertilizzanti che di fitofarmaci. Con un occhio al portafoglio e uno al rispetto dell’ambiente.
Per fare un esempio in molti casi il trattore o la mietitrebbia montano una guida automatica gestita da più satelliti e da un computer, in pratica guida lui. Quindi l’operatore deve solo controllare la guida al momento di svoltare nel campo e per il resto del tempo controllare i parametri e le impostazioni dell’attrezzo di semina, diserbo, concimazione o raccolta. Anch’essi comunque registrati da un pc .
Ciò permette di avere dati precisi sullo stato di fertilità dei terreni e delle colture e sui quantitativi raccolti in campo.
Il raccolto viene scaricato dalle mietitrebbia su rimorchi trainati dai trattori e trasportato in essiccatoi, anch’essi regolati da computer che portano il risone in maniera uniforme ad una umidità del 13% idonei a conservarlo per i mesi successivi ed inviato, quindi, con trasportatori appositi in silos o magazzini. Da qui, poi, una volta venduto il tutto, viene caricato sempre con trasportatori meccanici sui camion, con un uso ridotto di manodopera e quindi di fatica.

Quali sono i lavori manuali, se ancora ve ne sono?
Si può dire che gli unici lavori, a oggi manuali, senza uso di macchinari appositi, in risicoltura sono quelli legati al controllo e governo delle acque nelle camere di risaia che vanno svuotate e riempite, a seconda delle operazioni che si vogliono eseguire in campo. Eseguendo una regolazione manuale delle bocchette di entrata ed uscita delle acque. Gli argini delle camere di risaia inoltre vanno controllati e vigilati per evitare perdite d’acqua o falle causate da animali selvatici.
Quello della monda del riso, destinato alla riproduzione delle sementi per l’anno seguente, che richiede un occhio allenato e una cura particolare per evitare di eliminare la pianta sbagliata, è un altro dei lavori manuali in risaia.
Ancora oggi, avvalendosi di manodopera per lo più cinese, fa parte della loro cultura e hanno occhi allenati a questo tipo di operazione, le mondine di una volta sono ormai in pensione, il riso da seme viene selezionato attraverso uno o più passaggi in campo, procedendo a piedi per file parallele. Con un falcetto vengono tagliate le piante che non hanno le caratteristiche varietali di riferimento, per  altezza o dimensioni dei chicchi o perché trattasi di riso crodo, ovvero infestante che assomiglia al riso.

Ci racconti del rapporto con il sushi
Oggi come detto in precedenza uno dei settori in cui ci siamo introdotti e quello della produzione di riso per il sushi attraverso il contatto con altri risicoltori ed una società sementiera Sis (società italiana sementi) siamo venuti a conoscenza che una multinazionale giapponese la Jfc, stava cercando aziende, disposte a coltivare una varietà chiamata yume (in giapponese significa sogno), perché sembrava quasi un sogno coltivare in Italia un riso proveniente dal Giappone, così differente per clima e latitudine rispetto all’Italia. Dopo un lavoro di selezione e adattamento al nostro clima, eseguito dalla ditta sementiera, in collaborazione con un luminare della risicoltura giapponese il dott.Honda, si è riusciti a partire. Sotto l’occhio vigile di alcuni tecnici giapponesi, che periodicamente vengono in azienda a controllare lo sviluppo delle piantine, abbiamo iniziato questa avventura che ci sta dando buoni risultati produttivi. Così i partner giapponesi commercializzano il riso nei loro ristoranti di riferimento in Italia e in Europa, dove si può gustare un sushi di alta qualità.
Nei vari incontri che Jfc promuove con i loro produttori ho potuto stringere amicizie ed approfondire la conoscenza della cultura giapponese che ruota intorno al riso. Per esempio in Italia il consumo medio procapite di riso è di 5/6 chili anno in Giappone è di 5 chili al mese!  Il riso in Giappone e così importante da avere un suo ruolo simbolico in molti riti religiosi, nello scintoismo il riso e il sakè sono comunemente usati come offerte cerimoniali agli dei e agli antenati.

Un ricordo…
Tra gli aneddoti raccontati da mio padre o mio nonno, c’è questo che ricordo molto bene. All’epoca della semina, alla mattina, per poter seminare, bisognava aspettare che il sottile strato di ghiaccio che si era formato durante la notte sulle risaie allagate si sciogliesse, per poter far si che il seme potesse poi affondare sotto il pelo dell’acqua.
Sempre nella memoria di mio padre, rimane poi vivo il ricordo dell’atmosfera che c’era nelle cascine ai suoi tempi, quando erano popolate di famiglie di lavoratori e si ospitavano le mondine. Nonostante il lavoro fosse molto faticoso e stancante, non si perdeva però, lo spirito di festeggiare in allegria tutti insieme, suonando e ballando alla sera dopo il lavoro sulle aie dei cortili delle aziende.
Alla fine della mietitura del riso, ricorda, si usava fare la festa della ”curmura” o “curmaja” dove si invitavano lavoratori e parenti a pranzare tutti insieme intorno a un tavolo per festeggiare il buon esito dei raccolti, tradizione, che si è un po’ persa, ma che da vive anche nei miei ricordi di bambino per quanto fossero lunghe le tavolate di persone radunatesi per festeggiare.

Santhià, il riso e cos’altro?
Santhià non è solo riso, vi è tutta una parte del territorio dedicata a colture asciutte nella località Bosafarinera. A Mandria c’è da ammirare  l’architettura. Mandriotta e Moleto dove vi erano intere cascine che si dedicavano all’allevamento di bovini da carne e da latte, alla coltivazione di grano, orzo, mais, foraggi, soia e fagioli anch’esse popolate un tempo da numerose famiglie. Santhià è anche archeologia, qui sono state trovate alcune tombe romaniche del terzo secolo dopo Cristo ed i resti di un antica via romanica.

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Mesciu Cicciu: uno, nessuno e centomila

Dalla libera docenza universitaria in Storia Sociale dei Media alla cazzuola del muratore: un incontro entusiasmante, profondo e vero con Mesciu Cicciu Danieli.

Quanta Galatone c’è nel tuo percorso umano? Perché e come? Raccontamela.

Nel mio percorso umano, culturale, professionale – perché no – anche spirituale c’è Galatone a 360°. È la Galatone della storia, delle opere d’arte, della religiosità popolare appresa mano nella mano con mio papà Gaetano, fin da bambino. Un vero uomo di cultura, per quarant’anni professore di Lettere, che ha saputo far innamorare me e molti suoi alunni della Bellezza del territorio salentino e di Galatone nella fattispecie. Ho lasciato la mia città a tredici anni e vi ho fatto ritorno in maniera stabile a ventinove. Un lasso di tempo che mi ha consentito di aprire gli orizzonti – soprattutto grazie all’esperienza di studio della Storia e dell’Archeologia a Roma – e di liberarmi da riduttive visioni campanilistiche. Ma allo stesso tempo per rendermi conto di come la macrostoria sia la somma di ciascuna storia minore e di come la storia dell’arte universale sia un compendio di quella locale.

Trent’anni fa come lo immaginavi il tuo percorso professionale e umano?

Trent’anni fa non avevo neppure dieci anni e in me albergavano poche idee, ma ben confuse. Amavo molto la manualità dei mestieri antichi, passavo ore a rubare ogni singolo gesto dei vecchi artigiani, ma ero quasi sicuro di voler entrare in seminario per diventare prete. E in effetti, a venticinque anni, avrei raggiunto l’obiettivo. Per poi sentirmi stretto, non tanto nell’amatissima veste talare che avevo indossato fin dalla prima adolescenza, quanto piuttosto nell’obbedienza cieca verso qualcuno più fesso di me. Non un peccato di tracotanza, piuttosto un desiderio di libertà che solo la maturità mi avrebbe consentito di realizzare, contro ogni sicurezza e comodità.

Uomo di cultura, uomo di fatica, figlio, padre e marito. Come si incontrano in te tutti questi Mesciu Cicciu?

Per dirla con Pirandello, ognuno di noi è “uno, nessuno e centomila”. Come ogni umano, in me si condensa un’armonia di opposti, quanto meno un concentrato di sfumature. Cerco di pacificare quotidianamente i tanti Ciccio che abitano i me (sarà per questo che la mia mole è considerevole!), infondendo cultura nell’attività manuale che mi fa portare il pane a casa e rimanendo terra terra quando – svestiti gli abiti di fatica – mi ritrovo in cattedra all’Università o in giacca e cravatta a tenere una conferenza internazionale. Onoro più che posso mio padre e mia madre, mie radici adorate, innanzitutto con l’esserci per loro. Mentre supero gli insuccessi che cadenzano il cammino e gioisco dei traguardi raggiunti perché ogni mio pensiero, impegno e aspirazione sono rivolti a mia moglie Anna Rita e ai miei figli, Filippo e Angelo.

Quando parli della tua impresa, la definisci meridionale, come se fosse una caratteristica… quali sono i caratteri meridionali che ha la tua impresa?

Una piccola impresa meridionale. È il titolo di un bel film del 2013 di Rocco Papaleo. Sud è il prefisso di sudore. Da sempre, al di là di luoghi comuni e proclami politici, a Mezzogiorno si è guadagnato da mangiare col sudore della fronte. Sole, mare, vento, terra e pietre. Credo siano gli elementi caratteristici della mia terra e quindi della mia impresa edile. Piccola, perché siamo “solo” in tre a lavorarci. Impresa, perché Dio solo sa quanto sia arduo andare avanti. Meridionale, perché fortemente ancorata all’identità del mio popolo.

Tra l’Italia che soccombeva alla politica di Monti e quella di oggi, che salto si è fatto?

Chi ha voglia di lavorare non si aggrappa a scuse, non cerca capri espiatori e disdegna le scorciatoie. Un’impresa avviata sotto l’austerity del governo Monti credo abbia gli anticorpi per cavarsela perfino ai tempi del Covid-19. Certo, non riuscirò mai a comprendere la logica di chi ha ideato il reddito di cittadinanza, che in buona parte ha canonizzato, stipendiandolo, il dolce far nulla di molti fancazzisti. Gli stessi che trovo alle 6 di mattina seduti allo scalino di casa con la birra in mano quando esco per andare al lavoro e che ritrovo allo stesso modo alle 7 di sera quando mi ritiro. Gli stessi che – più per sfottò che per premura – mi consigliano di non lavorare troppo, ché non ne vale la pena.

Le volte in muratura… cosa sono, come si fanno… spiegamele.

Da sole non si fanno, bisogna saperle costruire. Occorre innanzitutto un’elevata conoscenza delle forze di carico e di spinta. Si devono assecondare le caratteristiche dei materiali da impiegare: il tufo salentino, il carparo, la pietra leccese. Tutte calcareniti risalenti al periodo miocenico, estratte nelle numerose cave di Terra d’Otranto. E poi bisogna essere maestri nel sagomare i pezzi, rigorosamente a mano, uno per uno, con gli strumenti antichi: la serra, la mannàra, la chiànula, lo squadretto. Vuoi mettere un’opera realizzata interamente alla vecchia maniera, la bellezza delle sue imperfezioni, con la fredda geometria di pezzi squadrati in quattro e quattr’otto con l’ausilio di mezzi meccanici? Ancora, bisogna applicare nella realizzazione delle volte leccesi in muratura i trucchi, le regole, le “malizie” che già i romani fecero propri, impiegando l’arco quale elemento principe delle loro architetture. Le stesse regole impiegate dai maestri medievali, con tutte le varianti del caso, nella costruzione delle volte a crociera nelle cattedrali gotiche.

Sei un romantico. Si evince da ciò che scrivi nei social. Raccontaci il tuo amore.

Sono un inguaribile romantico, molto con i piedi per terra. Credo più al voler bene che all’amore. Verso la mia compagna di vita, verso i figli, verso il lavoro. Verso me stesso, forse. Perché l’amore si affievolisce, spesso, insieme all’entusiasmo degli inizi, della novità. Il voler bene no. È superiore all’amore, perché è per sempre. Si prende cura a lunga scadenza. È nella salute e nella malattia, nella prosperità e nella miseria. Neppure la morte lo può spezzare. In un mondo di “I love you” senza misura e senza cognizione, io preferisco voler bene.

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Matelica, Cuba, il sigaro e il verdicchio… ed è festa!

Francesco Minetti, ideatore di uno degli eventi più particolari di Matelica, nelle Marche, si racconta a Fuoriporta.

Lei vive a Matelica, da sempre?
si sono originario di Matelica, dopo aver girovagato per l’Italia per qualche anno, a seguito del mio lavoro, sono tornato a vivere in questa splendida cittadina.

Quale è la storia che la lega a questa manifestazione, a Cuba e ai sigari?
La storia e’ lunga e ci vorrebbe un libro per raccontarla tutta. Essendo abbastanza “logorroico” cercherò’ di riassumerla. Ho cominciato ad appassionarmi al mondo dei sigari da metà degli anni ottanta. Il motivo scatenante è stato quello di smettere di fumare le “bionde”.
Questo mi ha portato a visitare i luoghi culto del mondo del tabacco e dal 2000 ho cominciato a frequentare assiduamente Cuba. Nella cui capitale, La Habana, si svolgono, da molti anni, due manifestazioni che sono le più’ importanti nel panorama sigarofilo mondiale: il Festival de l’Habano, che si svolge tradizionalmente a febbraio, e l’”Encuentro amigos de partagas” che coincide con il compleanno della città.
Dopo aver partecipato a queste manifestazioni sono stato coinvolto nell’organizzazione dell’Encuentro. Avendo maturato delle importanti amicizie nell’ambito, nel 2005 insieme ad altri 7 compagni d’avventura, fondammo il Cigar Club Matelica Don Alejandro Robaina.
Nel pensare ad una manifestazione che ci rappresentasse e che fungesse da “compleanno” decidemmo di “inventare” una versione italiana dell’Encuentro amigos de partagas en Italia.
Oggi a distanza di 15 anni, la nostra manifestazione si è posizionata al secondo posto tra le più importanti attività legate al mondo del sigaro cubano.
E’ addirittura incredibile che superato anche la versione originale dell’evento, diventando un punto di riferimento mondiale.
Ogni anno abbiamo più di 2.000 persone provenienti da almeno 40 paesi differenti, fuori dall’Italia!

Perché Matelica, Cuba e sigari, quale è la relazione che c’è tra questi 3 attori?
Perché’ Matelica? perché’ qui esiste il Cigar Club più’ importante d’Italia e perché ci vivo io, che sono il fondatore e quindi più’ facile da realizzare, giocando in casa! Inoltre le piccole e raccolte dimensioni del borgo permettono di coinvolgere tutta la cittadinanza. Perché Cuba? Perchè è il luogo simbolo del sigaro e del miglior tabacco al mondo. Don Alejandro Robaina, il più famoso produttore di tabacco a Cuba, a cui abbiamo insignito il club, soleva dire “quando Dio ha deciso dove fare il Barolo ha scelto l’Italia, quando ha deciso per il tabacco ha puntato il dito su Cuba”. Matelica, Cuba e sigari, lega questi 3 attori, alla fine, una rappresentano una passione comune. Poi c’è l’amore incondizionato tra due paesi che derivano dalla stessa radice culturale latina. Il sigaro non è solo un manufatto da fumare, ma un oggetto con una storia dietro che attraverso 70 passaggi tutti manuali viene dalla terra esattamente come il verdicchio. Entrambi hanno tanto da raccontare.

Cosa accade nella manifestazione, ogni evento ha con se una magia, che rende possibile emozionare la gente, quale è la magia della sua manifestazione?
La magia è data dai partecipanti, vedere un granmelot di lingue, culture, fa comprendere quanto l’atto culturale permea la gente. Alla fine il sigaro è solamente il fil rouge che lega tutti. In questi 15 anni abbiamo compreso come per molti questo evento diventa un momento irrinunciabile. Persone che si incontrano una volta l’anno a Matelica per il nostro evento, provenendo dalle più svariate località: Russia, Cina, Paesi arabi, Nuova Zelanda, Giappone, Australia, USA, Messico e chiaramente Cuba, ma è il nostro evento a rende tutti uguali, perché tutti con una passione in comune. Ormai Matelica è divenuto un luogo irrinunciabile. Non esiste una ricetta. Certamente creiamo un mix tra attività culturali. Tecniche degustative e divertimento, accompagnando tutto con grandi personaggi, famosi cantanti o persone legate al mondo del sigaro, del ron e del verdicchio.

Con il Covid, cosa avete fatto per continuare a far parlare di voi?
Dover annullare e rinviare la manifestazione di un anno è stato un atto dovuto e doloroso. Per far si che la gente mantenesse vivo l’interesse sulla manifestazione abbiamo deciso di inventare un incontro virtuale che si fondasse su tre puntate, come notoriamente 3 erano le serate clou della festa.
Onde evitare di ricadere sul solito ZOOM, ormai molto di moda nella comunità digitale, abbiamo creato un format televisivo. Una vera e propria trasmissione in webinair dove in un ipotetico studio una coppia di presentatori si interfacciano in registrato o in vivo con i tanti personaggi che hanno fatto la storia di questo evento. Tre puntate con tre temi diversi, con tre coppie di presentatori rigorosamente scelti tra i partecipanti, con interventi dai più svariati paesi. Aspetti ludici e culturali, come l’intervento da Cuba dei Maestri Roneri o dei grandi personaggi legati al sigaro, di cantanti. Presentazioni di abbinamenti virtuali tra sigaro e champagne, Ron, Verdicchio. L’intervento di chef cubani e italiani che normalmente cucinano per la festa. E molto altro ancora.

Mi racconti qualcosa del suo territorio, delle tipicità di Matelica, della bellezza del vivere in un borgo marchigiano.
Matelica è una città con tanta storia e senza tempo. Vivere in questa città è difficile da spiegare. Ogni angolo, anfratto, racconta qualcosa di se. Abbracciata da verdi colline, ricche di vegetazione e vigneti, racconta le sue origini, più antiche di Roma stessa. I ritmi lenti, mai esasperati, l’amicizia, il conoscersi tutti, l’affrontare tutto, anche le paure ma con un sentimento sociale. Matelica è la rappresentazione di tanti borghi che rendono l’Italia unica al mondo, invidiata, odiata, vezzeggiata ma amata incondizionatamente.