Mesciu Cicciu: uno, nessuno e centomila

Dalla libera docenza universitaria in Storia Sociale dei Media alla cazzuola del muratore: un incontro entusiasmante, profondo e vero con Mesciu Cicciu Danieli.

Quanta Galatone c’è nel tuo percorso umano? Perché e come? Raccontamela.

Nel mio percorso umano, culturale, professionale – perché no – anche spirituale c’è Galatone a 360°. È la Galatone della storia, delle opere d’arte, della religiosità popolare appresa mano nella mano con mio papà Gaetano, fin da bambino. Un vero uomo di cultura, per quarant’anni professore di Lettere, che ha saputo far innamorare me e molti suoi alunni della Bellezza del territorio salentino e di Galatone nella fattispecie. Ho lasciato la mia città a tredici anni e vi ho fatto ritorno in maniera stabile a ventinove. Un lasso di tempo che mi ha consentito di aprire gli orizzonti – soprattutto grazie all’esperienza di studio della Storia e dell’Archeologia a Roma – e di liberarmi da riduttive visioni campanilistiche. Ma allo stesso tempo per rendermi conto di come la macrostoria sia la somma di ciascuna storia minore e di come la storia dell’arte universale sia un compendio di quella locale.

Trent’anni fa come lo immaginavi il tuo percorso professionale e umano?

Trent’anni fa non avevo neppure dieci anni e in me albergavano poche idee, ma ben confuse. Amavo molto la manualità dei mestieri antichi, passavo ore a rubare ogni singolo gesto dei vecchi artigiani, ma ero quasi sicuro di voler entrare in seminario per diventare prete. E in effetti, a venticinque anni, avrei raggiunto l’obiettivo. Per poi sentirmi stretto, non tanto nell’amatissima veste talare che avevo indossato fin dalla prima adolescenza, quanto piuttosto nell’obbedienza cieca verso qualcuno più fesso di me. Non un peccato di tracotanza, piuttosto un desiderio di libertà che solo la maturità mi avrebbe consentito di realizzare, contro ogni sicurezza e comodità.

Uomo di cultura, uomo di fatica, figlio, padre e marito. Come si incontrano in te tutti questi Mesciu Cicciu?

Per dirla con Pirandello, ognuno di noi è “uno, nessuno e centomila”. Come ogni umano, in me si condensa un’armonia di opposti, quanto meno un concentrato di sfumature. Cerco di pacificare quotidianamente i tanti Ciccio che abitano i me (sarà per questo che la mia mole è considerevole!), infondendo cultura nell’attività manuale che mi fa portare il pane a casa e rimanendo terra terra quando – svestiti gli abiti di fatica – mi ritrovo in cattedra all’Università o in giacca e cravatta a tenere una conferenza internazionale. Onoro più che posso mio padre e mia madre, mie radici adorate, innanzitutto con l’esserci per loro. Mentre supero gli insuccessi che cadenzano il cammino e gioisco dei traguardi raggiunti perché ogni mio pensiero, impegno e aspirazione sono rivolti a mia moglie Anna Rita e ai miei figli, Filippo e Angelo.

Quando parli della tua impresa, la definisci meridionale, come se fosse una caratteristica… quali sono i caratteri meridionali che ha la tua impresa?

Una piccola impresa meridionale. È il titolo di un bel film del 2013 di Rocco Papaleo. Sud è il prefisso di sudore. Da sempre, al di là di luoghi comuni e proclami politici, a Mezzogiorno si è guadagnato da mangiare col sudore della fronte. Sole, mare, vento, terra e pietre. Credo siano gli elementi caratteristici della mia terra e quindi della mia impresa edile. Piccola, perché siamo “solo” in tre a lavorarci. Impresa, perché Dio solo sa quanto sia arduo andare avanti. Meridionale, perché fortemente ancorata all’identità del mio popolo.

Tra l’Italia che soccombeva alla politica di Monti e quella di oggi, che salto si è fatto?

Chi ha voglia di lavorare non si aggrappa a scuse, non cerca capri espiatori e disdegna le scorciatoie. Un’impresa avviata sotto l’austerity del governo Monti credo abbia gli anticorpi per cavarsela perfino ai tempi del Covid-19. Certo, non riuscirò mai a comprendere la logica di chi ha ideato il reddito di cittadinanza, che in buona parte ha canonizzato, stipendiandolo, il dolce far nulla di molti fancazzisti. Gli stessi che trovo alle 6 di mattina seduti allo scalino di casa con la birra in mano quando esco per andare al lavoro e che ritrovo allo stesso modo alle 7 di sera quando mi ritiro. Gli stessi che – più per sfottò che per premura – mi consigliano di non lavorare troppo, ché non ne vale la pena.

Le volte in muratura… cosa sono, come si fanno… spiegamele.

Da sole non si fanno, bisogna saperle costruire. Occorre innanzitutto un’elevata conoscenza delle forze di carico e di spinta. Si devono assecondare le caratteristiche dei materiali da impiegare: il tufo salentino, il carparo, la pietra leccese. Tutte calcareniti risalenti al periodo miocenico, estratte nelle numerose cave di Terra d’Otranto. E poi bisogna essere maestri nel sagomare i pezzi, rigorosamente a mano, uno per uno, con gli strumenti antichi: la serra, la mannàra, la chiànula, lo squadretto. Vuoi mettere un’opera realizzata interamente alla vecchia maniera, la bellezza delle sue imperfezioni, con la fredda geometria di pezzi squadrati in quattro e quattr’otto con l’ausilio di mezzi meccanici? Ancora, bisogna applicare nella realizzazione delle volte leccesi in muratura i trucchi, le regole, le “malizie” che già i romani fecero propri, impiegando l’arco quale elemento principe delle loro architetture. Le stesse regole impiegate dai maestri medievali, con tutte le varianti del caso, nella costruzione delle volte a crociera nelle cattedrali gotiche.

Sei un romantico. Si evince da ciò che scrivi nei social. Raccontaci il tuo amore.

Sono un inguaribile romantico, molto con i piedi per terra. Credo più al voler bene che all’amore. Verso la mia compagna di vita, verso i figli, verso il lavoro. Verso me stesso, forse. Perché l’amore si affievolisce, spesso, insieme all’entusiasmo degli inizi, della novità. Il voler bene no. È superiore all’amore, perché è per sempre. Si prende cura a lunga scadenza. È nella salute e nella malattia, nella prosperità e nella miseria. Neppure la morte lo può spezzare. In un mondo di “I love you” senza misura e senza cognizione, io preferisco voler bene.

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Matelica, Cuba, il sigaro e il verdicchio… ed è festa!

Francesco Minetti, ideatore di uno degli eventi più particolari di Matelica, nelle Marche, si racconta a Fuoriporta.

Lei vive a Matelica, da sempre?
si sono originario di Matelica, dopo aver girovagato per l’Italia per qualche anno, a seguito del mio lavoro, sono tornato a vivere in questa splendida cittadina.

Quale è la storia che la lega a questa manifestazione, a Cuba e ai sigari?
La storia e’ lunga e ci vorrebbe un libro per raccontarla tutta. Essendo abbastanza “logorroico” cercherò’ di riassumerla. Ho cominciato ad appassionarmi al mondo dei sigari da metà degli anni ottanta. Il motivo scatenante è stato quello di smettere di fumare le “bionde”.
Questo mi ha portato a visitare i luoghi culto del mondo del tabacco e dal 2000 ho cominciato a frequentare assiduamente Cuba. Nella cui capitale, La Habana, si svolgono, da molti anni, due manifestazioni che sono le più’ importanti nel panorama sigarofilo mondiale: il Festival de l’Habano, che si svolge tradizionalmente a febbraio, e l’”Encuentro amigos de partagas” che coincide con il compleanno della città.
Dopo aver partecipato a queste manifestazioni sono stato coinvolto nell’organizzazione dell’Encuentro. Avendo maturato delle importanti amicizie nell’ambito, nel 2005 insieme ad altri 7 compagni d’avventura, fondammo il Cigar Club Matelica Don Alejandro Robaina.
Nel pensare ad una manifestazione che ci rappresentasse e che fungesse da “compleanno” decidemmo di “inventare” una versione italiana dell’Encuentro amigos de partagas en Italia.
Oggi a distanza di 15 anni, la nostra manifestazione si è posizionata al secondo posto tra le più importanti attività legate al mondo del sigaro cubano.
E’ addirittura incredibile che superato anche la versione originale dell’evento, diventando un punto di riferimento mondiale.
Ogni anno abbiamo più di 2.000 persone provenienti da almeno 40 paesi differenti, fuori dall’Italia!

Perché Matelica, Cuba e sigari, quale è la relazione che c’è tra questi 3 attori?
Perché’ Matelica? perché’ qui esiste il Cigar Club più’ importante d’Italia e perché ci vivo io, che sono il fondatore e quindi più’ facile da realizzare, giocando in casa! Inoltre le piccole e raccolte dimensioni del borgo permettono di coinvolgere tutta la cittadinanza. Perché Cuba? Perchè è il luogo simbolo del sigaro e del miglior tabacco al mondo. Don Alejandro Robaina, il più famoso produttore di tabacco a Cuba, a cui abbiamo insignito il club, soleva dire “quando Dio ha deciso dove fare il Barolo ha scelto l’Italia, quando ha deciso per il tabacco ha puntato il dito su Cuba”. Matelica, Cuba e sigari, lega questi 3 attori, alla fine, una rappresentano una passione comune. Poi c’è l’amore incondizionato tra due paesi che derivano dalla stessa radice culturale latina. Il sigaro non è solo un manufatto da fumare, ma un oggetto con una storia dietro che attraverso 70 passaggi tutti manuali viene dalla terra esattamente come il verdicchio. Entrambi hanno tanto da raccontare.

Cosa accade nella manifestazione, ogni evento ha con se una magia, che rende possibile emozionare la gente, quale è la magia della sua manifestazione?
La magia è data dai partecipanti, vedere un granmelot di lingue, culture, fa comprendere quanto l’atto culturale permea la gente. Alla fine il sigaro è solamente il fil rouge che lega tutti. In questi 15 anni abbiamo compreso come per molti questo evento diventa un momento irrinunciabile. Persone che si incontrano una volta l’anno a Matelica per il nostro evento, provenendo dalle più svariate località: Russia, Cina, Paesi arabi, Nuova Zelanda, Giappone, Australia, USA, Messico e chiaramente Cuba, ma è il nostro evento a rende tutti uguali, perché tutti con una passione in comune. Ormai Matelica è divenuto un luogo irrinunciabile. Non esiste una ricetta. Certamente creiamo un mix tra attività culturali. Tecniche degustative e divertimento, accompagnando tutto con grandi personaggi, famosi cantanti o persone legate al mondo del sigaro, del ron e del verdicchio.

Con il Covid, cosa avete fatto per continuare a far parlare di voi?
Dover annullare e rinviare la manifestazione di un anno è stato un atto dovuto e doloroso. Per far si che la gente mantenesse vivo l’interesse sulla manifestazione abbiamo deciso di inventare un incontro virtuale che si fondasse su tre puntate, come notoriamente 3 erano le serate clou della festa.
Onde evitare di ricadere sul solito ZOOM, ormai molto di moda nella comunità digitale, abbiamo creato un format televisivo. Una vera e propria trasmissione in webinair dove in un ipotetico studio una coppia di presentatori si interfacciano in registrato o in vivo con i tanti personaggi che hanno fatto la storia di questo evento. Tre puntate con tre temi diversi, con tre coppie di presentatori rigorosamente scelti tra i partecipanti, con interventi dai più svariati paesi. Aspetti ludici e culturali, come l’intervento da Cuba dei Maestri Roneri o dei grandi personaggi legati al sigaro, di cantanti. Presentazioni di abbinamenti virtuali tra sigaro e champagne, Ron, Verdicchio. L’intervento di chef cubani e italiani che normalmente cucinano per la festa. E molto altro ancora.

Mi racconti qualcosa del suo territorio, delle tipicità di Matelica, della bellezza del vivere in un borgo marchigiano.
Matelica è una città con tanta storia e senza tempo. Vivere in questa città è difficile da spiegare. Ogni angolo, anfratto, racconta qualcosa di se. Abbracciata da verdi colline, ricche di vegetazione e vigneti, racconta le sue origini, più antiche di Roma stessa. I ritmi lenti, mai esasperati, l’amicizia, il conoscersi tutti, l’affrontare tutto, anche le paure ma con un sentimento sociale. Matelica è la rappresentazione di tanti borghi che rendono l’Italia unica al mondo, invidiata, odiata, vezzeggiata ma amata incondizionatamente.

Tra app e tecnologie Zofia si racconta nella sua Torino

Simpatia, schiettezza, una proprietà di linguaggio che ci ha affascinato, una carica empatica notevole, lei è Zofia, una chimica con la passione per le tecnologie e per l’Italia. Ha creato, insieme a suo marito Paolo l’azienda Digital Taps. Ne parliamo nella rubrica “Le storie della Terra” perché nella sua storia c’è quella autentica genuinità che ci fa apprezzare il nostro Paese.

Perché hai scelto l’Italia?

Questo può sembrare strano, non sono stata io a scegliere l’Italia ma in un certo senso è l’Italia che ha scelto me. La mia è una semplice storia d’amore. Paolo ed io ci siamo conosciuti su Internet con il comune intento di esercitare un po’ la lingua inglese. Ci siamo scambiati le e-mail per comunicare in quella lingua e così è nata un’amicizia e, con il tempo, qualcosa di più. Visto che era difficile vivere a distanza, abbiamo poi deciso di sposarci: è così che sono finita a Torino, città in cui vivo da 17 anni.

Raccontare l’Italia ai polacchi, raccontaci come si fa…

Prima di venire in Italia non conoscevo l’italiano e conoscevo solo l’inglese. Conoscere la lingua del posto in cui vivo è molto importante per me: ho iniziato quindi ad imparare l’italiano in modo intensivo. Durante questo percorso ho iniziato a leggere libri di autori italiani, a volte romanzi, a volte biografie di famosi personaggi storici ed artisti. Per conoscere il background storico ho iniziato anche a sfogliare libri che parlavano di storia. Torino è una città ricchissima di storia, è anche stata la prima capitale d’Italia: è da qui che è venuto il re d’Italia.
Inoltre ci sono l’arte e l’architettura a portata di mano, pronta per essere esplorate combinando il tutto con la conoscenza ottenuta dai libri: residenze sabaude, borghi, musei, residenze reali, tutto a portata di mano.
Gite turistiche, esplorazioni, ricerca di curiosità, tutto questo è diventato un modo per passare il tempo libero per me e per tutta la famiglia. Nel tempo libero i brevi viaggi fuori città, nelle piccole e intime cittadine piemontesi, sono diventati una spinta per l’approfondimento della conoscenza della storia di questa zona.
Mi sono resa conto che conoscere i luoghi, la loro storia, le persone che hanno vissuto qui è la cosa che ti lega al posto dove vivi. Questo è importante per me, una persona che non è vissuta qui fin dalla nascita. Questo ti fa capire meglio le persone ed il loro comportamento.

Un ulteriore elemento che favorisce i viaggi e le visite turistiche è il fatto che in famiglia ci piace fotografare. I luoghi che visitiamo sembrano fatti apposta per essere fotografati. Paesaggi bellissimi, fiori sui balconi, piazze principali delle città illuminate dal sole sono oggetti ideali da immortalare.

Torino è anche la città dalle mille curiosità, una città misteriosa, una città di grandi santi, un luogo dove si trova la Sindone.

Come si può non essere coinvolti da una tale ricchezza?
Due anni fa è nata l’idea di iniziare a scrivere un blog in polacco per diffondere la conoscenza del Piemonte in particolare e l’Italia in generale tra i polacchi.
Ho chiamato il mio blog Włoski Punkt Widzenia (letteralmente Punto di Vista Italiano) – www.wloskipunkt.pl perché vivendo in Italia ho una prospettiva culturale leggermente diversa sul mondo che mi circonda, è il modo di vedere la realtà italiana con gli occhi di un polacco.

Come sei entrata nel mood italiano?

Naturalmente, senza la conoscenza della lingua, si viene privati della possibilità di comunicare con gli altri. Cultura e tradizioni lontane dalla propria sono cose che non si imparano da un giorno all’altro. I polacchi sono per natura meno espansivi e forse anche più rigidi degli italiani. Un grande aiuto per superare questa barriera è stato dato dalla nascita di mio figlio. Sono stata molto piacevolmente sorpresa dall’atteggiamento delle persone con cui mi capitava di parlare erano molto gentili e sinceri: questo mi ha aiutato ad aprirmi alle persone e a parlare con loro. I polacchi sono più timidi, meno vivaci nel mostrare i loro sentimenti. È stato il periodo della maternità ad avvicinarmi allo “stile italiano” di essere: sono meno timida e contagiata dal tipico ottimismo italiano. Ora posso dire di essere pienamente italianizzata.

La tua storia d’amore… tuo marito… una cucina diversa…

La mia famiglia è un incontro di due culture diverse ma neanche poi così tanto. A casa usiamo due lingue: il polacco e l’italiano. Non ho mai smesso di studiare l’italiano e mio marito il polacco. Lo facciamo per noi stessi, certo, ma anche per nostro figlio, perché pensiamo che la conoscenza delle lingue abbia un grande futuro.
La storia d’amore è intrecciata a quella professionale. Del resto ci siamo conosciuti su internet quando era ancora sconosciuta a molti e molto diversa da quello che è oggi. Il 2007 è stato un anno molto importante per noi: è l’anno di nascita di nostro figlio Gabriele. Per il resto del mondo è solo l’anno in cui è stato presentato il primo iPhone, dispositivo che ha fatto la storia. Da buoni appassionati di tecnologia, tra un pannolino e un omogeneizzato, siamo riusciti anche a seguire le novità che hanno inciso sulla nostra vita professionale.
Da allora abbiamo iniziato a utilizzare i nuovi dispositivi che via via si sono affacciati sul mercato e, anche grazie a Gabriele, le idee per la creazione di nuove applicazioni hanno cominciato a concretizzarsi. Abbiamo così iniziato a pensare alle app per bambini perché da genitori sentivamo il doppio impulso nel non demonizzare queste tecnologie ma anche di avere app adatte all’età del bambino. Oltre a questo ci sono i nostri interessi che hanno dato vita ad app di enigmistica e per i trasporti pubblici.

Per quel che riguarda la cucina, devo dire che questo argomento non mi ha mai particolarmente affascinato. A volte cucinava mio marito, a volte si preparava la pasta con il sugo pronto, mangiavamo spesso fuori con gli amici.
Dopo la nascita di Gabriele la situazione è cambiata: è risaputo che un bambino ha bisogno di una alimentazione sana e della cucina casalinga. Questa è stata una vera svolta nella mia vita: in breve tempo ho dovuto prendere confidenza con padelle e tegami.
Certo, in Italia non è difficile, perché non conosco nessun italiano a cui non interessi la cucina: non è infrequente ascoltare uomini in pausa durante il lavoro parlare di ricette, cosa quasi impossibile in Polonia. Così ho iniziato a chiedere ricette e consigli a mamme e nonne degli amichetti di Gabriele. Ho trovato anche un grande sostegno da parte delle persone dei piccoli negozi di zona, dal macellaio sempre prodigo di consigli ed indicazioni utili al negozietto di alimentari. Tutti sono sempre disponibili a dare consigli su come cucinare quello che compro. Questo è stato di grande aiuto per me, anche se adesso so cucinare meglio sono sempre in cerca di consigli e suggerimenti.

Anche diversi canali culinari su YouTube sono di grande aiuto. Anche in questo caso lo spunto è arrivato dalle attività professionali: sviluppiamo anche skill per Alexa e non può mancare un Echo Show in cucina. In questo molto è molto comodo l’accesso a YouTube e a skill di ricette: così ho imparato a cucinare molte cose, a partire dal più semplice ragù, polpette, torte salate fino a pesce e arrosti… la lista è già piuttosto lunga.

Nell’ambito dei nostri viaggi cerchiamo spesso anche di partecipare a sagre organizzate da piccoli centri dove si possono gustare molte squisitezze preparate in modo tradizionale. Durante una di queste gite ho potuto osservare la preparazione di una prelibatezza piemontese che non avevo mai provato ma di cui conoscevo solo il nome: lo zabaione. Un altro modo per avvicinarmi alla cucina tradizionale italiana.

Dopo essermi aperta alla cucina e dopo aver imparato a preparare quasi esclusivamente piatti italiani, a volte ho anche nostalgia della cucina polacca. Per questo motivo preparo anche piatti della cucina polacca per ricordare altri gusti e introdurre nuove varietà. Spesso facciamo naleśniki – una sorta di crepes dolci o salate, i pierogi – che assomigliano agli agnolotti pasta ripiena fatta a mano, szarlotka – una torta di mele, sernik – una torta preparata con un formaggio simile alla ricotta.

Quale il piatto che ti piace di più?

Da quando vivo in Italia, ho compreso l’importanza della cultura del cibo. Non si tratta solo di mettere un boccone gustoso in bocca. È un’intera filosofia che parte dalla coltivazione, della cura, della produzione e delle selezione dei prodotti, siano essi vino, olio o formaggio. Per me questo è il modo per gli italiani di esprimere il loro amore per il proprio paese, per la propria regione e per la propria città. In Polonia si dice che la cucina italiana sia una delle migliori al mondo e per molti è la migliore. Spesso mi chiedono il motivo di questa nomea. Questo è il risultato della cura di tutta la filiera: dalla coltivazione della terra fino alla presentazione sul piatto. Tutto è importante per il risultato finale.

Il tuo e vostro lavoro, le tue app… raccontaci

Lavorare insieme è stata la naturale evoluzione delle nostre passioni e dei lunghi momenti passati a discutere di idee e possibilità: questo ci ha convinto del fatto che possiamo lavorare insieme. Cosa non ovvia e scontata. Paolo è un vulcano di idee e mi ha contagiato con la sua passione per le nuove tecnologie. Lui è un ingegnere informatico, quindi era ovvio quali sarebbero state le sue responsabilità. Io ho la visione analitica della realtà ottenuta attraverso la mia laurea in chimica ed un master in marketing. Questa preparazione mi ha aiutato ad entrare nel mondo delle applicazioni: ho iniziato così a produrre i contenuti richieste dalle nostre app.
Dopo le app, che comunque continuiamo a produrre, abbiamo seguito l’evoluzione tecnologica che ha portato all’arrivo sul mercato degli assistenti vocali. Si tratta di dispositivi molto affascinanti che ci interessano e stanno comparendo via via nelle case e sono sempre più diffusi. In Italia in particolare i dispositivi Amazon con l’assistente vocale Alexa hanno avuto un grandissimo successo. Spesso parlo con Alexa in cucina, le chiedo di presentare ricette, di leggere un libro della mia collezione di ebook o semplicemente di spiegarmi il significato di una parola che non conoscevo.

La nostra azienda si chiama Digital Taps (www.digitaltaps.it) e la nostra offerta comprende applicazioni per bambini come le fiabe classiche rese però interattive, app per colorare, app per studiare le tabelline. Inoltre c’è la nostra produzione storica di app per il trasporto pubblico, prima fra tutte Bus Torino (è stata l’app da cui è partito tutto circa 10 anni fa) e le app di Enigmistica per cui produco personalmente i contenuti.

Come vivete questo periodo di pandemia?

Come sempre, lavorando. Siamo fortunati perché lavoriamo a casa: a noi bastano un computer, una buona connessione a internet e una testa piena di idee. Anche se dobbiamo ammettere che l’attuale situazione ha influenzato il nostro umore ed il nostro equilibrio. Un elemento a cui ci siamo dovuti adattare è la chiusura delle scuole e la necessità di sostenere Gabriele nello studio vista la novità della scuola a distanza. A 13 anni non si ha la disciplina e l’abitudine all’organizzazione richieste dall’istruzione a distanza. Tuttavia con il tempo e dopo molti tentativi, abbiamo trovato un nuovo equilibrio: tutto grazie alle vecchie abitudini e alla forza che da sempre caratterizza la nostra famiglia. Abbiamo tirato fuori i Lego dall’armadio e abbiamo iniziato a costruire insieme, come ai vecchi tempi.

I Filomeniani, le tradizioni a Mugnano del Cardinale

Nei giorni scorsi ci siamo imbattuti in una storia che ci ha colpito molto… e noi siamo sempre alla ricerca di emozioni da condividere con voi…

Abbiamo “incontrato” un gruppo di ragazzi di Mugnano del Cardinale, un paesino ai piedi del Parco Regionale del Partenio in provincia di Avellino, conosciuto per il Santuario di Santa Filomena… che è la vera protagonista di questa storia.

Loro infatti si chiamano i ‘’Filomeniani’’ come omaggio alla Santa e Protomartire Filomena, protettrice del Sud, venerata per la sua purezza da sovrani, papi, e personaggi illustri. Ci tengono a sottolineare!

I ragazzi sono tutti giovanissimi, molti non hanno nemmeno 18 anni. Pellegrino, uno del gruppo, ci ha raccontato la loro passione per la santa.

Come nasce questo gruppo?

I Filomeniani nascono in occasione del Maio, tradizionale festa di origini pagane che si svolge il 10 gennaio per ricordare la nascita di Santa Filomena. Un appuntamento dove si fondano sacro e profano.Una festa molto attesa dai cittadini, ma che attira curiosi e fedeli da tutta l’Italia. Uomini, donne e bambini partecipano alla festa che si sviluppa lungo un tragitto dove alcune “squadre” organizzate trascinano dei tronchi di faggi o castagni, accuratamente selezionati, a mano, con delle funi, dalla montagna del Litto (straordinario relitto di epoca glaciale) fino al Santuario, per rendere omaggio alla Santa.

Chi era Filomena?

Filomena era la bellissima principessa dell’isola di Corfù, nata circa il 10 gennaio 290 d. C. A 13 anni il padre la portò a Roma per incontrare l’imperatore Diocleziano che minacciava guerra al suo regno. Diocleziano si invaghì subito di Filomena e le offrì il trono di imperatrice di Roma. Ella però a 11 anni fece voto di castità a Dio e rifiutò il matrimonio, motivo per il quale venne imprigionata. Dopo 37 giorni di carcere le apparve la Vergine Maria ad annunciarle che, trascorsi 40 giorni, sarebbe stata esposta a vari martiri, uscendone però indenne. E così fu: esposta nuda alla flagellazione, il giorno successivo fu miracolosamente sanata; condannata al martirio delle frecce, queste tornarono indietro uccidendo gli arcieri; legatale un’ancora al collo e gettata nel Tevere, gli Angeli spezzarono la corda salvandola, fin quando Diocleziano la fece decapitare il 10 agosto del 302 d.C.

Nel 1802 vennero ritrovati i suoi resti nelle Catacombe di Priscilla e il sacerdote Francesco de Lucia ottenne da Pio VII il corpo della santa e un’ampolla del suo sangue.

Nel 1837 venne reso pubblico il suo culto da Papa Leone IX e quasi simultaneamente il devotissimo Ferdinando II di Borbone la fece copatrona del Regno. Suoi simboli sono la Palma del Martirio, le frecce e l’ancora in ricordo della sua incrollabile fede e delle pene che dovette subire immolando la sua esistenza a Dio, ancora oggi nel Santuario si respira quell’aria di misticismo e di profonda fede che richiama migliaia di persone da tutto il mondo.

Quando avviene la celebrazione della santa?

La data più significativa è il 10 agosto di ogni anno, è il giorno in cui si ricorda il martirio di Santa Filomena.

I protagonisti di questa ritualità festiva sono i “battenti”: si tratta di fedeli così chiamati per il fatto che battono continuamente i piedi a terra in modo ritmico e cadenzato. Sono scalzi e indossano un costume tradizionale costituito da canottiera e pantaloni bianchi e da una fascia rossa in vita (i colori della purezza e del martirio), annodata al fianco con la scritta Santa Filomena, in onore della Santa.

I battenti, che vengono a piedi dai paesi limitrofi, arrivano in mattinata al santuario di Santa Filomena, posto nella piazza principale, portando offerte come mazzi di fiori, ceri e “toselli” ovvero costruzioni simboliche di dimensioni e forme diverse, decorate con nastri, carta, conchiglie. Alcuni portano la grande statua della Santa.

Il “capo paranza” al suono di una trombetta dirige la marcia. I devoti salgono in ginocchio la scalinata di accesso al santuario, avanzando, sempre in ginocchio, o carponi, fino all’altare. Si avvicinano alla statua raffigurante la Santa e si abbandonano a pianti, preghiere, invocazioni.

Le tradizioni non muoiono mai, il fatto che un gruppo di giovanissimi si dedichi con tutta questa passione è la prova che il nostro Paese le manterrà sempre vive, a qualsiasi costo. Guerra o non guerra. Covid o non Covid. L’Italia delle tradizioni resiste.

Altre info sui Filomeniani le trovate https://www.facebook.com/Filomeniani/?ref=py_c

Raccontaci le tue tradizioni ne parleremo su http://www.fuoriporta.org

La pasta ripiena a Bra è un peccato di gola

Il 15 marzo l’Italia chiude, va in lockdonwn. Paolo apre il suo “Peccati ripieni”.

È quasi un augurio, vogliamo leggerlo così. Un augurio di speranza, la concretizzazione del #andratuttobene. Paolo ci ha creduto talmente tanto che terminati i lavori del suo negozio, non ha voluto attendere che l’Italia ripartisse, è partito lui, deliziando così i suoi concittadini.

Siamo a Bra, in Piemonte dove in pieno clima arcadico, il 27 luglio 1702, nacque l’Accademia degli Innominati. Unica in Piemonte con la Accademia degli Incolti di Torino, che fu elevata a colonia arcadica dall’Arcadia di Roma per il prestigio e la rinomanza che acquisì. Era all’origine un’associazione di letterati, poeti, uomini di cultura, amanti della musica e delle arti visive. Gli accademici rinunciavano al proprio nome e assumevano un appellativo con il quale firmavano le loro poetiche come Giuseppe Zorgnotto, il Sottomesso, Giovanni Battista Bonino, il Geniale.

Ogni epoca ha la sua genialità. Nel 2020 Paolo, 26 anni, di cui una buona parte trascorsa in giro per il mondo, con passione e ingegno crea “Peccati ripieni” un pastificio che oggi consegna a casa, e domani diventerà un ristorante.

Tratto distintivo della sua attività: ogni prodotto è fatto a mano, solo da lui. La pasta è lavorata esclusivamente handmade, con differenti forme per ogni ripieno.

“Ho sempre avuto la passione per la cucina fin da quando ero bambino, è l’eredità da mia nonna Anna. Lei veniva dalla Russia, incontrò il nonno in guerra e si ritrovò qui in Piemonte. La domenica mattina, la sua sveglia trillava puntuale alle 6. Iniziava a fare i ravioli e io mi precipitavo ad aiutarla. Faceva un ripieno golosissimo. Era composto da patate e carne cotta tipo ragù. Era una ricetta tradizionale ucraina e russa insieme. Poi formava delle semplici mezzelune tagliando la pasta con un bicchiere. Una delizia! Un’altro aneddoto che non dimenticherò mai sono gli gnocchi di nonna. Da piccolo li mangiavo senza masticarli e lei rideva a crepapelle. Insomma… la passione per la pasta nacque a quei tempi con lei. Fare la pasta è una cosa. Fare la pasta ripiena è tutt’altra cosa! Per quest’ultima ho iniziato ad appassionarmi lavorando in un ristorante stellato. È stato lì che ho capito di poter esprimere al meglio la mia creatività culinaria nella realizzazione della pasta ripiena che mi permetteva di “giocare” con diversi tipi di forme, ripieni e colori… e così ho avviato il mio progetto a Bra”.

La modalità di preparazione della pasta di Paolo è un po’ differente dalle altre. L’obiettivo è non far sviluppare il glutine della farina. Questo consente una maggior tenuta di cottura. Un raviolo, tagliatella, o qualsiasi altro formato sarà “croccante” o “al dente.

I ripieni vengono fatti esclusivamente sfruttando i prodotti del territorio: carni, verdure e formaggi.

I ripieni più particolari che troverete da Paolo in questo periodo sono i ravioli di gorgonzola e i cappelletti di faraona.

In avanti – garantisce Paolo – avrò modo di sbizzarrirmi con qualcosa di più interessante e particolare.

… e noi aspetteremo!

Raccontaci la tua ricetta scrivendo a info@fuoriporta.org

Torrone che passione! Danilo, Gabriella e Aritzo

Scendiamo in Barbagia… anzi saliamo, perché dobbiamo raggiungere a quota 800 metri il borgo di Aritzo, e qui fermarci per assaporare il torrone dell’Antica Barbagia.

Ci sono Danilo, 73 anni e sua moglie Gabriella, l’età di una donna non si dice. Ci aspettano “virtualmente” sull’uscio del loro laboratorio, dove da mattina a sera si produce il torrone.

Aritzo, Tonara e Desulo un po’ meno, sono il triangolo barbacino del torrone. Lo sono perché da queste parti la coltivazione di castagne, noci e nocciole è fondamentale. Come lo è la produzione di miele. Da sempre è così, o quanto meno da quando gli archivi di Stato di Cagliari ne hanno memoria.

Testimonianze storiche riportano che ad Aritzo il torrone si produceva già a metà ‘800. Un registro dei primi del ‘900 annota ben 89 licenze di venditori ambulanti; su gran parte di esse compare la voce torrone. I torronai facevano parte della categoria dei “Biajantes” o “Carrattoneris“, perché per il trasporto delle mercanzie si servivano di carri trainati da buoi o cavalli. Essi vendevano, ma per lo più barattavano ogni genere di prodotto che la montagna offriva. Le mandorle in alta montagna non venivano di certo prodotte e quelle del Campidano erano fondamentali per un buon torrone.

La produzione del torrone in Barbagia è legata all’esigenza di valorizzare e sfruttare i prodotti originali della natura: il miele della montagna, le noci e le nocciole delle vallate.

Circa trenta anni fa, Gabriella e Danilo, spolverarono la vecchia ricetta della trisnonna Maria. Un documento preziosissimo che racconta di come lei preparasse il torrone per la famiglia, ma anche per vederlo, o meglio barattarlo. Siamo all’inizio del secolo scorso, infatti.

La ricetta diventa la “guida spirituale” di Danilo e Gabriella. Ma il cuore del loro torrone, sono loro stessi. Fare il torrone ad Aritzo è un elemento che contraddistingue la sardità di un individuo.
Perché chi ha origini nel centro Sardegna sente la “sardità” che gli scorre nelle vene, che è parte del suo DNA.

“Vedevamo d’estate tutti i venditori di torrone che inondavano le strade – raccontano. Noi lo compravamo per rivenderlo. Ma non era abbastanza per noi. Non ci riscaldava il cuore, perché la tradizione di preparare il torrone è parte della nostra “sardità”. Mia moglie è un’amante della cucina. Il suo sogno era aprire un ristorante. Io non ero d’accordo, perché è un lavoro che ti lega ad un luogo. Io sono uno spirito libero, volevo girare, vedere posti nuovi, incontrare nuove persone. E volevo che tutto ciò si potesse fare con il nostro torrone. Un tempo, chi faceva il torrone lo vendeva, girando con il carretto, ora il carretto non c’è ovviamente, ma il torrone sardo c’è esattamente come ieri”!.

Miele, albume e frutta secca. Senza l’utilizzo di zuccheri. è questa la ricetta di Danilo e Gabriella.

“Sciogliamo il miele, tiepidamente, senza farlo bollire. E’ importante che la temperatura sia bassa. Poi montiamo l’albume separatamente e lo montiamo nuovamente con il miele. Una volta avvenuta l’albumazione, questo è il nome del processo, il tutto avviene in modo velocissimo, vengono rallentati i giri della macchina che impasta. E si va in cottura. Quando la pasta è pronta, si unisce la frutta secca. A quel punto si spegne macchina e l’impasto si inserisce nelle forme. L’unico strumento elettrico che utilizziamo è l’impastatrice, il resto è tutto manuale”. Ha raccontato Danilo.

Aritzo è un luogo magico in cui lavorare. Un tempo era un paese a vocazione turistica. Uno dei primi, perché essendo in alta montagna. il concetto di bed&breakfast è sempre esistito. Le famiglie erano povere affittavano le stanze alla media borghesia che veniva da Sassari e da Cagliari. Andavano lì a trascorrere le ferie. Durante inverno, invece, l’unico sostentamento erano castagne, nocciole, torrone e pastorizia. Siamo a 850 metri sul livello del mare, ai piedi del Gennargentu. Un tempo c’erano i carrettieri che andavano a vendere la Carappigna. Un sorbetto fatto con ghiaccio, limone e zucchero. Non è una granita, ma una crema. All’inizio del ‘600, gli spagnoli, che allora dominavano queste terre, diedero in concezione l’estrazione della neve alla famiglia nobile degli Arangino. Questi, da allora, ne detennero il monopolio. Raccoglievano la neve, la mettevano nelle fosse che allora si chiamavano le neviere. Le ricoprivano con la paglia e pestavano il tutto. La neve si ghiacciava e d’estate veniva utilizzata per fare la Carappigna.

Ci sono molte ragioni per andare a trovare Danilo e Gabriella: il loro torrone dell’Antica Barbagia, un territorio meraviglioso come Aritzo… e se si è un pò fortunati, anche per assaggiare la Carappigna, perché c’è chi con passione la prepara anche oggi!

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Tuglie, qui Corrado coltiva i suoi legumi

Una laurea in Economia e Commercio, la passione per i legumi e un amore immenso per il suo territorio. Lui è Corrado Losavio, un salentino doc, che da sempre vive a Tuglie nell’entroterra del versante ionico leccese, dove il paesaggio negli ultimi anni è radicalmente cambiato. È qui che gli ulivi secolari sono morti a causa della xilella. Lasciando, così tristemente il passo a altre coltivazioni.

Corrado si racconta così…

Ho cominciato a dedicarmi all’attività agricola nel 1996 quando sono rientrato nel mio paese dopo aver terminato gli studi in Economia e Commercio e dopo aver svolto il servizio militare. Mentre cercavo lavoro, inviando curriculum e partecipando a concorsi, lavoravo nei terreni di famiglia, in quel periodo erano prevalentemente coltivati a oliveto e vigneto. Col passare del tempo non arrivavano offerte di lavoro che mi interessassero particolarmente. È stato a quel punto che ho cominciato a capire che quella del coltivatore sarebbe diventata la mia attività.

Le mani nella terra, stare nel mio paese, continuare a coltivare la tradizione. Questa era la mia strada.

Ho prediletto la coltivazione dei legumi perchè nella nostra civiltà contadina sono stati sempre il pasto quotidiano e la principale fonte di proteine, era chiamata la carne dei poveri. Mi rendevo conto, andando in giro per negozi, che la maggior parte dei legumi venivano importati da altri continenti.

La loro coltivazione è davvero semplice, mi sono voluto mettere a lavoro immediatamente!

I legumi non richiedendo irrigazione, trattamenti antiparassitari e concimazioni. I legumi inoltre, sono proprio loro che fissano l’azoto nel terreno, questo consente di alternare la produzione dei legumi a quella degli ortaggi.

Tuglie ha una forte vocazione agricola e io nelle mie produzioni ho sempre privilegiato quelle dei nostri prodotti tipici come il pisello riccio di Sannicola, il fagiolo bianco, la patata Sieglinde di Galatina, la cicoria di Galatina, il “mugnolo” un broccolo tipico del Salento, ecc.

Se non avete mai assaggiato i “piselli a cecamarito” cotti in pignata con pane raffermo, dovete provarli!

Molti semi di queste varietà le ho recuperate da anziani contadini del mio paese.

Si usa tra generazioni passarsi i semi. È la nostra eredità socio-culturale.

La coltivazione è sempre andata di pari passo con l’amore verso il mio paese. Per questa ragione mi sono dedicato al Museo della Civiltà Contadina.

È nato nel 1982. Fu fondato da mio zio, anche lui è stato un coltivatore diretto, oggi in pensione. Il museo è nel centro storico all’interno del palazzo ducale di Tuglie e raccoglie una ricchissima collezione di oggetti della civiltà contadina e non solo. La maggior parte di questi oggetti sono stati donati da cittadini tugliesi e dei paesi limitrofi. Grazie agli spazi verdi che ci sono alle spalle del palazzo ducale, in questi anni abbiamo cercato di recuperare vecchie piante molto diffuse nel Salento che oggi sono scomparse. Tra queste la pianta del cotone e la pianta del lumino ad esempio. Vengono raccontate le vecchie attività delle civiltà contadina, come l’allevamento del baco da seta.

Si tratta di piccole produzioni esclusivamente fatte a uso didattico perchè la maggior parte dei visitatori del museo sono i ragazzi delle scuole del Salento.

Tuglie ha molto da offrire: ospitalità, buon cibo, cultura e un paesaggio meraviglioso.

Le sarte delle Mascherine di Cardedu

Si sono chiamate il gruppo delle “mascherine”. Lo hanno scelto loro il nome. Hanno preso il cellulare, aperto WhatsApp e digitato il nome del nuovo gruppo. Le Mascherine. Nome più azzeccato non potevano averlo. Sono Giovanna, Anna, Maria, Gina, Chiara, Raffaella e tante altre. Sono le donne del piccolo comune di Cardedu nel nuorese, sulla costa ogliastrina, che da mattina a sera, cuciono, scuciono, assemblano con cura il materiale che reperiscono per realizzare le mascherine per le strutture ospedaliere, per negozianti, case per anziani e per tutti i privati che ne sono sprovvisti.
Sono la costola dura del paese.
Sono quelle che non chiedono e fanno. Sono quelle che non piangono, ma risolvono. Sono quelle che non credono che lo Stato debba loro qualcosa, perché tutti siamo lo Stato.
Hanno tra i 40 e i 65 anni.
Hanno tempra e coraggio.

Abbiamo incontrato al telefono Giovanna, che ci ha raccontato la sua storia.

Emigrata da piccola, dalla Campania alla Germania per seguire il lavoro del papà. In Germania incontra l’amore. Nascono 4 figli, Antonio Michele oggi un architetto, Raffaele autonomo, Davide studia per diventare ingegnere, Giustina professoressa di inglese.
Suo marito Giovanni, maestro elementare, insegnava nelle scuole tedesche lingua e cultura italiana. Rientrano in Italia nel 95, a Ussassai, in Sardegna.

Come nasce l’idea di diventare la “sarta” delle mascherine?

Da pensionata avevo molto tempo a disposizione e un sogno che non volevo perdere. Desideravo conseguire il diploma, perché quando ero giovane non ho potuto farlo. Iniziai a frequentare la scuola per geometri, ma per vicissitudini varie, ho dovuto smettere. Oggi di tempo ne avevo e anche la possibilità di farlo. Così mi sono iscritta alle scuole serali di Lanusei.

Vivendo a Ussassai, ogni giorno, dovevo fare tanti chilometri, tra curve interminabili. Così ho deciso con mio marito di trasferirci nella casa del mare a Cardeddu, molto più vicina a Lanusei.

Scoppia il Corona Virus. Restiamo “intrappolati” qui. Vengo a conoscenza della carenza di mascherine per il personale medico degli ospedali dell’Ogliastra.

Io di tempo ne avevo, le mie amiche anche e soprattutto, siamo tutte in grado di cucire. Aderisco insieme a loro al gruppo di volontariato per la realizzazione delle mascherine, che aveva messo in piedi una mia concittadina, coordinate dal sindaco di Cardeddu, Matteo Piras.

Lui, a debita distanza, tutti i giorni passa nelle case di tutte noi per ritirarle e distribuirle, e rifornirci del materiale che ci serve, siamo una perfetta catena di produzione!

Credo tantissimo nel valore di ognuno di noi. Tutti possiamo dare una mano!

Come vi siete organizzate all’inizio per la materia prima?

Io avevo molti elastici, altri ne abbiamo rimediati, li ho messi a disposizione di tutte. Un fioraio del paese ci ha dato il tessuto non tessuto. Un altro concittadino ci ha dato il cotone. Avevamo tutta la materia prima.

Ognuna di noi si è messa a lavorare così a casa propria per la produzione delle mascherine.

Siamo 15 persone. Tutte donne. C’è anche qualche marito che offre il suo supporto. Bisogna impegnarsi e fare. Siamo capaci. Perché non farlo. Ci vuole così poco per fare.

Ma quante sartorie abbiamo che stanno ferme, che si mettessero a lavoro anche loro!

Come realizzate le mascherine?

Si prende del tessuto non tessuto, se è molto spesso se ne prende un solo strato, se invece è più sottile se ne mettono due uniti.

Si unisce un rettangolo di stoffa di cotone, nella parte a contatto con il viso, perché altrimenti è irritante e il personale medico ci deve fare molte ore con la mascherina sul volto.

Gli si da una forma rettangolare. Si cuce in modo tale che le cuciture siano solo interne. Si mettono alle estremità gli elastici o fettuccia.

Poi passiamo il ferro da stiro, non caldo, di più! Sono così pronte delle utili ed efficaci mascherine “fai-da-te”. In ospedale hanno anche lo spray per disinfettarle. Così sono perfette! Le facciamo addirittura colorate.

Alla fine di tutta questa vicenda, sarà un piacere incontrare tutte le altre concittadine e sigillare la nostra cooperazione con una buona pizzata, come fossimo vecchie amiche!

L’Italia è un paese di sarti. Non ci si può aspettare che tutto arrivi da fuori, rincara e chiude Giovanna.

Impara l’arte e mettila da parte. Valerio e il suo “Rinomato”

Rinomato rappresenta la mia storia. È l’incontro tra il passato e il presente. Speriamo il futuro! Ho imparato a cucinare crescendo nella cucina del ristorante di famiglia, vedendo nonna Maria e poi mia madre Daniela sempre ai fornelli. Ricordo ancora quando Nonna Maria mi portava nel campo sul retro della trattoria a raccogliere la cicoria di campo, mi dovevo svegliare presto perché come mi ha sempre insegnato lei “il mattino ha l’oro in bocca” e con un piccolo coltellino staccavamo, dopo un’accurata selezione, la cicoria con le foglie più belle. Ma non non finiva lì. Una volta rientrati in cucina mi dovevo occupare anche di pulire la verdura, cosa che detestavo perché sembrava non finire mai!
Oggi ogni volta che vado al mercato, la cicoria la seleziono proprio come faceva nonna, ma credo che mai e poi mai sentirò lo stesso sapore!.

Figlio di ristoratori nella campagna Sabina, ha imparato presto l’arte della cucina.

I miei genitori hanno due piccoli ristoranti nel comune di Ornaro. Dopo aver iniziato il mio percorso professionale insieme a loro ho deciso che per crescere la cosa più importate era “tagliare il cordone ombelicale”. Ho iniziato così a collaborare con altri ristoranti. La mia funzione è sempre stata principalmente quella di cuoco. Ho collaborato anche in alcune aperture di ristoranti romani. Il mio obiettivo era fare esperienza e crescere a livello personale.

Da tutto questo percorso è nato “Rinomato”.

Questo locale, rappresenta il mio sogno, realizzato. Ho 30 anni e per me è davvero un gran traguardo averlo realizzato. È un desiderio che avevo dentro da molto tempo. Volevo mettermi in gioco in prima persona e lavorare per me stesso. Rinomato nasce dalla voglia di rivisitare i migliori prodotti e le migliori carni e trasformare tutto in chiave street-food.

Da Ornaro a San Giovanni.

Ho scelto questa zona perché fin da piccolo venivo per passeggiare nel mercatino di Via Sannio che si trovava dietro la casa di mia zia. Oggi ho la mia fidanzata che più di 10 anni fa si trasferì in questo quartiere, quindi per me è oggi un po “casa, bottega”. È una zona molto bella, un quartiere vivo e con un buon movimento… perfetto per gustare i miei piatti!

Baked potato con la patata di Amatrice farcita con carciofi alla romana, guanciale amatriciano e una fonduta di pecorino romano. Oppure l’alternativa con la stracciatella di burrata di Andria e pesto al basilico fatto in casa e pomodorino confit, la baked potato è una bontà! Poi ci sono i panini, un burger vegetariano fatto “a casa” con una fonduta di grana, lime e polpa di melanzane affumicata, il tutto con il pane dell’Antico Forno Roscioli.

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Le trote dei fratelli Serva, una squisitezza che oggi arriva a casa!

Tutto torna. Da qui si comincia. Questa è la storia della famiglia Serva, raccontata da Lino, uno dei tre figli che oggi come ieri, manda avanti con i fratelli, l’attività che gli è stata lasciata dai suoi genitori. “Tutto torna” perché ricorda Lino, che oggi consegna a casa i piatti del suo ristorante, chiuso per il Codiv-19, esattamente come faceva più di 50 anni fa suo papà quando distribuiva il pesce fresco con l’Apetta.

Nel bucolico paesaggio delle Sorgenti di Santa Susanna, all’epoca dei romani considerate una fonte di acque medicali per il ferro che contenevano, mamma Paolina, casalinga con 4 figli e papà Giuseppe muratore, si ingegnano per costruire il futuro della famiglia con un piglio imprenditoriale. Siamo nel 1950. I coniugi Serva si trasferiscono da Rivodutri a Terni dove aprono una pescheria. Va tutto alla grande, fino ai tempi del colera. Rientrano così nel reatino, dove acquistano il terreno su cui vi già era un allevamento di trote.

“La nostra azienda familiare è nata 50 anni fa da una vecchia troticoltura, mio padre e mia madre con sforzi e privazioni importanti hanno voluto lasciare a noi figli un futuro migliore dal nulla. Negli anni 70 è nata, così, anche la nostra trattoria a gestione familiare. Siamo nel cuore della campagna Sabina, ai piedi di Poggio Bustone, che in quel periodo era un paese sconosciuto e non il luogo di pellegrinaggio per Lucio Battisti che rappresenta oggi” racconta Lino.

“Mi ricordo ancora i pochi tavoli con le panche in legno nel parco, o meglio nel campo tra alberi di noci e laghetti di acqua sorgiva. Ero piccolo quando mio fratello Fausto, il più grande, mi insegnava l’arte dell’ospitalità. Da noi venivano soprattutto i romani. Ed erano loro che volevamo fidelizzare, perché ai tempi, erano quelli più danarosi”.

Lino ricorda ancora che con il suo cesto di vimini, una classica tovaglia a quadretti, posate e bicchieri da osteria, apparecchiava la tavola per loro. C’era molto lavoro all’aperto e poco spazio all’interno.

Solo negli anni 80 la struttura della famiglia Serva ha iniziato ad ampliarsi insieme al turismo nella zona, perché è in quel periodo che è arrivato il Cammino di San Francesco portando pellegrini da ogni parte d’Italia e del mondo.

Oggi il ristorante e albergo Parco alle Noci è conosciuto per le sue trote, perché qui vengono allevate grazie alle Sorgenti di Santa Susanna. La preparazione della trota, ci ha racconta Lino, risiede, soprattutto nella sfilettatura.

Con molta attenzione, con una lama di coltello affilata, si incide il dorso del pesce e si cerca di ricavarne il filetto, senza testa né coda. Poi si mette il tutto in una padella antiaderente con un ramo di rosmarino e uno spicchio di aglio. Senza olio. Verrà arrostita dal calore e dall’anti aderenza. È il modo più semplice e gustoso per assaporala. Poi ci sono i filetti di trota all’arancio con pepe verde e addirittura con il cioccolato… assolutamente da provare!

Più tradizionale è il filetto di trota alle erbe aromatiche con vino bianco, e poi ancora i carpacci di trota salmonata che non hanno nulla da invidiare al sushi. In terra di porchetta, Poggio Bustone è famosa anche per questo, la famosa trota porchettata intera riempita è farcita con tutti gli odori della Sabina, messa al forno con un filo d’olio, ricca di aromi ed erbe aromatiche con un po’ di guanciale, è una squisitezza!